martedì 16 gennaio 2018

UN DELITTO IN OLANDA




Georges Simenon
UN DELITTO IN OLANDA
Adelphi 
1996, brossurato
146 pagine, 10 euro

Nei suoi primi romanzi, Maigret viene spesso inviato da Simenon in trasferta fuori Parigi. A volte in località sperdute (sul mare o in campagna) della Francia, a volte, come nel caso di "Delitto in Olanda", addirittura all'estero. L'indagine olandese di Maigret è l'ottava (su settantacinque) della serie, ed è datata 1931. Va detto che proprio a Delfzijl, la località dei Paesi Bassi dove è ambientato il racconto, Simenon ideò nel 1929 il suo celebre personaggio (la cui prima inchiesta è datata 1930). E proprio a Delfzijl è stata eretta una statua in bronzo dedicata al commissario parigino più famoso del mondo. Il paesino è da cartolina, con i suoi canali, le sue chiuse, il porto sul Mare del Nord. E' un luogo "dove tutti sono felici, o quasi, e soprattutto dove tutti controllano i propri istinti perché questa è la regola se si vuole vivere nella società". La stessa situazione che ritroviamo in un altro celebre libro di Simenon (senza Maigret), "L'uomo che guardava passare i treni", con un inizio proprio nella terra dei tulipani (e un finale a Parigi) in cui compare un protagonista, Kees Popinga, che ha lo stesso cognome della vittima di "Delitto in Olanda", Conrad Popinga. In entrambi i romanzi la molla che fa scattare l'implacabile trama (molto più avvincente, va detto, nel caso de "L'uomo che guardava passare i treni") è nascosta nel perbenismo, nell'ipocrisia che nasconde il cesto dei serpenti interiori. Se c'è una innovazione che Simonen ha portato nel genere poliziesco europeo è l'abbandono del giallo "all'inglese", cioè con indagini in ville e castelli, con delitti perfetti e vittime e sospetti altolocati che uccidono in biblioteca e in cui si dubita del maggiordomo. Simenon introduce ambientazioni piccolo borghesi se non popolari, e il "metodo Maigret" è basato su una immersione nell'ambiente in cui il crimine è stato commesso più che sull'indizio da trovare con la lente di ingrandimento sul tappeto del salotto. Contano le motivazioni umani, le pulsioni dei personaggi. Ciò detto, nonostante anche "Delitto in Olanda" rientri nella "poetica" simenoniana scavando dietro la facciata del perbenismo di provincia, non si può dire che si tratti del miglior Maigret. Anzi, il confronto fra i sospettati che Simenon organizza nel finale sa un po' di Ellery Queen e le deduzioni indiziarie del commissario sono quantomeno forzate. Il tutto è confezionato comunque nel migliore dei modi, per carità, e si lascia leggere con interesse. Un altro tassello nella saga, senza lode e senza infamia. Maigret viene mandato in Olanda per indagare su un delitto in cui è coinvolto un professore francese, Jean Duclos, ospite di un collega olandese, appunto Conrad Popinga, che lo ha invitato per una conferenza. Ma Conrad viene ucciso nel guardino di casa e Duclos finisce, avendo ritrovato la pistola fumante ed essendo stato sorpreso con quella in mano, fra i sospettati. Maigret non tarda a scoprire che Popinga aveva una relazione con una procace ragazzotta del luogo descritta peraltro con una certa libidine da parte dello scrittore, noto cultore di bellezze femminili, il che offre un movente a più persone: il padre-padrone della fanciulla, un altro pretendente di lei, la moglie di Popinga, altre donne ugualmente corteggiate (e illuse) dall'intraprendente dongiovanni. C'è anche il mistero di un berretto da marinaio trovato in una stanza. Alcuni spunti di interesse sono offerti dal confronto fra il capo della polizia locale e Maigret, dapprima snobbato poi in grado di prendere i comando dell'inchiesta e di mettere in imbarazzo il collega olandese. Il tutto, complicato dalla differenza di lingua (Maigret non parla la lingua del posto) ma reso affascinante dalla ricostruzione dei luoghi.


venerdì 12 gennaio 2018

DOLCE SENTIRE

Viaggio molto in auto. Mi sposto continuamente dalla Toscana a Milano e viceversa, tre ore all’andata e tre al ritorno, salvo code; poi ci sono tutti gli altri spostamenti per motivi famigliari, per turismo o per lavoro, come quando devo intervenire a qualche incontro in giro per l’Italia. Insomma, varie ore di guida ogni settimana. Ma ci sono anche le camminate fra casa e l'ufficio, o i viaggi in treno. Tempo assolutamente sprecato. Così, ho imparato a mettere a frutto i miei viaggi divorando un audiolibro dopo l’altro.


Vado in libreria, cerco lo scaffale degli audiolibri, mi compro le ultime uscite e non vedo l’ora di mettermi al volante per sentire i miei acquisti. Quando il testo è particolarmente intrigante, come nel caso della trilogia “Millennium” di Stieg Larsson letta da Claudio Santamaria, mi dispiace persino arrivare a destinazione e dover spegnere il lettore CD: a volte mi faccio persino alcuni giri in più per le strade attorno pur di non dover sospendere l’ascolto prima della fine del capitolo.


