venerdì 8 dicembre 2017

PIETR, IL LETTONE





PIETR, IL LETTONE
 di Georges Simenon
Adelphi
1993, brossurato,
160 pagine

E' il primo romanzo con protagonista il Commissario Maigret, scritto nel 1931, ma fu il terzo a venire pubblicato. Vale a dire che, per maneggi editoriali, due romanzi scritto dopo vennero pubblicati prima. In ogni caso, si tratta della preistoria maigrettiana visto che la serie sarebbe stata poi composta da 76 episodi. In questa avventura di esordio il commissario ha già i suoi atteggiamenti burberi, una moglie devota e paziente, una stufa di ghisa che borbotta nel suo ufficio e una freddolosità patologica, una mole colossale, una determinazione di ferro, una pazienza certosina e un fiuto psicologico a prova di bomba. Finisce anche gravemente ferito (gli tolgono tre costole) e vede finire ucciso un suo collaboratore, Torrence. Insomma, un noir duro, con i fiocchi e controfiocchi, anche se per certi versi basato su un susseguirsi di pedinamenti talvolta un po' stucchevoli. Una nota sgradevole è un vago antisemitismo che comunque faceva parte del periodo, quando non c'era il politicamente scorretto. Tuttavia leggere che "ogni razza ha un proprio odore, che le altre razze detestano", oggi dà un po' fastidio. Pietr il Lettone è un truffatore internazionale il cui arrivo è segnalato a Parigi dai dispacci della Commissione Internazionale di Polizia Criminale. Sul suo treno, però, viene trovato morto un uomo che corrisponde in tutto e per tutto alla descrizione del ricercato. Pietr però è vivo e vegeto in giro per Parigi. Le indagini conducono Maigret sulle tracce di almeno altri due individui: Olaf Swaan, Capitano di Lungo Corso, e Fédor Yourovitch, ubriaco cronico dagli atteggiamenti misteriosi. Sembra che ciascuno di costoro si trasformi nell'altro a seconda della convenienza o del momento. Alla fine, i lettoni si riveleranno due gemelli identici e indistinguibili nell'aspetto, ma diversissimi nel carattere. E Maigret farà in modo di far giustizia al di fuori della legge, come altre volte sarebbe capitato.

giovedì 7 dicembre 2017

IL RACCOMANDATO






IL RACCOMANDATO
di Wilkie Collins
Polillo Editore
2013, brossurato, 

60 pagine, 6.90 euro

La benemerita collana "I bassotti" della Polillo è una serie tutta dedicata al giallo classico angloamericano, soprattutto quello tra il 1920 e il 1940, e pubblica romanzi semisconosciuti in Italia, o difficili da trovare, accanto a quelli di autori molto noti. "Il raccomandato", centotrentasettesimo titolo della serie, è un testo assolutamente insolito. L'autore, Wilkie Collins, è uno fra i più popolari romanzieri inglesi dell'Ottocento (paragonato spesso, quanto a popolarità nel suo tempo, a Charles Dickens) ma anche uno fra i primi giallisti della storia: il suo "La pietra di luna" è considerata la prima "detective novel" perché inserisce la figura del poliziotto indagatore, il sergente Cuff. Ma c'è dell'altro a rendere particolare "Il raccomandato": innanzitutto la sua brevità (meno di cinquanta pagine); poi, il fatto che si tratti di un romanzo epistolare (la storia viene raccontata attraverso una serie di lettere fra mittenti e destinatari diversi); infine, colpisce l'umorismo, leggero e satirico, che pervade la vicenda, decisamente minimale (non c'è nessun delitto), e si prende gioco del protagonista, il giovane e presuntuoso poliziotto Matthew Sharpin. Costui è un "raccomandato", cioè fatto entrare in Polizia per le pressioni di altolocati. L'ispettore capo Theakstone gli affida, suo malgrado, le indagini relative a un furto. Sharpin affronta il caso con supponenza e arroganza, convinto di poterlo risolvere in quattro e quattr'otto. Invece, capisce fischi per fiaschi e finisce per imbastire un castello accusatorio ridicolo contro un innocente, basandosi su una sua grottesca ricostruzione dei fatti. Un poliziotto più anziano ed esperto chiarisce l'equivoco e scopre il vero colpevole: Sharpin viene allontanato fra le pernacchie.

