martedì 23 agosto 2016

IL POSTO



IL POSTO
di Annie Ernaux
L'Orma
2014, brossurato,
120 pagine, 10 euro

Leggo nel risvolto di copertina: "'Il posto' è un romanzo autobiografico che riesce, quasi miracolosamente, nell'intento più ambizioso e nobile della letteratura: quello di far assurgere l'esperienza individuale a una dimensione universale, che parla a tutti noi di tutti noi". Non si potrebbe commentare meglio il senso di questo libro, se non forse, ricorrendo, non senza forzatura, al verbo "sublimare", inteso nel senso di trasformare un qualcosa di umile in qualcosa di nobile, e nobile, in questo caso, perché in grado di rappresentare l'essenza della nostra vita e della nostra storia. Annie Ernaux, nata a Lillebonne (Francia) nel 1940, che con "Il posto" ha vinto il Prix Renaudot nel 1984 (è una sorta di Premio Strega d'Oltralpe, assegnato fin dagli anni Venti), parte raccontando la morte di suo padre, avvenuta all'età di sessantasette anni, nel 1982. L'uomo, di cui non si fa mai il nome, gestiva con la moglie (la madre dell'autrice) un piccolo bar con annessa rivendita di generi alimentari in un paesino della Senna Marittima. I periodi della narrazione sono brevi, le parole essenziali, le frasi taglienti come rasoi. La commozione (pur evidente) della Ernaux non le impedisce di essere gelida, chirurgica, nella descrizione dei gesti e degli ambienti poveri e dignitosi nella sua casa di origine. La vestizione del cadavere, la visita dei parenti, il funerale. E poi i ricordi, che suggeriscono all'autrice un libro sulla vita del defunto. Quindi, la convinzione che scrivere un vero e proprio romanzo sia impossibile. "Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell'arte, né di provare a far qualcosa di 'appassionante' o di 'commovente'. Metterò assieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un'esistenza che ho condiviso anch'io. Nessuna poesia del ricordo. La scrittura piatta mi viene naturale, la stessa che utilizzavo un tempo scrivendo ai miei per dare le notizie essenziali". Fatta questa dichiarazione di intenti, la Ernaux comincia "qualche mese prima del Novecento, in un paese nel Pays de Caux, a venticinque chilometri dal mare". Lì viveva suo nonno, che lavorava in una fattoria come carrettiere: "ogni volta che qualcuno mi ha parlato di lui, la narrazione come cominciava sempre con 'non sapeva né leggere né scrivere". Quindi, la vita del papà di Annie comincia nella più nera miseria, e il resto è un percorso di lento affrancamento che corrisponde a quello di un'intera società. L'uomo prima fa il contadino, poi l'operaio. Sa quali sono i suoi doveri, qual è il suo posto. Lavora per migliorare la propria condizione e quella della propria famiglia, d'accordo con la moglie, con cui battibecca senza litigare mai, in uno sforzo costante di conservare comunque rispetto e decoro nonostante la povertà di mezzi e di istruzione. Riesce, primo fra tutti nella sua famiglia di origine, a divenire proprietario della casa in cui vive, per quanto misera, e quindi apre un esercizio commerciale, sempre a rischio di chiusura per la concorrenza di quelli "più grossi" protetti, a suo dire, dal governo. Intanto passano le stagioni delle epidemie (la difterite si porta via a sette anni la prima figlia), della guerra e dei bombardamenti (l'uomo si dà da fare nel vettovagliamento dei civili), della ricostruzione (che permette l'apertura di negozi più belli e moderni in centro, con il conseguente ridimensionamento delle vecchie drogherie di periferia). Ci sono poi gli studi di Annie, che diventa una insegnante: il padre ne percepisce la diversità, la figlia è diventata colta e letterata, altro da lui che legge poco e non sa di che cosa parlarle. Quando lei porta a casa il fidanzato, anche lui istruito, il padre si preoccupa di non far fare brutta figura alla figlia per le sue umili origini. Quindi i primi segni di vecchiaia, le fatiche degli anni, la senilità. Non c'è niente, nella vita di quest'uomo, su cui scrivere un romanzo: nessuna impresa su cui farci un film. Eppure la si segue riconoscendo la vita dei nostri padri e dei nostri nonni, e ci si commuove anche se niente è stato scritto per far scorrere una lacrima.

domenica 14 agosto 2016

PORCO GIUDA!



PORCO GIUDA!
di Giampaolo Merciai
La Lettera Scarlatta Edizioni
2016, brossurato, 
360 pagine, 17.50 euro

Probabilmente il titolo non consente di capire bene subito di che tipo di romanzo si tratti. Parlandone con l'autore, la spiegazione che vien fuori è questa: da un lato, "porco giuda!" è una delle esclamazioni che si ripetono, in bocca al protagonista Gianrico; dall'altro, si allude al tradimento che è per l'appunto uno dei temi su cui si sviluppa la trama (e Giuda, si sa, è il traditore per antonomasia). Il primo paragone che viene in mente procedendo con la lettura, per lo più avvincente, è con Dan Brown. Una sacra reliquia, un monaco, un mistero religioso, un morto in apertura di storia che lascia un messaggio cifrato, una sorta di caccia al tesoro in giro per il mondo. Tuttavia, se la comparazione serve a dare un'idea del genere di thriller imbastito da Merciai, sarebbe sbagliato ritenere il suo romanzo una imitazione del "Codice da Vinci". Diciamo che l'accostamento serve a delimitare un ambito. Merciai, classe 1944, pratese purosangue (nato dentro le mura, come lui ci tiene a dire), parte proprio da Prato e mette al centro del suo racconto il "Sacro Cingolo", ovvero la cintura della Madonna che, secondo la leggenda, prima della sua assunzione in cielo, la Vergine avrebbe consegnato a San Tommaso. Nel XII secolo, grazie a Michele Dagomari, mercante uso a viaggiare in Medio Oriente per commercio, la cinta arriva da Gerusalemme fino a Prato, dov'è conservata nel Duomo. Ai nostri giorni, uno dei discendenti di Michele, Alfredo Dagomari, viene ucciso nel centro della città e prima di morire fa in tempo a spedire al figlio Gianrico un biglietto su cui ha vergato un enigmatico messaggio. Gianrico, che vive a Napoli, non parla più con suo padre da quasi vent'anni, dopo che Alfredo, fotografo di guerra, lasciò la moglie gravemente ammalata per andare in Serbia e dunque non le fu vicino quando lei avrebbe avuto bisogni di lui e nel momento della morte. Dunque, c'è un conflitto padre-figlio che movimenta tutto il romanzo. Però, dato l'accaduto, Gianrico torna a Prato e comincia a indagare: sembra che qualcuno voglia impossessarsi del Sacro Cingolo e sia pronto a uccidere per questo. Seguono la scoperta di società segrete, intrighi internazionali, viaggi in città affascinanti di mezzo mondo (Belgrado, Sanpietroburgo, Shangai) in un intreccio di interazioni fra personaggi ben caratterizzati, tra cui alcune donne molto intriganti. Donne che sembrano apprezzare Giambico ma a cui però lui non cede, per colpa di una recente delusione amorosa che gli ha lasciato il segno. Di ciascuna di queste figure (il barbone Pietro, la bella serba Dunja, la poliziotta Lavinia, il feroce Stevan) ci si chiede se davvero siano quello che dicono di essere, perché Merciai cerca di seminare il dubbio a ogni pie' sospinto, e la trama prende più volte direzioni diverse, fino all'inaspettato finale. Il tutto piacerà agli amanti del genere. Le descrizioni di Prato sono elaborate e realistiche, al pari di quelle delle altre città che l'autore ha davvero visitato negli anni in cui, da buon pratese, aveva una azienda tessile e girava per affari. Dal 2003, dopo essersi ritirato dal mondo per lavoro, Merciai vive sulla montagna pistoiese e si dedica alla poesia, al teatro e alla scrittura. "Porco Giuda!" è il suo terzo romanzo.

sabato 13 agosto 2016

DIONEA E ALTRE STORIE FANTASTICHE



DIONEA E ALTRE STORIE FANTASTICHE
di Vernon Lee
Sellerio
2001, brossurato
120 pagine, 15000 lire