Lasciatemi spiegare in che cosa consiste la soddisfazione dell’ascolto di un audiolibro. E’ ovvio che più il libro è bello, più c’è gusto nel seguirne la lettura, ma non è tutto qui. Il punto è che al valore intrinseco del testo, si aggiunge quello della recitazione del lettore chiamato a “interpretarlo”. Più un attore è bravo, più le sfumature della sua voce, i cambi di tono e la diversa enfasi arricchiscono di significati e sottintesi le frasi, ai periodi, ai capitoli. Una delle prove vocali più stupefacenti che mi sono goduto è stata la lettura di “Orgoglio e pregiudizio” da parte di Paola Cortellesi, in grado di dare una voce diversa a ogni personaggio del romanzo, persino quelli maschili, come il cugino Collins o il bel tenebroso Darcy. Ma, talvolta, gli attori che meglio riescono sono quelli più insospettabili: in questi giorni sto ascoltando “Diario di scuola” di Daniel Pennac letto da un incredibile Giuseppe Battiston. Ora, Battiston non sembra avere il phisique du role del sapiente interprete di Pennac, un po’ ostaggio com’è dei suoi ruoli cinematografici e del sospetto che si ha che legga con calata veneta: invece, si rivela un attore bravissimo, dalla dizione perfetta, dai sospiri e dalle modulazioni vocali azzeccatissimi, insomma, è un piacere ascoltarlo.


Subito prima, ho sentito “Il buio oltre la siepe”, di Harper Lee, letto da Alba Rohrwacher. Ecco, la voce di Alba è una fra le più sexy che io abbia mai udito. Mi piacerebbe invitarla a cena per il gusto di sentirla parlare soltanto per me. Il romanzo della Lee è bellissimo, ma letto in quel modo acquista un valore aggiunto. La Rohrwacher è anche stata la lettrice de “L’eleganza del riccio”, di Muriel Barbery: in quel caso, le voci erano due dato che alla sua si aggiungeva quella, diversissima ma ugualmente ispirata, di Anna Bonaiuto. Ne “L’eleganza del riccio”, infatti, sono due gli “io” narranti, a seconda dei capitoli: la portinaia Renée e la ragazzina Paloma. Buone prove sono quelle di David Riondino alle prese con il “Bar Sport” di Stefano Benni e di Claudio Santamaria ne “La camera azzurra” di Georges Simenon (il secondo, comunque, più bravo del primo). Talvolta la bravura del lettore permette di tollerare anche dei romanzi scadenti (o che a me sono sembrati tali). E’ il caso di “Hanno tutti ragione”, di Paolo Sorrentino: ho trovato odioso dalla prima all’ultima riga il protagonista Tony Pagoda, ma sentirlo interpretare da Toni Servillo è valso a riabilitarlo e a consentirmi di arrivare in fondo persino con il rimpianto di udire la parola fine.

In certi casi, i romanzi sono letti dagli stessi autori. Un bravo lettore di se stesso è, per esempio, il pacato Andrea Vitali, la cui miglior interpretazione attoriale è, secondo me, “Pianoforte vendesi”. Uno ancora più bravo è Sandro Veronesi in “Caos Calmo”. Non del tutto convincente Melania G. Mazzucco quando legge “Vita”, ma il romanzo è così bello che lo si gode comunque. Ottimo Gianrico Carofiglio alle prese con i casi dell’avvocato Guerrieri, ma assolutamente strepitoso Camilleri che recita Camilleri. La sua interpretazione de “Il nipote del Negus” è da Oscar. Ci sono comunque racconti di Montalbano letti da altri, come “La luna di carta” a cui presta la voce Luigi Lo Cascio, che valgono la spesa. Uno dei problemi con gli audiolibri è che i titoli prodotti sono davvero pochi e bisogna accontentarsi di quel che passa il convento. A volte lettori sconosciuti risultano sorprese sono positive e si scoprono perle che lasciano senza fiato: è il caso di Fabrizio Parenti che legge “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini. 

Oltre a essere pochi, i titoli su audiolibri, non si trovano neppure dappertutto. La cosa che più mi sconvolge è questa: viaggando, io mi fermo di continuo negli Autogrill o comunque nelle Aree di Servizio delle autostrade. Come si sa, ci si può trovare di tutto. Libri, film, CD, roba da mangiare. Cose che nessuno ha mai visto altrove come le noci di prosciutto al pepe, quelle palle pepose che si incontrano all’inizio del labirinto da percorrere per arrivare all’uscita. Che salume è? Qualcuno lo ha mai mangiato? Qualcuno lo ha mai trovato da qualche altra parte fuorché in autostrada? Qualcuno lo ha mai comprato? Oppure sono sempre le stesse, mummificate e tenute lì per decorazione? Vabbè, fatto sta che le noci di prosciutto al pepe all’Autogrill ci sono. Gli audiolibri, invece, no. Perché no? Mistero. Voglio dire: chi è l’acquirente ideale dell’audiolibro? L’automobilista. Allora perché all’automobilista volete far comprare le noci di prosciutto al pepe e non gli audiolibri? Mah.