mercoledì 6 dicembre 2017

LE TRE BARE



LE TRE BARE
di John Dickson Carr
Oscar Mondadori
2013, 260 pagine, 9 euro


Chi mastichi un po' di letteratura gialla sa che l'americano John Dickon Carr (noto anche con altri pseudonimi, come Carter Dickson), nato nel 1897 e morto nel 1977, è l'indiscusso maestro dei delitti della camera chiusa. Nei suoi romanzi e racconti compaiono spesso e le soluzioni da lui escogitate sono tutte (o quasi) geniali. Si tratta evidentemente di gialli alla vecchia maniera, che poco o nulla concedono al noir di taglio più moderno, all'introspezione psicologica o ai sentimenti o al sesso, ma pieni di elementi gotici come sono, misteriosi, non di rado in costume, sempre estremamente arzigogolati, affascinano inevitabilmente gli amanti del genere. Io lo sono. Anzi, ho sempre sostenuto che se mai avessi potuto scrivere un giallo, lo avrei fatto imitando Dickson Carr (ho giusto in mente tre delitti della camera chiusa con tre soluzioni che non sapei dire se il buon John le abbia mai utilizzate). Nella vasta produzione dello scrittore, "Le tre bare" (1953) viene di solito piazzato nella top five, se non addirittura il migliore dei suoi lavori. Effettivamente, si resta sconcertati dall'inizio alla fine e la voglia di vedere come siano stati commessi non uno ma due delitti "impossibili" resta pressante per tutta la lettura. Ma il pezzo forte del romanzo è, a mio avviso, il secondo capitolo della parte terza, intitolato "La conferenza sulla camera chiusa", là dove l'investigatore Gideon Fell (uno dei personaggi ricorrenti nei romanzi del giallista) tiene una vera e propria lezione su tutti i metodi usati fino a quel momento dagli scrittori per risolvere il mistero di un omicidio commesso in una stanza chiusa dall'interno, da cui l'assassino non possa essere uscito (e che, ovviamente, sia comunque sparito). Il bello è che il dottor Fell dichiara di rivolgersi direttamente ai lettori: "Ci troviamo in una storia poliziesca e non dobbiamo ingannare chi legge fingendo che non sia così. Non dobbiamo inventare scuse, siamo personaggi di un libro". Dopodiché vengono messe in chiaro le idee dell'autore sul giallo: "A me piace che i miei delitti siano sanguinosi e grotteschi, che le mie trame sprizzino vividezza di colore e fantasia, poiché non riesco a trovare affascinante una storia che si basi soltanto sul fatto che possa sembrare realmente accaduta. Mi sembra ragionevole sottolineare che la parola 'improbabile' è l'ultima che dovrebbe essere usata per condannare il romanzo poliziesco. Tutta la questione sta nella domanda: può questa cosa essere fatta? Se sì, non importa che sia 'probabile'". In effetti, fa notare Dickson Carr, se il colpevole di un delitto fosse la persona più "probabile" i lettori si sentirebbero delusi. Un pezzo di assoluta bravura. E l'assassino de "Le tre bare" è in effetti il meno probabile che possa venire in mente, ma il meccanismo del giallo, una volta spiegato, è del tutto possibile, per quanto macchinoso. Non vi dirò nulla sulla trama se non ribadire che l'assassino viene visto entrare in una stanza la cui porta gli è aperta dalla vittima, prima di venire chiusa dall'interno: si ode uno sparo, la porta viene sfondata, la vittima è ferita mortalmente, dell'assassino nessuna traccia nonostante fuori ci fossero testimoni in attesa. Un secondo delitto, evidentemente collegato al primo, viene commesso in una strada vicina, al centro di una via che ha dei passanti ai lati. Tutti si voltano udendo uno sparo, un uomo crolla a terra colpito a bruciapelo, ma l'assassino non c'è e non ci sono le sue tracce sulla neve. Il tutto pare collegato con la storia di tre fratelli sepolti molti anni prima in Ungheria, uccisi da una epidemia che li aveva colpiti nel carcere dove erano stati rinchiusi...