Violet Paget, in arte Vernon Lee, scrittrice inglese ma nata in Francia nel 1856 e morta a Firenze nel 1935, ha vissuto in Italia per quasi tutta la vita. Dalla sua villa fiorentina, dove riceveva personalità della cultura e coltivava le sue passioni artistiche e letterarie, scriveva per il periodico inglese "The London Mercury" corrispondenze dal Bel Paese. L'agile libretto pubblicato sa Sellerio nel 2001 raccoglie alcuni dei suoi racconti di genere fantastico, legati al soprannaturale, in cui si cimentò in alternanza ai saggi sull'arte e sull'estetica che costituiscono la sua principale produzione. Le storie di Vernon Lee sono di ambientazione italiana, a testimonianza della suggestione che la nostra terra esercitava sull'autrice, e legate quasi sempre alla mitologia e a reminiscenze romantiche. "Dionea", il racconto che dà il titolo alla raccolta, affascinante e ipnotico, racconta di una fanciulla giunta neonata dal mare, come piccola naufraga senza nome strappata alle onde, e allevata come trovatella in un borgo della Liguria. Fanciulla bellissima e maledetta, dal carattere impossibile, che irretisce gli uomini e porta alla pazzia un artista che cerca di imprigionarne la bellezza in una scultura. Dionea ha in sé la forza selvaggia della natura che si oppone alla civiltà e alla cultura, che non si può incasellare nelle regole del vivere sociale. Seguono altri racconti più brevi, tra cui "L'orecchio di Marsia", in cui si narra di una immagine in pietra trovata su una spiaggia dopo un naufragio e creduta raffigurare il Cristo, staccato dalla croce andata persa. Viene esposta in una Chiesa dove si susseguono fatti inquietanti finché si scopre che a essere raffigurato è un satiro pagano.

venerdì 12 agosto 2016

FUMETTO ITALIANO - CINQUANT'ANNI DI ROMANZI DISEGNATI




FUMETTO ITALIANO - CINQUANT'ANNI DI ROMANZI DISEGNATI
a cura di Paolo Barcucci e Silvano Mezzavilla
Skira
2016, cartonato
300 pagine, 40 euro

Si tratta del bel catalogo di una mostra, inaugurata a Roma e poi visibile in giro per l'Italia, dedicata ai graphic novel di casa nostra. Dopo una decina di interessanti e brevi saggi firmati da nomi illustri quali Daniele Barbieri, Sergio Brancato, Giulio Giorello e Luca Raffaelli (solo per citarne alcuni), seguono quaranta estratti da altrettanti romanzo grafici italiani disposti in ordine cronologico, da "Una ballata del mare salato" di Hugo Pratt del 1967, fino a un inedito di Gipi del 2016. Gli autori rappresentati hanno stili diversissimi (si va da Magnus, con "Lo sconosciuto", fino a Zericalcare con "Dimentica il mio nome", passando per Dino Battaglia, Filippo Scozzasti, Sergio Toppi, Manuel Fior, ma anche Leo Ortolani), come del resto possono essere diversi gli stili di quaranta scrittori di narrativa. Tutti sono comunque accomunati dalla capacità di rendere il fumetto "opera" oltre che "narrazione", qualcosa i cui segni costituiscono essi stessi il racconto e lo fanno attraverso la forte personalità dell'artista che li ha realizzati.
Quando qualcuno usa il termine “fumetto” con una accezione spregiativa, per denigrare un’ opera narrativa o cinematografica dal contenuto sciocco o assurdo, forse non se ne rende conto ma dice una sciocchezza, o un’assurdità. Chi giudica una trama superficiale o dei dialoghi banali etichettandoli come “da fumetto”, dimostra di non aver affatto compreso che cosa effettivamente sia il fumetto. Per chi crede che i fumetti siano roba per bambini o abbiano smesso di uscire da quando lui non li compra più, le sorprese rischiano di essere molte, e alcune addirittura stupefacenti. Innanzitutto, balza agli occhi la sorprendente capacità del racconto per immagini disegnate di veicolare emozioni di ogni tipo, senza nessun tipo di sudditanza verso altre tecniche di comunicazione quali il cinema, la musica o la letteratura. Il fumetto non è figlio di una musa minore rispetto ad altre arti. Può contare su un proprio codice espressivo che si caratterizza non solo per efficacia ma anche come perfetto punto d’incontro e contaminazione fra tutti i generi e le forme espressive, “una zona di libero scambio”, per usare un’espressione di Antonio Faeti, “un grande crocevia in cui si determinano incroci imprevedibili”. Un altro aspetto da mettere in risalto è la ricchezza di piani di lettura di temi, di target, di formati, di tecniche e di linguaggi offerti dalla produzione fumettistica mondiale. "Fumetto italiano" dimostra, in maniera inoppugnabile anche agli occhi degli scettici, non solo che i fumetti possono essere (e sono) letture assolutamente mature, in molti casi colte e perfino sofisticate,
Nel 1978, fu "A contract with God", di Will Eisner, uno dei massimi disegnatori americani, il primo libro a recare in copertina la dicitura “graphic novel”, romanzo a fumetti. Fu una rivoluzione, perché in precedenza, in America,i fumetti erano per lo più seriali (con protagonisti ricorrenti), pubblicati su comic book (albi spillati di piccolo formato), distribuiti nei chioschi o nei supermercati, ed erano in genere umoristici o di avventura. Con Eisner prima, e con il successo di autori come Art Spiegelman e Frank Miller dopo, i fumetti cominciarono a essere concepiti e proposti come veri e propri libri e, soprattutto, ci si abituò all’idea che potessero raccontare qualunque cosa, anche le angosce nevrotiche o il minimalismo quotidiano, la deportazione degli ebrei nei campi di sterminio o la guerra a Sarajevo, e farlo in modo tutt’altro che banale. In Italia (già, perché gli autori di fumetti italiani non hanno niente da invidiare a quelli del resto del mondo, anzi costituiscono una delle scuole più folte e talentuose), già nel 1968 usciva “Una ballata del mare salato” di Hugo Pratt, vera e propria “graphic novel” ante litteram anche se inizialmente pubblicata a puntate su rivista. Nel 1969 lo scrittore Dino Buzzati, peraltro apprezzato anche come pittore (e stranamente ignorato nel catalogo), riproponeva in un suo libro il mito di Orfeo ed Euridice attraverso un adattamento fantastico in chiave moderna intitolato "Poema a Fumetti", vero e proprio romanzo realizzato non in prosa ma secondo il codice fumettistico.

lunedì 8 agosto 2016

I COMPAGNI D'AVVENTURA DI ZAGOR



I COMPAGNI D'AVVENTURA DI ZAGOR 
a cura di Stefano Bidetti
SCLS Libri
2016, brossurato
396 pagine, p.n.i.

Resto sempre ammirato quando dei semplici appassionati (e dunque non degli editori professionisti) riescono a dare alle stampe e distribuire in proprio volumi come questo. E non si tratta di un evento fortunato dovuto al caso: Stefano Bidetti e Francesco Pasquali del forum SCLS (acronimo di "Spirito Con La Scure") hanno già all'attivo un tomo enciclopedico zagoriano intitolato "Zagortenayde" divenuto un bestseller e diversi numeri di una rivista ("SCLS Magazine Gold£) che non hanno nulla da invidiare a prodotti di blasonate Case editrici. Anzi, ci sono editori veri e propri che, in confronto, lasciano addirittura a desiderare. "I compagni di avventura di Zagor", che gode di una bella copertina inedita di Alessandro Chiarolla, ristampa integralmente e in grande formato le sette storie che, tra il giugno 1961 e il giugno 1966, apparvero in appendice alle strisce di Zagor. Storie che con Zagor, beninteso, non avevano niente a che vedere, se non il carattere avventuroso e il taglio "bonelliano" (in un caso, "Vira dura per gli sceriffi", neppure quelli - trattandosi di un fumetto comico). In pratica, su ogni albetto dello Spirito con la Scure comparivano, al termine della tradizionale puntata dedicata al Re di Darkwood, altre poche strisce che portavamo avanti, alcuni passi alla volta, racconti diversi, peraltro non necessariamente western ("L'ultimo Incas", disegnato da Carlo Cossio, si svolge in Amazzonia). L'ultima storia, "La grande caccia", disegnata da Ivo Pavone, iniziata nell'ottobre del 1964, si interrompe improvvisamente un anno e mezzo dopo, senza nessuna spiegazione se non quella, fornita dagli stessi Zagor e Cico che si rivolgono al lettore con due balloon, della cessazione dovuta al fatto che da quel momento in poi tutto l'albetto a striscia sarebbe stato dedicato alle loro avventure, senza spazio per altri eroi. Peraltro, "La grande caccia" era approdata su Zagor dopo essere cominciata nell'aprile del 1964 sulle pagine di Tex: dunque una storia particolarmente sfortunata e difficile da seguire. Dalle strisce del Ranger del Texas passa a quelle dello Spirito con la Scure, e su Zagor si interrompe sul più bello per motivi misteriosi. Se non altro, il volume targato SCLS permette di rileggerla (fin dove si può) tutta insieme, e non è neppure male. Come niente affatto malvagi sono le altre sei avventure (queste, per fortuna, tutte intere) presentate integralmente in ordine cronologico , e corredate da un ricco apparato critico curato da Stefano Bidetti. A inquadrare perfettamente queste storie nel loro contesto contribuisce un lungo e interessante saggio di Gianni Bono che permette di fare chiarezza sulla paternità della storia umoristica "Vita dura per gli sceriffi" (giugno-dicembre 1961), erroneamente attribuita in passato a Raffaele Cormio mentre invece è di Vittorio Coliva. Chiarolla illustra con una tavola a colori inedita tutte le sette storie. Dunque, un tomo davvero imperdibile per gli appassionati e i nostalgici di un'epoca felice del fumetto italiano.

domenica 7 agosto 2016

SILVER: IN BOCCA AL LUPO... MA NON SOLO!