martedì 9 gennaio 2018

IL MISTERO DEL CASTELLO



IL MISTERO DEL CASTELLO
di Nalim
Salani
1971, cartonato

Più che del romanzo in sé, vorrei parlare del perché l'ho letto e di come, secondo me, il motivo che mi ha spinto a farlo potrebbe interessare qualcuno di voi e convincervi a tentare un esperimento simile. Ho trovato "Il mistero del castello" su una bancarella di libri usati. Mi ha colpito perché ricordavo benissimo quella particolare edizione nella collana "Biblioteca dei miei bambini": avevo una copia del tutto simile tra i miei libri d'infanzia, forse avuta in regalo per un compleanno. Fatto sta che nel 1971 ho compiuto nove anni, e i conti tornano: si tratta di un romanzo adatto appunto ai ragazzi di quell'età, o poco più. Guardando su Internet ho trovato edizioni ancora precedenti con altre copertine (anche più belle), ma io avevo proprio quella, che ho scoperto essere firmata da Loredano Ugolini, il fumettista autore di centinaia di storie di "Billy Bis" su l'Intrepido. Anche le illustrazioni interne sono di Ugolini, e in particolare ce n'è una, che vedete in alto, che mi colpì moltissimo da bambino e da cui sono stato folgorato nel rivederla. Per carità, come disegno non è il massimo, ma che senso di paura e di mistero riusciva a dare ai miei occhi di decenne! "Il mistero del castello", però, è sparito chissà dove e chissà quando dalla mia biblioteca: magari la copia che ho ricomprato potrebbe essere stata proprio la mia. L'ho portata a casa e l'ho riletta subito. Ecco perciò il consiglio che mi sento di dare a tutti: se trovate sulla bancarelle (o su eBay) un libro della vostra infanzia che è andato perduto, tornate a impossessarvene: è un pezzo della vostra vita e vi assicura il recupero di antiche emozioni. All'epoca della prima lettura non mi sono chiesto chi fosse Nalim, l'autore. Oggi, dopo una breve ricerca, ne so poco di più, ma intanto è chiaro che si tratta di uno scrittore di lingua francese attivo soprattutto fra gli anni Dieci e gli anni Venti del Novecento, durante i quali pubblicò vari romanzi per ragazzi. Si tratta sicuramente di uno pseudonimo (viene detto in una scheda che ho consultato), e magari il suo vero nome è Milan, dato che è ciò che risulta dalla lettura al contrario (il che farebbe pensare a una origine slava dello scrittore). Ciò detto, di che cosa parla "Il mistero del castello"? La storia è ambientata in Francia durante il regno di Luigi XII, agli inizi del Cinquecento. Due bambine, dalle storie complicate ed entrambe affidate dai genitori a dei parenti (una, orfana, a un cugino, una, con la madre e il padre costretti a espatriare, a una nonna), trovano un passaggio segreto che unisce le loro due dimore, un castello e un più piccolo maniero costruito nei dintorni. Il proprietario del maniero è da tempo accusato di misteriosi furti che avvengono o tra gli ospiti delle sue mura o tra i viandanti di passaggio: benché non ci siano prove che sia lui il ladro, l'opinione comune è che tutti gli indizi lo accusino. Perciò, alla bambina del castello viene vietato di vedere l'amichetta che vive nel maniero. Ma saranno proprio le due ragazze a scoprire il vero autore dei furti: un vecchio maggiordomo, che sfrutta proprio i sotterranei che uniscono le due magioni. Essendo un romanzo per ragazzi, il colpevole non viene impiccato seduta stante come sarebbe avvenuto nella realtà ma, poiché si pente e si ventila l'ipotesi di una sorta di cleptomania che si sarebbe impadronita di lui, finisce assunto come giardiniere in un convento, da cui comunque gli è impedito di uscire.

lunedì 8 gennaio 2018

INDAGINE SULL'ALDILA'





INDAGINE SULL'ALDILA'
- VITA OLTRE LA VITA
di Ade Capone
Priuli & Verlucca
2013, cartonato 
210 pagine

Singolare e inquietante pensare che proprio questo libro, con l'argomento che tratta, sia stato scritto da Ade Capone soltanto due anni prima della sua stessa scomparsa, avvenuta improvvisamente e prematuramente nel febbraio del 2015. Ade me ne aveva portata una copia e io volli scattare la foto che vedete in apertura. Si trattava del primo titolo della collana "I libri di Mistero" diretta da Alessandro Stanchi. L'autore, oltre a essere uno sceneggiatore di fumetti (ha creato Lazarus Ledd e ha scritto migliaia di tavole bonelliane, soprattutto di Zagor), era anche uno degli autori della trasmissione "Misero" in onda da alcune stagioni su "Italia 1", dopo essere stato nello staff di altri programmi, quali "Il bivio" o "Quello che le donne non dicono". Prima di pubblicare questo libro sul dopo morte, Ade aveva dato alle stampe anche un altro saggio dedicato ai rapimenti da parte degli alieni ("Contatto", Piemme). Sia nel primo che nel secondo lavoro tratti dalla sua esperienza televisiva, Capone dimostra di essere sinceramente interessato agli argomenti di cui scrive, e non si limita a svolgere un compitino. Anzi, la sua scrittura è accattivante e appassionata. Riconoscendo fin dall'inizio di non essere uno scienziato, ma solo un divulgatore, l'autore si limita a mettere sul tavolo i problemi, a porre dubbi, e quindi a evidenziare le possibili risposte così come altri le hanno prospettate. Il libro ha dunque il taglio dell'inchiesta giornalistica, aderente peraltro a quello che si aspetta il lettore che giunga alla lettura provenendo dalla platea televisiva. Si espongono fatti o ricostruzioni di fatti, si intervistano testimoni, si riferiscono esperienze, si fanno ipotesi. La lettura scorre veloce e intrigante. Manca talvolta, per chi come me resta a disagio davanti ai misteri senza risposta, il supplemento d'indagine che risolva il caso magari in termini scientifici, ma del resto di fronte alle apparizioni di fantasmi, che non possono essere oggetto di ripetizione in laboratorio, non si può certo pretendere una spiegazione credibile, come a me piacerebbe, in una equazione matematica. Si parla di spiritismo, di medium, di cacciatori di fantasmi, di religioni a confronto, ma la parte più interessante, dal mio punto di vista perennemente scettico, è quella finale in cui Ade, con grande capacità di argomentazione, affronta il tema della percezione del reale da parte dell'essere umano, e di come la vita e la morte possano essere interpretate solo come affioramenti alla coscienza di realtà ben diverse impossibili da cogliere, evidenze di diversi piani della realtà, fenomeni dovuti alla fisica ancora sconosciuta di particelle elementari. L'entanglement, la teoria dei quanti, l'universo olografico, inquadrano i fenomeni misteriosi esaminati prima in una prospettiva diversa da quella della superstizione o delle credenze e, forse, individuano una via per spiegarli.