martedì 5 dicembre 2017

ULTIMO CONFINE DEL MONDO



ULTIMO CONFINE DEL MONDO
di Lucas Bridge
Einaudi
2009, cartonato, 

590 pagine, 24 euro

Si tratta, sostanzialmente, di una autobiografia. "Ho cercato di reprimere con onestà tutte le idee romantiche che mi riguardavano, ma ho seri dubbi di essere riuscito nell'intento. In ogni altro aspetto, tuttavia, questo è un racconto veridico e senza orpelli, della mia vita nella Terra del Fuoco", scrive l'autore nella sua Premessa. I genitori di Lucas, Thomas e Mary Bridges, erano approdati là dove oggi sorge Ushuaia, la città più a Sud del pianeta, lungo il Canale del Beagle scoperto pochi decenni prima dal capitano Fitzroy, tre anni prima che nascesse il loro secondogenito, dopo una figlia femmina, Mary, nata alle Falkland. Era il 1° ottobre del 1871. Thomas era un pastore protestante inglese ed era stato inviato dalla sua congregazione per fondare una missione che servisse di supporto ai primi coloni e all'evangelizzazione degli indigeni. La città praticamente era limitata a poche baracche e i Bridges furono tra i primissimi abitanti. Addirittura, Lucas fu il terzo bambino bianco a nascere nella Terra del Fuoco, nel 1874, dopo suo fratello Despard che lo precedette di un anno (che fu il primo) e il figlio di altri coloni, chiamati Lawrence. Thomas Bridges, uomo illuminato, fu a sua volta il primo a studiare e imparare la lingua degli Yaghan, la popolazione indigena. In seguito Lucas avrebbe preso contatto e imparato l'idioma anche delle altre tribù, come i bellicosi Ona che vivevano nell'interno. Il racconto che inizia da queste premesse narra, con rigore e puntualità, la storia della colonizzazione bianca della parte più meridionale della Terra del Fuoco, compiuta in anni pionieristici e in scenari selvaggi, da uomini che avevano pochissimi contatti con la madrepatria. Lucas crebbe a contatto con la natura, considerando i fuegini i suoi naturali vicini di casa, rispettandoli e venendo rispettato non senza dover superare prove e difficoltà di ogni tipo. Si susseguono racconti di naufragi, di guerre tribali, di cercatori d'oro, di litigi e di riappacificazioni, di tentativi fatti per strappare terra per i pascoli o per curare malattie, di banditi e di evasioni, di lotte politiche e di vittorie insperate. Mille volte Lucas rischia la vita o si trova costretto a superare momenti di grande pericolo e grande tensione, dovendo dimostrare ai fuegini di essere forte e abile come loro, per ottenerne l'amicizia, ma dovendo subire anche agguati e tradimenti. Ogni pagina sembra pronta per essere romanzata, e invece è tutto vero e il racconto è, al contrario, freddo e puntuale, come se Bridges tenesse (come teneva) a fornire le prove e i riscontri di quanto andava dicendo. Il libro è stato scritto dall'autore nel 1948, un anno prima della sua morte. Lo consiglio a tutti.

domenica 3 dicembre 2017

FRANKENSTEIN - L'IMMORTALE






FRANKENSTEIN - L'IMMORTALE

di Dean Koontz 
Sperling & Kupfer
2012, 342 pagine, 12 euro

Il nome dell'autore è già di per sé una garanzia che dovrebbe bastare a giustificare l'acquisto a scatola chiusa. Il titolo e l'evidente indicazione dell'argomento (la rivisitazione del mito di Frankenstein) incuriosiscono ancora di più. Si tratta di una serie di romanzi (finora ne sono usciti tre, di cui questo è il primo), scritti sulla base di un progetto che Koontz aveva realizzato per una serie televisiva che poi non è mai stata realizzata. L'idea alla base è quella di immaginare che Victor Frankenstein, lo scienziato protagonista del romanzo di Mary Shelley (1818), fosse un personaggio reale. Che cosa sarebbe successo se lui e la sua creatura non fossero morti fra i ghiacci del polo, come racconta la scrittrice? Koontz ce li presenta come sono (o potrebbero essere) oggi, ai giorni nostri: Victor è riuscito, con i suoi esperimenti, a garantire a se stesso l'immortalità (essendo un genio e un precursore della genetica e della biologia), ha cambiato nome, si è trasferito a New Orleans e continua a realizzare uomini artificiali. Adesso però riesce a "fabbricarne" di perfetti, facendoli crescere in vasche da cui escono creature perfette programmate per essergli fedeli. Da decenni, Victor sta sostituendo i suoi cloni (la Nuova Razza) agli uomini veri e propri, soprattutto infiltrandoli nei ruoli chiave dell'amministrazione e dei centri del potere. Però, capitano due novità: cominciano a crearsi cloni malfunzionanti che non gli ubbidiscono e ritorna sulla scena la prima creatura, quella descritta da Mary Shelley, che intende aiutare l'umanità a difendersi dal suo stesso creatore, mettendola sull'avviso. La prima a credergli è una poliziotta, Carson O'Connor... avvincente e intrigante. D'obbligo voler saper sapere come va a finire. Dato che però lo so già, scrivendo dopo aver letto tutta la saga, anticipo subito che il seguito non è all'altezza della prima puntata.