SILVER: IN BOCCA AL LUPO... MA NON SOLO!
a cura di alino, Luca Boschi, Claudio Curcio e Raffaele De Falco
Collana Gli Audaci
Comicon 
brossurato, 2016
112 pagine, 15 euro

Ogni anno, all'ombra del Vesuvio, da un po' di tempo a questa parte, si tiene una importante kermesse fumettistica: Napoli Comicon. In quell'occasione si allestiscono mostre di grande livello e si pubblicano volumi non da meno che sono sempre qualcosa di più che semplici cataloghi. In alcuni casi si tratta di corposi tomi dedicati alla storia di grandi Case editrici (la Bonelli, la Disney, la Marvel, l'Astorina, eccetera). In altri, a corredo, di biografie di grandi autori (Castelli, Manara, Di Gennaro, Milani). Nel 2016 è uscito questo saggio su Guido Silvestri, in arte Silver, che raccoglie una decina di articoli sulla vita e sull'opera del papà di Lupo Alberto. Uno dei contributi, intitolato "Il Lupo Cattivik" è mio, dieci pagine in tutto. Altri saggisti: Luca Boschi, Fabrizio Mazzotta, Pier Luigi Gaspa, Francesco Artibani, Alfredo Castelli, Tito Faraci. C'è davvero tutto quanto si deve sapere: gli inizi, le varie esperienze, le fonti di ispirazione, il successo, i cartoni animati, i rapporti con i collaboratori, l'amicizia con Bonvi e Castelli. Si sottolineano le campagne sociali (come quella contro l'AIDS) e gli aspetti di satira sociale e politica (la serie di strisce con la talpa gay o sulle BR). Non mancano una lunga intervista e una utilissima bibliografia. Viene spontaneo il confronto con i giovani autori che spopolano in Rete: le storie "di carta", nate da dita sporche d'inchiostro, hanno un sapore che secondo me, purtroppo, si è perso. Per fortuna, Silver continua a sfornare storie del suo Lupo per quelli come me che ne sono innamorati.

Ma chi è, Silver? Mettetevi nei panni di un ragazzo che frequenta il secondo anno dell'Istituto d'Arte, da sempre con la voglia di disegnare fumetti; un bel giorno, una delle insegnanti si presenta in classe dicendo che c'è un cartoonist di nome Franco Bonvicini in cerca di collaboratori. Voi che cosa fareste? Guido Silvestri alzò la mano, si fece dare l'indirizzo. Si era a Modena nel 1969: Bonvi (questo lo pseudonimo con cui Bonvicini aveva cominciato a firmare le sue storie) aveva bisogno di aiutanti per portare avanti la nutrita produzione del suo studio. Il Guido di cui stiamo parlando, destinato a diventare celebre come Silver, si presentò portando alcuni dei disegni che da tempo si divertiva a realizzare. Bonvi li guardò e gli disse: "Tu adesso ti scordi di quello che hai fatto finora e cominci a fare queste cose qua", e tirò fuori le tavole di Capitan Posapiano. Poco dopo, nello studio arrivò a dar man forte anche Claudio Onesti (Clod) e Silver gli lasciò il Capitano per passare a Cattivik, mentre Bonvi portava avanti Sturmtruppen e Nick Carter. Guido lasciò scuola e famiglia e si trasferì armi e bagagli in casa Bonvicini. Inizialmente i fumetti dello studio di Bonvi apparivano sul Tiramolla delle edizioni Alpe, poi cominciarono a essere pubblicati sul Corriere dei Ragazzi e su Eureka, per poi approdare addirittura in TV, nella rimpianta trasmissione "SuperGulp". 
In una storia intitolata "Cattivik e il furto del fumetto", vediamo lo sghignazzante criminale penetrare nottetempo nell' abitazione dello stesso Bonvi e mettere le mani sulle tavole delle proprie avventure. Sulla scrivania, accanto ai pennini e alle bottigliette di inchiostro, si può notare un divertente inside-joke, rappresentato da una lettera con su scritto: "Caro Bonvi, l'ultimo episodio di Cattivik è uno schifo. Se in futuro non migliorerà, si ritenga licenziato. Baci, Martini". Il Martini in questione è il celebre Leonello, direttore delle Edizioni Alpe in quel periodo. Benchè quell'episodio sempri a prima vista realizzato da Bonvicini, che del resto vi appare all'interno caricaturizzato, in realtà esso è frutto del lavoro di Silver, a cui il personaggio venne definitivamente affidato nel 1972. "Io ero impegnatissimo nell'enorme produzione di Nick Carter - spiega Bonvi - e a Silver Cattivik piaceva. 'Lo... l-lo p-p-posso fare io?', chiese. 'Tienilo! E' tuo!' risposi, magnanimo".  Il Cattivik di Silver è diverso nella forma (non assomiglia più a un peperone, ma si assottiglia assumendo prima la silhouette di una melanzana, poi quella di una pera) e le sue storie, soprattutto,  raggiungono un notevole livello grafico e narrativo, snodandosi lungo un percorso di vignette ben costruite e molto curate, supportate anche da divertenti sceneggiature. 
Cessate le pubblicazioni sulle pagine di Tiramolla, Silver trasferisce il personaggio sul Corriere dei Ragazzi. E' lì che avviene il debutto di Lupo Alberto. Guido Silvestri racconta così gli antefatti di quello storico evento: "Alla fine del 1973 la casa editrice Dardo aveva in progetto una rivista di grande formato curata da Bonvi e Castelli. Mi proposero di fare una striscia completamente mia, ma mancavano solo venti giorni alla scadenza, e tirai fuori dal cassetto il vecchio progetto di una striscia intorno alla vita di una fattoria, che avevo abbozzato qualche anno prima. Il giornale poi non è mai uscito, ma Bonvi, in uno dei suoi frequenti spostamenti a Milano, prese quelle strisce per portarle a vedere a Francesconi, direttore del Corriere dei Ragazzi. Io non volevo, anche se le avevo fatte con grande passione. Dentro ci avevo messo tutto il patrimonio di cose imparate in quegli anni, e anche i sogni segreti, soprattutto la lezione del Pogo di Walt Kelly. Con mia grande sorpresa, a Francesconi quelle strisce piacquero moltissimo e mi inviò un telegramma (perchè ancora non avevo il telefono) in cui mi proponeva di continuare a farne. La mia gioia fu grande".
Bisogna notare che nei progetti di Silver la striscia doveva intitolarsi "La fattoria dei McKenzie", e il lupo chiamato Alberto vi avrebbe figurato come personaggio di contorno, comparendo di tanto in tanto, mescolato insieme a tutti gli altri animali dai nomi comuni: Marta, Enrico, Cesira, Alcide. Sennonchè Alfredo Castelli, anche all'epoca con le mani in pasta dappertutto e al lavoro come redattore alla corte di Francesconi, decise di sua iniziativa (senza neppure consultare Silver) che il nome "McKenzie" era troppo difficile da pronunciare dai ragazzi più piccoli e che in ogni caso alla striscia avrebbe giovato l'identificazione con un singolo personaggio: così attribuì al fumetto il titolo "Lupo Alberto", obbligando l'autore a dare al lupo  un ruolo di primo piano. Silver non se ne lamenta, anzi, ritiene che "probabillmente il lupo sarebbe diventato il protagonista della striscia in ogni caso, anche se adesso Enrico La Talpa sta acquistando un ruolo sempre più importante". 
Ciò non toglie che le storie della fattoria siano corali: ci sono almeno una decina di personaggi caratterizzati in maniera efficacissima, ciascuno rappresentante una tipologia umana sottoforma di animale. Il debutto del Lupo sul Corriere dei Ragazzi è datato 1974. Nel 1976 Silver comincia a collaborare con l'Editoriale Corno: sulla rivista Eureka diretta da Luciano Secchi appaiono, oltre alle strisce del Lupo, anche altri suoi lavori su testi propri, di Bonvi e di Max Bunker. Lupo Alberto riscuote un successo notevolissimo: un referendum fra i lettori, nel marzo 1978, lo elegge il miglior personaggio della rivista, facendogli battere per distracco le Sturmtruppen di Bonvi e addirittura il mitico Andy Capp, da sembre bandiera di Eureka. Nel 1979 Silver si imbarca con Maurizio Costanzo nell'impresa del quotidiano "L'Occhio", di cui è il vignettista ufficiale.  Agli inizi degli Anni Ottanta, in coppia con Alfredo Castelli realizza la serie "La vecchia casa oscura" e dirige una nuova versione di Eureka. In questa occasione Silver imprime un radicale mutamento di rotta a Lupo Alberto: per più di mille strisce, il personaggio era stato portato avanti sottoforma di gag destinate a concludersi nel breve volgere di tre-quattro vignette. Con l'Eureka di Castelli e Silver (subentrati nella direzione della rivista al posto di Luciano Secchi che aveva lasciato l'Editoriale Corno per creare la sua Max Bunker Press) si cominciano a vedere le prime short-story  sviluppate su più pagine, e le tavole autoconclusive distribuite si quattro strisce. 
Fu proprio dirigendo Eureka che Castelli e Silver pensarono a una testata tutta dedicata al Lupo, e inventarono il formato a sviluppo orizzontale mandando in edicola i primi otto numeri di una riedizione cronologica dell'intera serie. L' esperimento si interruppe a causa del naufragio della Corno, ma fu ripreso nel 1985 dalla Glenat Italia: "Lupo Alberto" tornò in edicola con una rivista tutta sua e, quel che più conta, con una quindicina di tavole inedite ogni mese. Attraverso vari cambi di editore, la testata è ancora in edicola.