domenica 7 gennaio 2018

UNA ROSA PER EMILY




William Faulkner
UNA ROSA PER EMILY
Adelphi
100 pagine, brossura
2016, 10 euro

Il vero nome di William Faulkner (1897-1962) era Falkner, ma uno dei primi editori sbagliò la dicitura in copertina e lo scrittore decise di mantenere quel cognome. Vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1949 (ritardato però al 1950, da qui la discrepanza di date in certe biografie), che lui devolse all'istituzione di un premio letterario per giovani scrittori, appunto il Premio Faulkner, è sicuramente uno dei più grandi scrittori americani del Novecento. Qualcuno lo paragona a Hemingway e secondo me ci sta. Uomo del Sud innamorato della sua terra, ebbe una vita movimentata tormentata dai problemi di alcolismo, lavorò anche per il cinema come sceneggiatore. Questa piccola antologia Adelphi raccoglie tre racconti: "Miss Zilphia Gant", "Una rosa per Emily" e "Adolescenza", tutti degli anni Trenta, caratterizzati dall'avere con protagoniste tre donne molto diverse fra loro ma descritte con efficacia. Il primo narra della vita problematica di Zilphia Gant, figlia di una uxoricida fuori di testa che, madre ingombrante, le plagia la vita e le impedisce di averne una normale, che lei cerca di inventarsi fingendo agli occhi del mondo un matrimonio che non c'è. Il secondo, il più celebre e il più inquietante, racconta di Emily Grierson, bizzarra abitante di Jefferson, barricata in casa da decenni con un servitore di colore che si occupa di tutto: la città si interroga per anni sulla sua vita e dopo la sua morte i concittadini possono ispezionarne la villa scoprendo un orribile segreto. Il terzo racconta si occupa di Juliet, ragazzina ribelle affidata dal padre scombussolato a una nonna bisbetica che stringe una innocente amicizia con un coetaneo nel quale la gente vede risvolti torbidi - che non ci sono. In tutti e tre i racconti protagonista al pari delle donne di cui si narra sono le apparenze, le chiacchiere e le dicerie, ciò che la gente commenta sulla vita degli altri. Lettura gradevolissima: magari i vincitori del Nobel scrivessero tutti in modo così accattivante.

sabato 6 gennaio 2018

HO MANGIATO ABBASTANZA





Giorgio Serafini Prosperi
HO MANGIATO ABBASTANZA
Sonzogno
2017, brossurato
320 pagine, 17 euro

A volte ci si imbatte in certi libri per caso, e si acquistano (e si leggono) senza sapere perché. Il sottotitolo "come ho perso 60 chili con la meditazione (e altri segreti)" in realtà non è di per sé un incentivo ai miei occhi di ometto leggermente sovrappeso ma a cui basterebbe perdere qualche etto per tornare in forma (qualche decina di etti, facciamo fra i cinquanta e i cento, naturalmente). Credo che sia stato il consiglio della libraia che aveva avuto Giorgio Serafini Prosperi, l'autore, in libreria a fare una presentazione a convincermi. Fatto sta che "Ho mangiato abbastanza" l'ho letto e per rendere conto delle mie impressioni dovrei (cosa che farò) distinguere nettamente il libro in due parti. Premettendo che Serafini Prosperi è un bravo scrittore (del resto è stato ed è autore teatrale e televisivo e ha firmato vari libri), il suo talento di narratore si manifesta nella prima parte in cui descrive, in modo straordinariamente efficace, il dramma della sua obesità e della sua vita da bulimico. Per quarant'anni è stato dipendente di una compulsione che lo rendeva schiavo del cibo ma al tempo stesso terribilmente infelice, vittima dei sensi di colpa, disgustato dal proprio corpo. Serafini Prosperi descrive la sua dipendenza passando in rassegna episodi umilianti, disgustosi, dolorosi, alla fine incredibili, con cui descrive i modi con cui un bulimico cerca di nascondere agli altri le abbuffate fuori orario e senza regole, o la frenesia alimentare per cui ci si ingozza di tramezzini morbidi e spalmati di salse per poterli ingurgitare senza masticare, con bibite gassate bevute per dilatare oltre misura lo stomaco, compulsivamente, per placare un dolore e un'angoscia implacabili. Le pagine (metà del libro) dedicate a questo racconto sono sconvolgenti, come lo sono tutte le cronache che descrivono le dipendenze (da droghe come da alcool). Lo sbaglio è credere che si tratti solo di volontà, e meravigliarsi che non si riesca, con un minimo di sforzo, a smettere. Le diete servono a poco, oppure a niente, o sono addirittura dannose, come gli antipiretici presi per curare una polmonite, se non si risolvono le cause più profonde. Poi, a un certo punto, il riscatto. Dopo aver toccato il fondo, Giorgio Serafini Prosperi (che oggi finalmente sta bene) riprende la sua vita fra le mani, recupera un rapporto sano con la vita, con le figlie, con l'amore, con il proprio corpo. E giustamente spiega come ha fatto, offrendo i suoi consigli. Anzi, ha fatto della sua guarigione il suo nuovo lavoro, dato che di mestiere fa il consulente per gli obesi che vogliono seguire il suo esempio. Tutto giusto, anche perché il modo stesso con cui Prosperi si è reinventato è una testimonianza di come reinventarsi sia possibile. Quando però l'autore comincia a elencare santoni indiani, testi buddisti, massime di Confucio, parole tibetane, aneddoti zen, e a proporre tecniche di meditazione io, che sono un ragazzo pratico, non riesco più a seguirlo, anche se capisco che un mio limite. Yoga e meditazione faranno sicuramente miracoli (sugli altri), ma quando io provo a concentrarmi sul mio respiro e a pensare al trascendente di solito mi viene da ridere e non riesco a sentire le punte dei miei alluci come richiedono le istruzioni dell'esercizio. Personalmente il mio problema è l'ansia, più che il cibo, e mi servirebbe un libro dal titolo "Sono stato ansioso abbastanza", dove non mi si chieda di guarire sdraiandomi supino e "ponendo attenzione ai punti di contatto del nostro corpo con la superficie sulla quale siamo sdraiati". Magari suggerirmi invece una gita in montagna a guardare un panorama potrebbe fare di più al caso mio di queste cineserie, ecco.