venerdì 1 dicembre 2017

IL RAGAZZO CATTIVO




Kate Summerscale
IL RAGAZZO CATTIVO
Einaudi
2017, cartonato
360 pagine, 21 euro

Kate Summerscale, narratrice di grande talento, ha trovato un genere letterario che le calza a pennello: la ricostruzione, storica e giornalistica al tempo stesso, di fatti di cronaca nera dell'Inghilterra di fine Ottocento. Il suo primo libro tradotto in Italia (nel 2008), "Omicidio a Road Hill House", ha vinto il Johnson Prize per la saggistica: è strepitoso e, se vi interessa leggerla, trovate una mia recensione qui.
Nel 2013 ha pubblicato "La rovina di Mrs Robinson. Storia segreta di una donna vittoriana" e nel 2016 ecco "Il ragazzo cattivo". In realtà il tredicenne Robert Coombes non è affatto, o non sembra, un ragazzo cattivo, finché non compie un unico, inspiegabile ed efferatissimo gesto: uccide a coltellate la mamma. Poi, come se nulla fosse, chiuso il cadavere nella stanza da letto, per una decina di giorni inventa plausibili scuse per giustificarne l'assenza agli occhi del vicinato e si occupa del fratellino Nattie. Siamo a Londra, in un quartiere povero ma non malfamato, nel 1895. Il padre di Robert è un marinaio assente da casa per lunghe settimane e quando viene informato dei fatti si trova a New York. Una volta scoperto il delitto (il cadavere della madre è ormai preda delle larve e il fetore si diffonde anche all'esterno della casa), Robert viene imprigionato e processato ma, a causa della giovane età, non può essere giudicato pienamente colpevole e viene chiuso in un manicomio (fortunatamente, teso alla riabilitazione dei pazienti e dove i detenuti godono di un trattamento umano) con la formula "finché Sua Maestà lo riterrà opportuno". 
Il giovane Coombes mantiene un contegno impassibile e dignitoso durante tutto il dibattimento, non nega i fatti, non prova a giustificarli. Non si riesce a capire perché un ragazzo che non è mai stato né ribelle né violento e che ha sempre, anzi, dimostrato una intelligenza superiore al normale abbia potuto accoltellare la madre, una donna che non sembrava più severa di tante altre e contro la quale nessuno aveva potuto testimoniare niente. Robert leggeva molti "penny dreadful, ovvero i romanzetti di paura antesignani dei fumetti, ma l'idea che potesse esserne rimasto influenzato venne scartata dai giudici di allora (chissà, forse quelli di oggi l'avrebbero presa in considerazione). Kate Summerscale ricostruisce con dovizia di particolari i fatti, la realtà sociale, economica e culturale in cui avvennero, il meccanismo giudiziario, l'atteggiamento del collegio giudicante e della giuria popolare, la vita in manicomio del giovane assassino. Poi, l'autrice (abilissima nel setacciare i giornali del periodo e gli archivi storici e nel raccogliere testimonianze in ogni dove) segue il percorso di redenzione di Robert: fu un paziente modello durante la detenzione, lavorò come sarto, studiò, imparò a suonare, e nel 1912 (all'età di trent'anni) venne rimesso in libertà. Si trasferì in Australia e tornò in Europa durante la Prima Guerra Mondiale essendosi offerto volontario: fu un soldato coraggioso, protagonista di atti di eroismo, e ricevette encomi e premi. Si sposò e adotto un figlio in Australia, dove morì nel 1949 rispettato a amato da tutti. Una vera redenzione, la sua, un percorso esemplare. Kate Summerscale conclude la sua indagine tentando di capire, con l'aiuto di alcuni psicologi, come possa essere accaduto nella vita di un uomo del genere il folle scatto che all'età di tredici anni lo portò a uccidere la madre. Vengono fornite varie ipotesi, nessuna a mio parere del tutto convincente. Certe cose forse non si possono spiegare. "Il ragazzo cattivo" si legge come un romanzo, ma sono tutti fatti veri.

domenica 26 novembre 2017

I SOTTERRANEI DEL MAJESTIC





Georges Simenon
I SOTTERRANEI DEL MAJESTIC
Adelphi
1998, brossurato
150 pagine, 10 euro