sabato 6 agosto 2016

SASQUATCH, ENIGMA ANTROPOLOGICO



SASQUATCH, ENIGMA ANTROPOLOGICO
di Renzo Cantagalli
SugarCo Edizioni
1975, brossurato
210 pagine, 3500 lire

La collana "Universo Sconosciuto" della Sugar, in cui è inserito questo saggio, pubblicava, negli anni Settanta, i best seller di Peter Kolosimo, primo fra tutti "Non è terrestre", su cui hanno sgranato gli occhi i più curiosi della mia generazione. Accanto ai libri di Kolosimo, però, trovavano posto però anche altre indagini sul mistero che poi avrebbero offerto spunti a non finire per la serie di Martin Mystére e oggi vengono saccheggiate dagli autori di "Voyager". Per cui ecco testi sul mostro di Loch Ness, le sculture dell'Isola di Pasqua, la vita oltre la morte e così via. Fra tanti titoli non sfigura questo studio dedicato al Sasquatch, la misteriosa creatura che ha ispirato, oltre a un racconto del BVZM datato 1984, anche uno di Tex (1979) e uno di Zagor (1988). Ma anche molti film, telefilm, cartoni animati,romanzi, brani musicali, documentari, videogiochi e chi più ne più ne metta. "Studio", beninteso, senza valenza scientifica, trattandosi di un onesto lavoro puramente compilatorio, messo insieme rovistando fra un po' tutti gli scritti, le foto e i filmati disponibili all'epoca (oggi il bottino sarebbe stato ancora più ricco), riportando le testimonianze e le opinioni degli studiosi, senza prendere posizione ma mettendo uno accanto all'altro tutti gli elementi perché il lettore possa farsi una propria idea. Cantagalli, comunque, riferisce di aver visitato molti dei luoghi di cui parla e di aver personalmente intervistato alcuni degli abitanti, e c'è da credergli. Il Sasquatch, negli States, viene anche chiamato Bigfoot (ovverosia “piedone”), dato che le impronte del gigantesco scimmione (così viene descritto) rinvenute sul terreno dimostrano infatti come la bestia abbia una pianta podalica grossa il doppio di quelle degli esseri umani, e un peso di diversi quintali, giustificato del resto da una altezza che si aggira mediamente sui due metri e mezzo. Le orme dei piedi, da cui sono stati rilevati degli impressionanti calchi, misurano tra i 40 e i 46 centimetri. Si tratterebbe di un primate bipede dai grandi occhi, senza collo, coperto da una folta pelliccia che varia dal rosso scuro al nero. E’ stato avvistato in tutte le Montagne Rocciose ma soprattutto negli stati di Washington e dell’Oregon. La “caccia al mostro” si scatenò nel 1957, dopo che un certo Albert Ostnam raccontò di essere stato rapito per sei giorni da una di queste misteriose creature, tuttavia i totem dei pellerossa le raffiguravano da molto tempo prima. Anche le cronache dei colonizzatori europei registrano numerosi avvistamenti. La prima risale al 1811, quando l’esploratore David Thompson scoprì delle enormi impronte sulla neve. Da allora in poi è stato un susseguirsi di avvistamenti, in alcuni casi suffragati da foto e video (non in grado però di chiarire il mistero), fino ai giorni nostri. Alcuni scienziati, tra cui l’antropologo Gordon Strasemburg, hanno formulato l’ipotesi secondo cui i Bigfoot potrebbero essere esemplari di ominidi sopravvissuti all’estinzione, forse esemplari di gigantopithecus, una scimmia asiatica di grandi dimensioni. Ma, in generale, tra gli studiosi prevale lo scetticismo. E, se mai foste interessati alla mia opinione in proposito, sono scettico anch'io.

venerdì 5 agosto 2016

AVVICINATEVI ALLA BELLEZZA



AVVICINATEVI ALLA BELLEZZA
di Giovanni Capecchi 
Maria Cristina Masdea
Valerio Tesi e Grazia Tucci
Giorgio Tesi Editrice
2015, brossurato
150 pagine)

Da buon pistoiese ho sempre ritenuto di stupefacentemente belle le ceramiche del fregio che orna la facciata dell'antico, trecentesco Spedale del Ceppo. E mi sono sempre chiesto perché non godessero della fama di tante altre opere d'arte della Toscana. Adesso che è stato portato a termine un lungo e accurato restauro, e i colori delle terracotta invetriate sono tornate al loro primitivo splendore, ci sono buone probabilità che i visitatori accorrano sempre più numerosi ad ammirarle. Insomma, che "si avvicinino alla bellezza", come recita il titolo del catalogo che Giovanni Capecchi, Maria Cristina Masdea, Valerio Tesi e Grazia Tucci hanno confezionato in occasione della fine dei lavori e dell'apertura al pubblico dell'allestimento museale realizzato all'interno del vecchio Ospedale (oggi monumento storico, dato che è stato costruito un moderno nosocomio in periferia). L'allestimento ricostruisce le corsie dei letti così come erano nel medioevo e propone anche ai visitatori i ferri chirurgici in uso nei secoli passati (uno spettacolo degno di un film horror, ma anche una importante testimonianza sulla vita, e sulla morte, dei nostri avi). E' visitabile anche un piccolo ma assolutamente ben conservato teatro anatomico in cui i professori di un tempo sezionavamo i cadaveri per far scuola agli studenti di modicina. 