venerdì 5 gennaio 2018

TUTTO BATTISTA



Fra le più belle sorprese del 2017, c'è sicuramente la pubblicazione di cui qui sopra vedete la copertina. Copertina che, purtroppo, è opera mia - ma non è colpa mia, nel senso che io ho cercato in tutti i modi di sottrarmi alla richiesta di Stefano Bidetti e di Francesco Pasquali, i principali artefici dell'iniziativa, ma i due sono stati irremovibili nel pretendere che fossi io a disegnare la cover di questo numero della loro rivista SCLS Magazine

Un numero che, come recita una scritta sul bordo, si è rivelato essere uno "Speciale Moreno Burattini". In realtà, che si trattasse di un tomo monografico l'ho scoperto soltanto quando l'ho potuto sfogliare la prima volta, peraltro nel corso di una occasione pubblica (una pizzata natalizia dei lettori di Zagor). Si è trattato di una vera sorpresa sia per i contenuti tutti incentrati su di me, sia per il numero di pagine davvero esorbitante, ben 270! In pratica, un veri e proprio libro, addirittura di grande formato, stampato su carta lucida e a colori, ricco di testi, disegni, fotografie. Insomma, una sorta di enciclopedia sul sottoscritto. Non posso che ringraziare commosso per tanta attenzione! E' un vero e proprio libro, e per questo lo segnalo anche su questo blog dopo averlo fatto su "Freddo Cane in Questa Palude". A tutti gli effetti è il terzo mio libro uscito nel corso del 2017 dopo "Sarò bre" e "Facezie", e dico "mio" in quanto raccoglie la ristampa di tutte le storie di Battista il Collezionista, un personaggio a fumetti da me creato nel 1985 e pubblicato per qualche anno sulle pagine della fanzine "Collezionare", per poi finire in tre storie di Cattivik disegnate da Giorgio Sommacal. Alla fine, la raccolta delle avventure di Battista c'è, ed è completissima con tanto di apparato critico, ma c'è anche molto altro.  Chi ha letto le storie del mio buffo collezionista dice in genere di essersi divertito, dunque non posso che consigliarvi di procurarvi SCLS Magazine n° 15 per averle tutte a casa vostra, se siete fra i ventitré lettori di ciò che porta la mia firma. Più di cento le pagine di Battista contenute nel volume, che comprendono non soltanto le prime storie degli anni Ottanta, ma anche quelle che ho realizzato un anno fa con Marcello Mangiantini.

L'intervista a cui mi hanno sottoposto Bidetti e Pasquali, e riportata con un ricco corredo fotografico tra pagina 102 e pagina 132 è la più lunga ed esaustiva che mi sia capitato di vedere pubblicata escludendo forse il libro di Laura Scarpa dedicato al sottoscritto nella collana "Lezioni di Fumetto", ma qui le domande  sono diverse e anche più personali. Credo di essermi confessato in pubblico al pari di quando nascondo un po' di verità su di me nei miei aforismi. C'è pure un po' del mio noto spirito polemico, compensato per fortuna, sempre e ad abundantiam, da quel buon carattere che mi viene di solito riconosciuto e a cui hanno fatto cenno anche i tanti amici chiamati a raccontare di me (come Francesco Manetti, Graziano Romani, Giuseppe Pollicelli e Jacopo Rauch). Uno stuolo di saggisti analizza poi i pregi e i difetti della mia produzione a fumetti legata a Zagor, e sono grato a tutti per l'attenzione che mi è stata dedicata. Francesco Manetti ha recensito da par suo il volume sul blog "Dime Web": potete leggere ciò che ha scritto cliccando qui. Per procurarvi lo "Speciale Moreno Burattini"  potreste anche venire il 13 gennaio alla presentazione che ne verrà fatta a Roma presso la Scuola Internazionale di Comics di Via Lemmi 10. Grazie in anticipo a chi vorrà esserci. Se invece volete ricevere il volume per posta,  ecco recapiti: info@sclsmagazine.it
sclsmagazine@gmail.com
Francesco 328-4920420
Stefano 348-7681641.

martedì 2 gennaio 2018

MOSTRI





Tiziano Sclavi
MOSTRI
romanzo Camunia
Collana Fantasia & Memoria
Settembre 1994
brossura - lire 20.000

Pubblicato in una prima versione più breve nel 1985 (all’interno di una antologia di raccointi italiani intitolata “Il bel Paese”), questo romanzo giovanile di Tiziano Sclavi (classe 1953), trova una definitiva edizione rivista e corretta nel 1994, grazie anche allo straordinario successo di Dylan Dog, il personaggio a fumetti a cui soprattutto si deve la popolarità dell’autore, straordinario sceneggiatore di comics oltre che scrittore. “Mostri” vinse il Premio Scerbanenco 1994 (pur non essendo né un giallo né un noir), e nel 2010 Federico Maggioni ne ha tratto una versione graphic novel edita da BD. La lettura è piacevole, lo stile scorrevole, il linguaggio pulito. I capitoli, non numerati nè contrassegnati, sono insolitamente brevi: due, tre paginette al massimo, talvolta una sola. Le vicende si seguono con gradevolezza e facilità. Pochi aggettivi, pochi tocchi di colore, bastano a rendere l'idea dei personaggi e delle atmosfere.  Questa leggerezza di tratto trova corrispondenza anche in una estrema levità della trama, che in pratica non esiste, risolvendosi tutto in tre personaggi e una ambientazione. Sclavi ci parla di tre freak internati nel reparto "speciale" di uno strano ospedale. Si tratta di Ciccio, un nano, Sam, un uomo senza arti, e Gnaghi, un handicappato mentale. I tre dividono la stessa camera, accanto alla quale ce ne sono altre, tutte occupate da scherzi di natura come loro. Ciccio, l'unico dei tre che può muoversi liberamente, si affaccia di tanto in tanto a sbirciare nei locali adiacente, scoprendo di volta in volta mostri sempre diversi del cui destino però non ci viene detto niente. Assai poco ci viene svelato anche del passato e del futuro dei tre protagonisti. Di Ciccio sappiamo solo che fino a poco prima aveva lavorato in un circo, e che si illude di poter essere dimesso in poco tempo: è sempre in attesa dei risultati di certe sue analisi, che la burocrazia ospedaliera, però, rimanda sempre nel tempo. Quando finalmente riesce a ottenerli, li strappa e li getta nel water come se restare in ospedale, a un certo punto, sia la soluzione migliore. Questo l'unico accenno di trama. Per il resto, gli unici accadimenti sono le visite delle infermiere che passano per le corsie portando minestrine e medicinali, o la stitichezza di Ciccio che si protrae per tutto il romanzo e si risolve solo alla fine. Le stesse infermiere, ora streghe ora fate a seconda dell'indole di ciascuna (che i ricoverati hanno imparato a riconoscere), sono quasi anonime, senza spessore, assolutamente lievi, eteree, inconsistenti, pura apparenza. Quella che piace a Ciccio si ammala di tumore e viene ricoverata nello stesso ospedale, nel reparto Oncologia. E' inevitabile leggere in queste pagine una metafora della vita (la solita, tanto cara a Sclavi): siamo tutti mostri, ciascuno con particolari mostruosità che ci distinguono dagli altri; condividiamo con altri freak una stanzetta dell'esistenza, e accanto alla nostra ce ne sono di simili occupate da mostri che riusciamo solo sbirciare senza sapere niente di loro. Vivere significa dormire, mangiare, andare al cesso; attendere qualcosa che non arriva mai (come i risultati delle analisi) ed illudersi che raggiungere questo qualcosa ci libererà, ci farà felici. Ma quando otteniamo ciò che vogliamo, siamo ugualmente insoddisfatti: lo buttiamo nel water, finiscono le nostre illusioni.

Ma c’è dell'altro: la sensibilità dei personaggi, che esiste al disopra dell'apparente aberrazione delle loro forme. Il mondo "normale" è portato a considerarli diversi. Li rinchiude in un ambiente "protetto" lontano da occhi che potrebbero essere turbati dalla visione di tanta mostruosità. E invece si scopre che anche loro hanno emozioni e sentimenti, e sanno perfino scherzare sulla loro immensa disgrazia e interagire con il mondo.

sabato 30 dicembre 2017

PETRA CHERIE

 