Ma torniamo al fregio, ovvero a una decorazione di grandi dimensioni sulla facciata dello Spedale, a lungo attribuita alla bottega dei Della Robbia, ma oggi riconosciuta in gran parte come opera del lavoro della famiglia "rivale" e contemporanea di Santi Buglioni. Le ceramiche, lucide e coloratissime, sono state eseguite nei primissimi anni del Cinquecento secondo la tecnica della terracotta invetriata di cui sia i Della Robbia che i Buglioni erano maestri - e, si dice, depositari del segreto della lavorazione, tutt'oggi non del tutto chiarito. La commissione dell'opera si deve a un frate certosino, spedalingo si Santa Maria Nuova a Firenze, Leonardo di Giovanni Buonafede, abile amministratore e amante dell'arte. Da buon mecenate volle farsi raffigurare in prima persona in più punti del fregio, che raffigura le opere di misericordia corporali. Le figure sono tutte a grandezza naturale e dunque gli atteggiamenti sono ben visibili dalla piazza antistante l'edificio, nonostante i trovino a parecchi metri di altezza, Ma se l'insieme, monumentale, stupisce per le dimensioni, lasciano a bocca aperta i particolari e la recitazione dei personaggi. Il catalogo, oltre a inquadrare storicamente il capolavoro pistoiese, mostra in dettaglio decine e decine di volti, la cui perfezione espressiva ha del miracoloso. Inoltre, vengono descritte le difficoltà del restauro e le modalità con cui si è provveduto a eseguirlo, Il mio consiglio è di cercare su Google le immagini del fregio, e poi venire a Pistoia ad ammirarle dal vero.


giovedì 4 agosto 2016

IL PRIMO LIBRO DEL BAMBINO



IL PRIMO LIBRO DEL BAMBINO
di Elisa Cappelli
Salani
cartonato, 1916

Il volume è stato ristampato in anastatica nel 2012 dalla RBA nella sua collezione "Biblioteca del Ricordo", che recupera testi per l'infanzia rari o dimenticati riproponendoli nel formato dell'epoca in cui uscirono (ne abbiamo già recensiti alcuni in questo blog, come "La vita di Gesù" o "Il segretario galante"). "
Il primo libro del bambino" è un testo scolastico destinato a insegnare lettura e scrittura. Commuove un po' vedere in fondo la scritta: "Ora so leggere e scrivere!". All'interno, si trovano tutti gli esercizi che ci si aspetta in un'opera del genere, e dunque si comincia con le lettere dell'alfabeto, le sillabe, i numeri. Il tutto spiegato, devo dire, con molto garbo e, soprattutto, con illustrazioni che permettono di immergersi nell'atmosfera di inizio Novecento, compresi quelli che oggi vengono considerati errori pedagogici: "Mario e l'Ada scrivono bene; ma la Marietta vorrebbe tenere la penna con la mano sinistra invece che con la destra, come naturalmente dev'essere tenuta", spiega una didascalia sotto una illustrazione che mostra la Marietta di spalle, delusa e scornata nel guardare Mario e l'Ada che invece scrivono sorridenti in favore di camera: non si allude a punizioni corporali o a braccia legate dietro la schiena ma certo i mancini si devono essere sentiti tutti molto in colpa. Arrivati oltre pagina 60, arrivano i primi esercizi di lettura: "In un pollaio vivevano due galletti: erano fratelli e avrebbero dovuto amarsi. Invece non facevano che becchettarsi dalla mattina alla sera. Finalmente la massaia disse: 'Questi polli sono troppo cattivi: bisogna punirli!'. Li prese e li mise tutti e due in pentola, poi li accomodò in un vassoio e a desinare li servì in tavola". La morale è facile da trarre, ma se fossi stato un bambino dell'epoca mi sarei chiesto se, prima di metterli in pentola, ai due galletti fosse stato almeno, pietosamente, tirato il collo o se la massaia li avesse messi a bollire vivi. Arrivando alle pagine dei numeri, si fanno degli esempi: tre gatti, due candelieri, un magnano. Rileggo: magnano. Ecco, io non saprei dire che cosa sia. Dalla figura, si direbbe che il magnano sia un fabbro. 
A pagina 77, una istruttiva pagina dedicata al Re d'Italia. "Vittorio Emanuele III è il Re d'Italia. Egli è il figlio di Umberto I, che cadde colpito al cuore da una pallottola assassina. Amava il popolo, era prode, era generoso e pietoso, e fu chiamato il 'Buono'. Vittorio Emanuele III ha tutte le virtù del padre. E' un Re saggio, valoroso , leale. La madre del nostro Re fu Margherita di Savoia, donna di elette virtù, colta e gentile. La sua sposa, la mostra Regina, è Elena del Montenegro, e appartiene a una famiglia di forti e di prodi. Il Re e la Regina d'Italia hanno cinque figli. La maggiore d'età è la principessa Iolanda. Vengono poi la principessa Mafalda, Umberto principe di Piemonte e le principesse Giovanna e Maria. Umberto è il principe ereditario del trono d'Italia; la sua sposa è la principessa Maria Josè del Belgio. Il nostro Re e la nostra Regina sono buoni e pietosi. Appena una sventura contrista il popolo, essi corrono a consolarlo. Viva il Re! Viva la Regina d'Italia. Il tutto è molto istruttivo alla luce dei fatti dei decenni successivi. Viene però da pensare al pensiero di che risate si farebbero i ragazzi di oggi se in un libro di scuola si parlasse di un Presidente della Repubblica o di un Primo Ministro buoni e pietosi.

domenica 31 luglio 2016

LA SECONDA VITA DI MAJORANA


LA SECONDA VITA DI MAJORANA
di Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini
Chiarelettere
2016, brossurato
200 pagine, 16.90 euro

"Finalmente risolto uno dei più misteriosi gialli italiani - uno scoop internazionale", recita la scritta sulla fascetta. Che la misteriosa scomparsa del fisico Ettore Majorana, uno dei geniali "ragazzi di via Palisperna" radunati attorno a Enrico Fermi negli anni Trenta, sia uno dei più affascinanti casi di sparizione nel nulla su cui si sia indagato dal 1938 in poi, non ci sono dubbi. Che il giallo però possa essere del tutto risolto dopo la pubblicazione di questo elettrizzante libro, però, è difficile poter concordare. Vedremo perché dopo aver riassunto per sommi capi la vicenda. Ettore Majorana, catanese classe 1906, è un ragazzo prodigio in grado di intuizioni matematiche fuori del comune e con capacità di calcolo e di analisi in grado di competere con le menti più eccelse della fisica teorica. Enrico Fermi lo chiama a lavorare con lui, il rapporto fra i due però è conflittuale. Majorana ha un carattere introverso, è solitario e riservato, pare sfortunato in amore. Per di più il periodo di Via Panisperna prelude alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, di cui forse Ettore intuisce l'apocalittica portata. Fatto sta che dopo aver lasciato alcune lettere sibilline in cui fa capire di aver maturato una decisione drastica, sparisce nel nulla. Ha però ritirato tutti i suoi risparmi e si è portato dietro il passaporto. Anche per ordine di Mussolini, il giovane scienzato viene cercato dovunque ma le ricerche sono vane. C'è chi teme un suicidio (si sarebbe affogato in mare gettandosi da una nave di linea in navigazione fra Palermo e Napoli - viaggio per cui aveva comprato un biglietto), chi lo ritiene rifugiato in un convento, chi giura di averlo riconosciuto in un barbone che vive alla macchia. Finché, nel 2008, un settantenne di Latina, Enrico Fasano, presenta alla magistratura (dopo aver contattato la trasmissione "Chi l'ha visto?") una foto scattata in Venezuela negli anni Cinquanta (là dove lui era emigrato in cerca di lavoro, essendo in quel periodo quel Paese ricco e pieno di opportunità). La foto lo mostra, lui poco più che ventenne, con un cinquantenne che sembra proprio essere Ettore Majorana, ma che diceva di chiamarsi Bini. Almeno, tutte le perizie effettuate dagli inquirenti danno esito positivo: Bini, stando agli esperti, è Majorana. Fasano ricorda Bini come un amico molto riservato di cui però sapeva poco, proprio in ragione del fatto che non raccontava quasi nulla di sé. Di lui perse le tracce durante un colpo stato avvenuto in Venezuela nel 1958, che lo obbligò a ritornare in Italia. Che fine abbia fatto Bini, non si sa. Fasanbo cita però degli amici comuni, un certo Nardin, un certo Carlo, un certo Ciro. Uno di loro, Carlo, gli avrebbe appunto detto che Bini non era il vero nome dell'uomo, che in realtà si chiamava Majorana ed era uno scienziato. Non solo: Fasano è in grado di esibire una cartolina scritta da un fratello di Majorana a un amico americano, che Bini aveva con sé e che per caso è rimasta nelle sue mani. Purtroppo Fasano è morto nel 2011, ma i tre autori dell'inchiesta alla base del libro hanno potuto ricostruire molti altri particolari parlando con la sua famiglia, depositaria di confidenze e ricordi non finiti nei verbali della magistratura. Borello, Gironi e Sceresini sono partiti per il Venezuela (uno dei paesi del mondo in cui è più difficile indagare, per le difficoltà economiche attuali e l'imperversare di banditi pronti a uccidere chiunque in qualsiasi luogo). "La seconda vita di Majorana" ricostruisce passo per passo la loro inchiesta, e la lettura è avvincente. Il racconto di Fasano trova di decine di conferma, anche solo per "sentito dire". Tutti ci aspettiamo, a un certo punto, una prova regina: che però non c'è. Anzi, se abbondano gli indizi mancano le tracce. Per ogni tassello che va al suoi posto ci sono cento "non ricordo", "non risulta", "niente è agli atti". E' vero che ci sono mille motivi che giustificano la mancanza di riscontri concreti, fatto sta che tutto resta approssimato. L'indagine sembra condurre, a un certo punto, a una sorta di laboratorio segreto del governo venezuelano, dove probabilmente Majorana aveva qualche incarico scientifico: sembra però la trama di un film di spionaggio. Gli elementi ci sono, ma le conclusioni no. I dubbi più clamorosi, secondo me, sono sollevati dagli anni che, a quanto pare, il fisico trascorse a Buenos Aires: varie testimonianze affermano che il catanese vivesse in Argentina con il suo vero nome e frequentasse la comunità italiana. Chi dice di averlo incontrato (senza poter esibire prove) sostiene che la sua fuga fosse dovuta ai dissapori con Fermi. Solo i sommovimenti politici dopo il crollo del peronismo lo avrebbero convinto a spostarsi, con l'amico Carlo, nel vicino e (in quel momento) ospitale Venezuela. Ecco: capisco la difficoltà di trovare tracce di un fantomatico Bini (nome falso) in territorio venezuelano, ma possibile che non resti traccia nei luoghi dei lunghi anni argentini, trascorsi presentandosi proprio come Ettore Majorana? E sarà mai possibile, che uno che scompare ed è risercato dovunque, non si celasse sotto una falsa identità? Anche in questo caso gli autori dell'indagine fanno ipotesi sul perché di certe testimonianze non si trovino conferme, ma ecco, se fossi io a indagare, più che sul Venezuela mi concentrerei su Buenos Aires. Per concludere: Borello e compagni mi hanno convinto sul fatto che Bini fosse Majorana e che dunque il fisico fosse vivo attorno al 1955 in Sud America, mentre resta nel mistero quale fosse il suo lavoro (onesto, o invischiato con i servizi segreti di potenze straniere?). C'è spazio un altri libri. E per cento film, fumetti e romanzi.