Attilio Micheluzzi
PETRA CHERIE
Milano Libri
1982, cartonato

Un libro cartonato dalla bellissima grafica di copertina, una rilegatura e una stampa come quelle che non si vedono più per i fumetti, una storia intrigante e ben raccontata. Tutti elementi che fanno di "Petra Chérie" un volume di pregio da conservare con cura.  L’edizione della Milano Libri, uscita nel 1982 in contemporanea con l’ultima avventura del personaggio, è la prima. Di recente Comma 22 ha riproposto una curatissima raccolta di tutte le puntate. Petra Cherie nasce nel 1977 sul settimanale “Il Giornalino”. Dal gennaio 1982 si trasferisce su “Alter Alter” dove chiude però improvvisamente la sua corsa con il racconto “Aurora! Aurora!”. Originariamente Petra avrebbe dovuto essere un personaggio maschile, Rupert de Karlowitz, soprannominato “il Vicario”. Alfredo Barberis, all’epoca direttore del “Corriere dei Ragazzi”, convinse però Micheluzzi a trasformarlo in una donna per evitare confronti con Corto Maltese, con cui qualcuno avrebbe potuto far notare delle somiglianze, anche solo per l’epoca storica (il 1917) se non per gli scenari o lo spirito avventuroso del protagonista. Micheluzzi si accorse delle potenzialità offerte da un personaggio femminile e accettò il consiglio. Anzi, anticipando i tempi, rese la sua eroina protagonista anche della narrazione in prima persona degli avvenimenti, sperimentando persino una forma di interazione di Petra con il suo stesso autore e i lettori. Il volto dell’eroina prende spunto da quello di Mary Louise Brooks, la stessa che ha ispirato la Valentina di Guido Crepax. I disegni, autoriali e caratterizzati da uno stile proprio e personale che però non perde mai il contatto con l’efficacia richiesta dalla narrazione avventurosa, sono strepitosi pur se realizzarti, com’era uso da parte dell’artefice, in tempi brevissimi. Come suo solito, l’autore ci narra una avventura nella Storia, e come sempre sceglie un periodo di guerra (del resto la sua storia di istriano di Umago dovuto fuggire dalla sua terra per trasferirsi prima a Napoli poi in Libia per dover tornare di nuovo in Italia in seguito alla rivoluzione di Gheddaffi, lo hanno messo spesso di fronte a fatti epocali del ventesimo secolo). Documentatissimo, interessante nelle sue ambientazioni a noi vicine ma insolite, l'autore ci racconta le avventure di una giovane donna austriaca, Petra De Karlowitz, che guida un aereo sugli scenari della Prima Guerra Mondiale e abbatte gli aerei del Kaiser meglio del Barone Rosso. Perché lo fa? Perché crede in ideali di libertà? Perché ha un indomabile spirito d'avventura? Perché è una delle due o tre donne con il brevetto di volo e vuole dimostrare agli uomini di non essere da meno? Chi lo sa, forse questo e altro. E' una donna libera, capace di pensare, padrona del suo destino, dotata di spessore. Il fatto è che non risulta inquadrata in un nessun corpo militare, è come Zorro: colpisce e fugge, da sola. A un certo punto, però, il suo aereo viene abbattuto in mare. La ripescano a Triste degli italiani, che la nascondono dalla caccia dei tedeschi, pagando però con la vita la loro generosità. Fuggendo per mare, Petra finisce per essere recuperata da un sommergibile crucco, e si spaccia per una di loro. Il sommergibile è diretto in Grecia, e il comandante non intende tornare indietro a riportare la passeggera a Trieste, Petra tornerà in nave. Ma lungo il viaggio il sommergibile viene attaccato dalle bombe di profondità di una fregata italiana. Petra rischia di morire sotto il cosiddetto "fuoco amico". Riesce a salvare il sommergibile, e si ritrova a terra in territorio Yugoslavo. Viene fatta salire su un treno che la riporti a nord, ma il convoglio è attaccato da dei ribelli serbi che la fanno prigioniera fra le montagne innevate dei Balcani. Finché non riesce a fuggire e si ritrova a Costantinopoli. Anche lì si va a impelagare in un tentativo di sabotaggio contro una nave da guerra tedesca, e fugge ancora in automobile attraverso la Turchia e poi il Medio Oriente fino alla Siria.  


venerdì 29 dicembre 2017

PLAYBOY TUTTI I PAGINONI CENTRALI



Hugh M. Hefner
PLAYBOY
TUTTI I PAGINONI CENTRALI
Rizzoli
2017, cartonato
850 pagine

Un libro che comincia con la famosa foto di Marilyn Monroe scattata da Tom Kelley nel 1953 e prosegue con dodici playmate per ogni anno fino al 2016 non può che essere un oggetto e al tempo stesso un simbolo del desiderio. Il ponderoso volume pubblicato dalla Rizzoli in una elegante edizione grade formato raccoglie tutte le pagine centrali (i celebri miniposter apribili) ospitati dalla rivista "Playboy" fondata a Chicago da Hugh Marston Hefner (1926-2017). Proprio Hefner scrive una prefazione introduttiva in cui si legge: "Le donne meravigliose celebrate in queste pagine sono fatte della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Aspetto ancor più significativo, nella loro scelta semplice e perentoria di posare nude, queste donne di sono fatte portabandiera di una rivoluzione sociale cominciata più di cinquant'anni fa e che continua - sebbene con alti e bassi - ancora oggi. Il mondo ha fatto molta strada a partire dalle repressioni degli anni Cinquanta, ma agli americani capita ancora di avere sentimenti contrastanti nei confronti dei propri impulsi sessuali (forse è meglio dite: nei confronti degli impulsi sessuali dei propri vicini)". La scelta di spogliarsi è un atto di libertà della donna, per millenni costretta dagli usi e costumi e dalle religioni a coprire le proprie forme e celare il proprio aspetto, oppresse dagli uomini - liberi invece di denudarsi a piacere. Dispiace che dopo aver conquistato un sacrosanto diritto di mostrarsi per come sono, un malinteso femminismo oggi tenda di nuovo a negarlo alle donne vedendo in ogni nudo femminile uno sfruttamento del corpo invece che di una naturale esaltazione della bellezza, in questo assecondando quelle religioni che impongono cappe e mantelli. Dave Hickey, nella sua introduzione, riporta le parole ironiche con cui Mark Twain descrive la sua visita agli Uffizi, raccontando quando si venne a trovare davanti alla Venere di Tiziano. Dice lo scrittore americano: "Se tentassi di descriverla provocherei schiamazzi, ma eccola là a disposizione di chiunque voglia divorarla con gli occhi". E descrive, invece, da par suo, le espressioni dei visitatori del museo, uomini e donne. Il nudo viene contrabbandato dall'arte fin dall'antichità. Con la scusa di mostrare dee, eroine mitologiche e persino sante, pittori e scultori hanno soddisfatto il desiderio degli ammiratori delle loro opere, che potevano far scorrere gli occhi sulle forme e sulle curve femminili con l'alibi di aver di fronte un cimelio artistico. Le libere e gioiose modelle di "Playboy" (tutte con la loro firma a dedica della propria foto) liberano finalmente il mondo dall'obbligo di cercare degli alibi: si sono spogliate per loro, prima, e per noi, poi, siamo tutti d'accordi e non c'è bisogno di scuse. Peraltro, le posture sono tutto sommato caste e non inducono in eccessi: non ci sono genitali in mostra in pose ginecologiche, non si accennano masturbazioni o inviti con la lingua. Sono semplicemente belle donne, serene e sorridenti, che si concedono liberamente ai nostri occhi ossequiosi, non di rado velate, fotografate da artisti della macchina fotografica. La carrellata lungo gli anni e i decenni mostra anche l'evolversi del gusto estetico nel culto e nella raffigurazione della bellezza muliebre, di cui è indicatore persino la lunghezza del pelo pubico (non sempre mostrato). Ogni decennio è commentato da introduzioni di intellettuali, scrittori e giornalisti, a testimonianza di come "Playboy" abbia segnato in modo indelebile la cultura della nostra società.