mercoledì 27 luglio 2016

PIER LAMBICCHI E L'ARCIVERNICE



PIER LAMBICCHI  E L'ARCIVERNICE 
di Giovanni Manca
Mondadori
cartonato, 1970

Nel 1930, collaborando con il "Corriere dei Piccoli" dopo altre esperienze come vignettista (per esempio, sul "Guerin Meschino"), Giovanni Manca crea il personaggio di Pier Cloruro de' Lambicchi.  Si tratta di uno scienziato un po' folle ma non del tutto pazzo, che armeggiando nel suo laboratorio inventa una formula chimica "che non capiva neppure lui". Si tratta di una sostanza, prontamente ribattezzata "arcivernice", che spalmata su una qualunque immagine dipinta o riprodotta a mezzo stampa (ma anche sui tatuaggi dei marinai, per esempio), riesce a farla diventare vera. Le potenzialità umoristiche erano moltissime, e Manca seppe sfruttarle una dopo l'altra in una serie interminabile di sketch in cui di volta in volta prendono vita antichi guerrieri, personaggi famosi, animali veri e mitologici, e perfino i disegnetti fatti col gesso sul muro da un bambino. Le vignette sono pulite e godibilissime, colorate a tinte pastello, le storie brillanti e ancor oggi molto moderne. Un unico difetto: lette una per settimana, potevano essere esilaranti; lette tutte di fila raccolte in volume finiscono per essere un po' ripetitive. Ma la forza della trova e la grande abilità nello sfruttarla rimangono indiscusse. 
Scrive Piero Chiara nella sua nota introduttiva: "La fantasia di Giovanni Manca ha spaziato per anni lungo il patrimonio culturale che la semplificazione scolastica ha ridotto in poche formule, richiamando in vita personaggi e fatti storici attraverso il filtro della deformazione caricaturale e favolistica. Le sue creature, e in particolare Pier Lambicchi con la cameriera Sofonisba e il nipote Pierino, agiscono con gran disinvoltura dentro un mondo surreale nel quale è facile trasferirsi, non solo in virtù delle capacità poetiche dell'artista, ma proprio per la chiarezza e la plausibilità del suo disegno, che sembra uscire non dalla matita ma dalla mente, la quale proietta sulla carta delle immagini cose precise ed essenziali da sembrare dei fotogrammi, ripresi in quell'al di là dell'immaginazione dove Giovanni Manca elabora i suoi miti". La saga di Pier Lambicchi si conclude con l'arcivernice che fa diventare di carne e ossa la gallina dalle uova d'oro raffigurata in un libro di fiabe, così che il nostro finisce di avere problemi economici. Ma poiché viene chiamata in vita anche la personificazione della Gloria e Sofonisba, gelosa, la caccia a colpi di scopa, Manca chiude la serie con questa didascalia: "Pier Lambicchi, professore, inventore e grande scienziato, fu dimenticato perché la sua serva bisbetica e ignorante, un giorno aveva scacciato di casa la gloria a colpi di scopa!".


lunedì 25 luglio 2016

IL CODICE DA VINCI




IL CODICE DA VINCI
di Dan Brown
Mondadori
Edizione Speciale Illustrata
2005
Traduzione di Riccardo Valla
cartonato - 460 pagine

Nei ringraziamenti finaliDan Brown menziona per primo il suo editor, Jason Kaufman, il quale avrebbe “sinceramente capito il vero significato di questo libro”.  C’è dunque da chiedersi quale sia, questo significato. Secondo me, la “chiave di volta”, se ce n’è una ed è quella che serve per capire, è da rintracciarsi nel penultimo capitolo del romanzo, allorché Marie Chauvel spiega a Robert Langdon come la vera storia del Graal (quella ipotizzata dal racconto che si avvia a conclusione, e cioè legata alla metafora del “calice” femminile, in fondo l’ “urna molle e segreta” cantata anche dal Pascoli nel “Gelsomino notturno”) sia stata raccontata per secoli “dall’arte, dalla musica, dai libri, sempre di più, giorno dopo giorno”. E poiché anche Robert sta lavorando a un saggio sul femminino sacro, la donna lo esorta: “Lo pubblichi, signor Langdon. Canti la canzone alla dea. Il mondo ha bisogno di moderni trovatori”. Ecco, quindi, che cos’è “Il codice da Vinci”: una canzone alla dea. 
Stupisce, perciò, il livore degli ambienti clericali più integralisti riguardo a un romanzo tutto sommato abbastanza moderato, nel senso che volendo stupire con effetti speciali si potevano inventare versioni alternative della vita di Gesù assai più clamorose e spettacolari. Nulla, nelle ipotesi sostenute dai personaggi, contrasta contro la fede in Dio, né si mette in dubbio la grandezza di Cristo, e perfino i cattivi del racconto, alla fine, non sono riconducibili al Vaticano. Anzi, il “colpevole”, Leigh Teabing, è un nemico giurato della Chiesa di Roma. Personalmente, non sono affatto turbato dall’idea che Gesù possa aver avuto dei fratelli e una moglie (io non mi pronuncio sulla faccenda, ma so di biblisti che ne sono convinti). Non capisco in che modo l’idea di un “figlio di Dio” che si fa uomo possa essere messa in crisi dal fatto che l’accettazione dell’umanità sia portata fino al punto di sposare una donna, o generare una prole, come se questo possa rappresentare un male. Dunque, non vedo nella teoria di un ipotetico matrimonio di nostro Signore nulla che possa far dubitare della sua divinità o mettere in discussione i suoi insegnamenti. Quindi, la congettura è di per sé innocua o, a voler essere proprio drastici, non particolarmente dannosa. Mi chiedo perché non disturbino di più i romanzi e i film sull’Anticristo e sugli esorcisti. Dan Brown, in fondo, parla di amore e di eterno femminino. A me, per assurdo, non interessa particolarmente quel che Brown pensa realmente a proposito del Graal: non è uno scienziato. A me interessa, come lettore di un suo romanzo, quel che partorisce la sua fantasia. Ai mei occhi, fa testo solo il suo racconto, e fa testo solo in quanto fabula.
Infatti, la questione è di lana caprina perché stiamo parlando non delle tesi più o meno eretiche di un teologo, o del saggio di uno storico o comunque di un testo accademico. Forse i detrattori non hanno ben capito che si tratta di un romanzo. Cioè, di fiction. A parlare, e talvolta a citare passi di presunti documenti, sono dei personaggi di fantasia che, come tali, possono inventarsi quello che vogliono. Non mi è parso di scorgere, nelle pagine di Dan Brown, alcuna pretesa di farsi portavoce di qualche presunta verità: l’intento è soltanto quello del romanziere che cerca di accattivarsi la curiosità del lettore, di avvincerlo, di meravigliarlo e stupirlo come il prestigiatore che fa uscire un coniglio dal cilindro. Chi volesse approfondire, insomma, dovrebbe farlo altrove, e non vedo come si possa imputare a un autore ciò che i protagonisti di un suo racconto vanno sproloquiando. Altrimenti, sarebbe come se si rimproverassero a Cervantes i discorsi astrusi di Don Chisciotte  o se qualche scienziato rinfacciasse ad Asimov i balzi nell’iperspazio o le Tre Leggi della robotica. E immagino che la fantasia non manchi neppure in molte biografie dei santi dei tempi che furono, come quelli dove si racconta di Santa Brigida che cambiava l’acqua in birra.
Per di più, i personaggi del Codice da Vinci si limitano a riportare tesi già note, finendo per fornire, sì, interpretazioni suggestive di fatti e opere d’arte ma senza nessuna pretesa di documentare alcunché.Alla base del libro c’è, infatti. un saggio di Richard Leigh, Michael Baigent ed Henry Lincoln, The Holy Blood e The Holy Grail (1982), noto in Italia come Il santo Graal (ovviamente, me lo sono procurato)Non a caso, l’anagramma di Teabing è proprio Baigent, e il nome del cattivo, Leigh, richiama il cognome di un altro degli autori. Dunque, se c’è qualcuno con cui prendersela sono proprio gli autori del volume da cui Brown ha preso ispirazione. Ma, del resto, le leggende su Maria Maddalena non le hanno inventate neppure loro. Dunque, davvero non si capiscono gli anatemi. Eppure, il best seller di Dan Brown ha scatenato tutta una infervorata letteratura a smentita, come se si trattasse di un saggio scientifico e non si è avuta una analoga mobilitazione contro Il santo Graal. Mah.

Ai miei occhi, la cosa più incredibile del romanzo è il fatto che la maggior parte degli eventi si svolga nel corso di una notte. Un po’ come accade a Principe Miskin all’inizio dell’Idiota di Dostojevsky, insomma, che in un giorno riesce a fare tante di quelle cose da riempire una settimana. Suona un po’ strano anche il fatto che il vecchio Sauniere, curatore del Louvre, riesca in mezz’ora, prima di morire, ad architettare un così complicato gioco enigmistico perché la nipote, l’esperta in linguaggio cifrati Sophie Neveu. A parte ciò, pur nei limiti di una scrittura senza pretese e non trascendentale, il romanzo è avvincente e affascinante. Cosa non trascurabile, propone un giallo ben architettato, con un colpevole imprevedibile (un alleato di Langdon e Sophie che sembra braccato al pari loro da un misterioso “Maestro” – che pare inviato contro di loro dal Vaticano, mentre così non è), un killer inquietante (un gigantesco monaco albino, Silas), e un potenziale cattivo, su cui cadono inizialmente tutti i sospetti, che poi si rivela innocente (il poliziotto “papista” Fache, della polizia di Parigi). Il protagonista, Langdon, è poi un tipo interessante e si merita un ritorno sulle scene (dopo essere giunto alla sua seconda apparizione proprio con questo romanzo).
Ma sarebbe ingiusto, oltre che sbagliato, parlare del Codice da Vinci soltanto come di un thriller. E’ evidente che, dato l’argomento si cui si indaga,  ci sia di più. Personalmente ho trovato poetica e accattivante la lettura (pur di stampo romanzesco) della figura di Cristo che viene proposta: quasi dispiace che non corrisponda del tutto a quella del catechismo. Ma non solo. Tutta la storia dell’umanità, molti miti, una infinità di simboli, centinaia di opere d’arte e decine di personaggi storici finiscono per essere interpretati alla luce del “femminino sacro”, che rimanda alle società matriarcali della preistoria e alla “magia” del sesso (l’orgasmo come ponte di accesso verso la divinità) e della vita (atto creatore della donna). Il Graal dunque non sarebbe una coppa, che del resto è un simbolo femminile, ma sarebbero Maria Maddalena e la sua discendenza. A lei, Dan Brown ha cantato la sua canzone da moderno trovatore. Il che mi pare bello. 


L’edizione illustrata della Mondatori che io ho letto,  arricchisce ogni passaggio del romanzo con puntali riferimenti iconografici, così efficaci che mi chiedo come possano aver compreso i lettori del romanzo le tante spiegazioni fornite nel testo senza il supporto delle immagini, non presenti nelle altre edizioni.

GUIDA AI MIGLIORI (E PEGGIORI) FUMETTI HORROR MADE IN ITALY



GUIDA AI MIGLIORI (E PEGGIORI) FUMETTI HORROR MADE IN ITALY
di Daniele Francardi
Edizioni EUS
2015, brossurato
170 pagine, 15.90 euro

Anch'io, come l'esperto di letteratura horror Stefano Fantelli che firma la brillante prefazione, ho avuto la fortuna di leggere, negli anni, quasi tutti i fumetti di cui parla questo libro. Cioè, i tanti, tantissimi comics dell'orrore realizzati in Italia dagli anni Sessanta fino al 2015 (la seconda edizione del volumetto, dopo una prima tiratura del 2012 andata esaurita, è aggiornata appunto a questa data). Fumetti firmati da grandi autori, fumetti scarabocchiati da incapaci, ma fumetti che hanno fatto rabbrividire, e quindi divertito, generazioni di lettori. Daniele Francardi (Roma, 1981) nonostante la giovane età dimostra di aver recuperato e consultato intere collezioni di testate uscite ben prima della sua nascita e di essere un vero cultore della materia (non a caso ha diretto festival di cinema horror e collane di libri di paura). Tuttavia, il suo approccio alla materia non si può definire accademico. Purtroppo (almeno per le aspettative del sottoscritto), la schedatura alfabetica delle pubblicazioni è piuttosto povera e i commenti dell'autore sono poco più che appunti essenziali (il più delle volte rimandano a gusti personali, anche se non di rado questi risultano condivisibili), non sufficienti a inquadrare le opere nel contesto, e non si stabiliscono gerarchie qualitative. Anche a livello di grafica, il volume lascia a desiderare: l'aspetto complessivo è decisamente misero approssimativo. Sembra più un'autoproduzione a livello fanzinistico che un saggio degno di questo nome. Diciamo che si tratta di un vademecum tascabile che serve a orizzontarsi in un mare magnum, ma certamente sarà altrove che si dovranno approfondire gli argomenti e soddisfare le curiosità. A proposito di curiosità, sorprende che la copertina abbia rilegato il volume alla rovescia (almeno nella copia in mia possesso), cioè alla giapponese. Immagino invece che l'aspetto "maltrattato" della cover sia un effetto voluto. Peccato per le illustrazioni che sono raggruppate fuori testo e non inserite a commento delle singole voci. A proposito di voci, c'è anche Zagor (così come ci sono i personaggi Bonelli che hanno o hanno avuto a che fare con tematiche horror).

domenica 24 luglio 2016

TRA I CASTAGNI DELL'APPENNINO



TRA I CASTAGNI DELL'APPENNINO
di Marco Aime e Francesco Guccini
UTET
2014, brossurato
160 pagine, 14 euro