mercoledì 27 dicembre 2017

L'ESTATE FREDDA



Gianrico Carofiglio
L'ESTATE FREDDA
Einaudi
2016, brossurato 
352pagine, 18.50 euro

L'estate fredda è quella del 1992,l'anno delle stragi di mafia in cui vennero uccisi Falcone prima e Borsellino poi. Ma la mafia di cui si racconta in questo romanzo non è quella siciliana ma quella barese. Del resto Gianrico Carofiglio è nato proprio a Bari (nel 1961) e a Bari si svolgono le indagini dell'avvocato Guido Guerrieri, protagonista di numerosi altri libri dello scrittore. A Bari, inoltre, Carofiglio ha prestato servizio come magistrato e da questi trascorsi deriva la competenza procedurale in campo giudiziario, legale e investigativo che l'autore dimostra. Ne "L'estate fredda" la dimostra in verità fin troppo, dato che quasi la metà del romanzo è occupata dal corpo estraneo, dal punto di vista letterario, dei verbali di interrogatorio di un pentito, Vito Lopez, riportati ricostruendo quasi fedelmente la prosa degli atti stilati dai magistrati. "Quasi fedelmente" perché, per fortuna, il giudice Gemma D'Angelo, protagonista con il maresciallo Pietro Fenoglio e l'appuntato Antonio Pellecchia della vicenda raccontata, scrive in modo tutto sommato gradevole seppur non discorsivo ma, appunto, formale e giuridico. Non voglio dire che i verbali di Lopez non siano interessanti: al contrario, offrono uno spaccato su un tipo di realtà quasi incredibile ma purtroppo credibilissima alla luce dei fatti, quella della affiliazione ai clan mafiosi (con riti e formule che sarebbero esilaranti se non avessero risvolti tragici, come quando si tirano in ballo Mazzini e Garibaldi) e delle dinamiche interne ai gruppi malavitosi. Il pentimento (senza rimorsi, solo per interesse) del collaboratore di giustizia interessato ai vantaggi che ne derivano rivela uno spaccato di una umanità cialtrona e spietata, repellente e assurda, in cui la dimensione criminale è assoluta normalità e in cui più si uccide più si sala di grado in una gerarchia grottesca, peraltro costruita, in Puglia, a imitazione di quella della mafia calabrese in uno squallido tentativo di recuperare considerazione, visto che in carcere i delinquenti pugliesi venivano presi in giro come di serie B da quelli campani o siciliani. Si parla di gente squallida dedita al malaffare imparentata con contrabbandieri montenegrini o in combutta con rom abruzzesi, che rubano macchine o spacciano droga o compiono estorsioni e rapine, ma anche ammazzano, come se nulla fosse. Una umanità disumana, balorda e spietata al tempo stesso, parassita e arrogante, senza vergogna, che entra ed esce dal carcere come se come se la dimensione criminale fosse non una degenerazione ma una condizione normale, anche in ragione di un controllo del territorio da parte dello Stato pari quasi a zero. I verbali di Lopez sono come un libro nel libro e poco c'entrano con la trama principale del romanzo, quella del rapimento a scopo di riscatto di un bambino, figlio di Nicola Grimaldi, boss della malavita barese, avvenuto nel mezzo di uno scontro fratricida fra i membri dello stesso clan. Il maresciallo dei Carabinieri Pietro Fenoglio comincia a indagare ma il ragazzo viene ritrovato morto. Tutto lascia pensare che l’autore del rapimento sia stato Vito Lopez, ex luogotenente del Grimaldi ed ora in guerra contro di lui. Ma Lopez si costituisce e nega ogni addebito riguardo al rapimento alla morte del bambino. Dopo molte false piste, una serie di circostanze fortuite portano a scoprire i veri responsabili tra le stesse forze dell'ordine, dove qualcuno ha pensato di approfittare della guerra intestina nel clan mafioso per far ricadere le colpa del rapimento (che avrebbe dovuto essere lampo) sui rivali di Grimaldi. Pietro Fenoglio, piemontese trapiantato a Bari, è un carabiniere integerrimo che però deve fare i conti con la "zona grigia" in cui anche le forze dell'ordine devono venire a patti con la realtà e accettare dei compromessi. Serviranno forse un altro paio di romanzi con lui protagonista per capire se potrà avere lo spessore di Guido Guerrieri. Carofiglio si dimostra una volta di più scrittore di razza (più che giallista), colto e in grado di scavare nell'animo dei suoi personaggi, anche se non riesce a mascherare quel non so che di spocchia da primo della classe per cui ci tiene a far capire che lui ascolta la musica classica, si bea dell'arte e legge i libri giusti.