Si tratta di un libro intervista che ripercorre la carriera di Francesco Guccini, modenese classe 1940, ma legato in modo molto stretto al paese di Pàvana, sulle montagne pistoiesi, di dove era originario suo padre (la madre invece era di Modena). Proprio a Pàvana si svolge l'intervista di Marco Aime (Torino, 1956), docente di Antropologia Culturale presso l'Università di Genova. Aime raggiunge il borgo in treno, da Bologna, lungo la storica linea Porrettana, e poi riparte scendendo sul versante opposto, fino a Pistoia. Luoghi che conosco molto bene anche io, essendo nato a mia volta da quelle parti (a San Marcello Pistoiese, per la precisione). Come la maggior parte delle interviste raccolte "in diretta" attraverso una registrazione, ci troviamo di fronte a una piacevole conversazione che ha però il difetto di non poter rappresentare un saggio esaustivo: si passano in rassegna dei ricordi senza citazioni puntuali, si raccontano aneddoti, si salta di palo in frasca. Per di più l'intervistatore ha il difetto, tipico di certi appassionati che se sanno più dell'artista stesso, di porre domande lunghissime in cui si fa sfoggio di erudizione, a cui l'intervistato non importa neppure che risponda perché tutto è già stato detto nel quesito. Guccini ascolta evidentemente colpito da tanta fluviale eloquenza e accenna: "sì, certo", o si limita a postillare. Ma non è sempre così, ovviamente e, come dicevo, la conversazione risulta piacevole (piacevolissima, immagino, per cui conosca a menadito l'opera di Guccini - almeno quella musicale, perché ai libri si accenna solo di sfuggita), Molto belle le parti che riguardano l'Appennino e la vita di paese o del tempo che fu. Interessanti gli approfondimenti sugli anni dei Cantautori, e sugli ispiratori di Guccini (Bob Dylan, gli chansonnier francesi). L'artista nota come prima di lui (e degli autori come lui) la canzone italiana fosse ancorata ai temi romantici, poi a un certo punto arrivarono i testi "impegnati". Il cantatore sostiene comunque, credo non a torto, di non avere quasi mai composto liriche "politiche", ma di aver raccontato esperienze di vita, senza sventolare bandiere di partito. Anzi, a un certo punto viene rievocato il "processo proletario" intentato a De Gregori nel 1976, quando nel corso di un concerto al Palalido di Milano il cantautore romano venne contestato e accusato di prendere soldi per cantate. Assurdità di quegli anni, che spinsero Roberto Vecchioni a scrivere "Vaudeville" e lo stesso Guccini a comporre "L'avvelenata". Tra gli aneddoti, uno riguarda un militante di destra che, incontrando il contatore per le strade di Bologna, gli confessò di apprezzare le sue canzoni nonostante la diversità di idee politiche (questo, d'altro canto, mi pare il minimo se si è di buon senso). Fra le cose da sottolineare è come Guccini non ritenga "Dio è morto" una bella canzone (mentre lo sono, secondo lui, "Amerigo",. "Samantha", "Canzone per Anna"), preferisca Bologna a Modena, e ritenga la musica meno importante del testo (ecco, io su questo non sono d'accordo). Ho incontrato personalmente una volta sola Francesco Guccini, in un ristorante, ed è stato gentile nel contraccambiare il mio saluto: mi parve che conoscesse Zagor. Spero di incontrarlo di nuovo.

sabato 23 luglio 2016

EVEREST ALBA DI SANGUE


EVEREST ALBA DI SANGUE
di Dan Simmons
Fabbri Editori
2013, cartonato
480 pagine, 18 euro

Due premesse prima di parlarne. La prima è che davvero, come scrive Stephen King (il cui giudizio è riportato come slogan in copertina), "Dan Simmons viene da un altro pianeta". Insomma, più o meno qualunque cosa troviate a sua firma, vale la lettura.  Simmons è noto come autore di fantascienza ma scrive anche molto altro. In un suo articolo intitolato "La mia carriera di scrittore" e pubblicato come prefazione al suo capolavoro "Hyperion" nella collana "I classici di Urania" (n° 267), l'autore dichiara: "Di me si può dire questo: sono uno scrittore di fantascienza, uno scrittore dell'orrore e uno scrittore punto e basta. Mi rivolgo a tre tipi di pubblico che non si incontreranno mai, e tuttavia ho cercato di presentarli l'uno all'altro perché si scambiassero almeno una stretta di mano". Ecco, "Everest - Alba di sangue" è opera dello scrittore punto e basta. Arriviamo alla seconda premessa. Sono un appassionato di libri sull'alpinismo. Ne ho una discreta collezione, sia quanto a romanzi, sia quanto a saggistica e diaristica, sia quanto a volumi fotografici. Una sottosezione della mia raccolta è dedicata all'Everest e, in particolare, a George Mallory, lo scalatore inglese che per primo, per tre volte, tentò di trovare la via d'accesso alla piramide sommitale del tetto del mondo e poi, nel 1924, scomparve misteriosamente durante l'ultimo tentativo di raggiungere la vetta, insieme al suo compagno d'avventura Sandy Irvine. Il cadavere di Mallory è stato ritrovato, perfettamente conservato, nel 1999 (ed è stato lasciato lì): il ritrovamento non ha permesso di appurare che l'alpinista è morto durante la discesa (aveva in tasca gli occhiali da sole, dunque scendeva con il buio dopo essere partito di mattina), ma non si potuto risolvere il dubbio se abbia o no raggiunto la vetta. Mallory aveva una macchina fotografica che non gli è stata trovata addosso. Dunque era stata presa in consegna da Irvine. E perché uno dà la propria macchina fotografica a un altro? Di solito, è per farsi fotografare. Sulla cima? Il cadavere di Irvine, purtroppo, manca all'appello. Ecco: Dan Simmons immagina una spedizione alpinistica "clandestina" (cioè non registrata negli annali) avvenuta nel 1925. I cinque scalatori (quattro uomini e una donna) sono alla ricerca di due altri alpinisti scomparsi sull'Everest, in circostanze diverse, più o meno nello stesso periodo in cui anche Mallory faceva i suoi ultimi tentativi: un certo lord Percy Bromley e il suo amico Meyer erano lì, per motivi sconosciuti, sulle orme della spedizione inglese, che avevano seguito da lontano. Perché si erano spinti fin lassù, senza neppure essere attrezzati per l'impresa? Cercando le tracce di Bromley e Meyer, l'io narrate Jake Perry e il suo gruppo, guidato dal carismatico Deacon, detto "il Diacono", trovano i cadaveri sia di Mallory che di Irvine, e in tasca di quest'ultimo recuperano la fatidica macchina fotografica. Trovano anche gli scomparsi di cui erano alla ricerca e risolvono il mistero sulla loro presenza sull'Himalaya, legato in un modo che non intendo rivelarvi sia alla leggenda dello Yeti (le cui orme furono fotografate anche da Mallory stesso) sia agli albori del nazismo. Non si tratta però di un romanzo horror, né ci sono elementi fantastici. Tutto è assolutamente realistico. Anzi, il romanzo è documentatissimo dal punto di vista alpinistico: tecniche di arrampicata, difficoltà nella scalata dell'Everest, descrizioni dei passaggi cruciali realmente esistenti, mal di montagna, attrezzatura, Sherpa, c'è tutto. E c'è la ricostruzione del "caso Mallory". Che cosa contiene la macchina fotografica? Per saperlo, dovrete arrivare a pagina 476.

venerdì 22 luglio 2016

SCONOSCIUTI IN TRENO



SCONOSCIUTI IN TRENO
di Patricia Highsmith
Bompiani - Corriere della Sera
2012, brossurato
300 pagine, 6.90 euro

Non capisco il paragone con Agatha Christie che hanno proposto i pubblicitari del Corriere per lanciare l'abbinamento dei romanzi della Hihgsmith con il quotidiano di via Solferino (ho letto appunto il "collaterale" da edicola preso con il giornale). Non c'è nessun punto di contatto tra i thriller o i noir psicologici della scrittrice statunitense e i gialli di quella inglese. Ciò detto, trovo bravissime ambedue (pur continuando a preferire Lady Agatha). Da "Sconosciuti in treno", romanzo del 1950 con cui la Highsmith ha esordito, Alfred Hitchcock ha tratto nel 1951 uno dei suoi capolavori, "Delitto per delitto" (sceneggiato, peraltro, da Raymond Chandler). Nel film, il protagonista, Guy Haines, è un tennista di successo, nel romanzo un architetto di grido, ma alla fine l'idea di fondo è sempre quella, semplice e geniale, di due perfetti sconosciuti che, incontrandosi per caso in uno scompartimento su un vagone ferroviario, scoprono che da un delitto a testa ricaverebbero grossi vantaggi: la moglie crea problemi a Guy, il padre opprime Charles Bruno, l'altro viaggiatore. E' proprio Bruno a suggerire che se ciascuno dei due uccidesse per l'altro, si realizzerebbero due delitti perfetti: al momento degli assassinii, ciascuno dei beneficati potrebbe vantare un alibi di ferro. Haines non ci sta, ma Bruno, che è un alcolizzato psicopatico, entra comunque in azione e uccide la moglie di Guy. Poi comincia a perseguitarlo pretendendo che l'altro ricambi la cortesia. Il martellamento da perfetto stalker con cui Bruno conduce Haines quasi sul punto della pazzia è uno degli elementi di maggiore interesse del romanzo, un classico che non si può fare a meno di leggere (o almeno, da recuperare nella versione cinematografica hitchcockiana).