Leggere i gialli con il Commissario Maigret è una sorta di droga come seguire le puntate di una serie TV particolarmente coinvolgente. Simenon è uno scrittore di razza, uno di quelli che non deludono mai perché sanno affabulare e leggendoli ci si accorge che i suoi personaggi prendono vita, sembra di vederli. Maigret, poi, è uno psicologo di prima categoria e riesce a leggere dentro i suoi interlocutori anche quando sembra che faccia domande senza importanza, mentre sa già dove andare a parare. Mi piace poi il suo essere abitudinario, comprensivo e partecipe del dolore e delle difficoltà, e anche delle piccolezze e meschinità altrui, ma quando serve anche burbero e decisionista se c'è da raggiungere un obiettivo (Maigret non si crogiola e non perde tempo). "Le caves du Majestic" è il ventesimo romanzo della saga del commissario parigino dall'eterna pipa in bocca. Fu scritto da Simenon nel dicembre del 1939 a Nieul-sur-Mer, ma pubblicato soltanto nel 1942 e rappresenta il ritorno dello scrittore al suo personaggio più famoso dopo che, come Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes, aveva deciso di abbandonarlo.
In Italia uscì in volume grazie a Mondadori nel 1960, con il titolo fuorviante di "Maigret e il sergente maggiore". Protagonista del giallo è Prosper Donge, che lavora nella caffetteria dell’albergo Majestic, sugli Champs-Elysées. E' lui che scopre, nello spogliatoio del personale, chiuso dentro un armadio, il corpo senza vita di una cliente dell'Hotel, Mrs Clark, moglie di un ricco industriale di Detroit. Si scoprirà che in realtà la donna era di origine francesi e che in passato aveva avuto una relazione proprio con Donge, quando era una entraîneuse a Cannes. Anzi, da Prosper aveva avuto un figlio che aveva però fatto credere figlio dell'americano con cui si era subito sposata. Donde diventa subito, pertanto, il principale sospetto. La verità si rivelerà essere un'altra.
Quasi tutto il racconto è ambientato nel vasto hotel Majestic, come nel primo romanzo con Maigret, "Pietr il Lettone" (del 1931). Belle le descrizioni del lavoro frenetico dietro le quinte di un grande albergo del genere, e interessante la ricostruzione della Parigi degli anni Trenta. Tuttavia colpisce questa frase: “Plebeo fino all’osso, anzi fino al midollo, Maigret provava ostilità verso tutto ciò che lo circondava lì al Majestic”.

sabato 25 novembre 2017

LETTERE A UN GIOVANE POETA



Rainer Maria Rilke
LETTERE A UN GIOVANE POETA
Mondadori 
1997, brossurato
100 pagine, 6.20 euro

"Le opere d'arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica": uno dei più citati aforismi di Rilke è contenuto proprio in questo piccolo, ma aureo, libretto. Rainer Maria Rilke in realtà si chiamava René, ma si cambiò nome poco più che ventenne per dare un taglio con il passato vista l'infanzia infelice e solitaria che aveva condotto a Praga, dopo essersi trasferito nella più vivace Monaco. Fu solo l'inizio di un irrequieto spostarsi in giro per l'Europa (soggiornò anche in Italia e in Russia prima di stabilirsi in Svizzera) nonostante i pochi mezzi e la salute cagionevole: era deciso però a seguire la sua vocazione artistica e soltanto quella, perciò visse scrivendo nonostante in certi periodi della sua vita, come racconta egli stesso proprio in queste "Lettere a un giovane poeta", non avesse neanche i soldi per comprarsi i suoi libri. Tuttavia, prima l'aiuto di uno zio, poi uno stipendio corrisposto da un editore, gli permisero di essere ciò che voleva e soltanto quello: un poeta. A me è sempre stato simpatico fin da quando mi imbattei alle elementari in una sua poesia sul libro di lettura, "Il risveglio del vento":

Nel colmo della notte, a volte, accade
che si risvegli, come un bimbo, il vento.
Solo, pian piano, vien per il sentiero,
penetra nel villaggio addormentato.

Striscia, guardingo, sino alla fontana;
poi si sofferma, tacito, in ascolto.
Pallide stan tutte le case, intorno;
tutte le querce mute.

Le dieci lettere di Rilke raccolte in questo Oscar sono state tutte indirizzate, tra il 1903 e il 1908, a Franz Faber Kappus, che le ha pubblicate nel 1929 (tre anni dopo la morte del mittente, vittima della leucemia poco più che cinquantenne). Kappus, studente nella stessa accademia militare frequentata (suo malgrado) anche da Rilke, aveva scritto al poeta inviandogli in lettura alcune sue composizioni per averne un giudizio. Rilke gli rispose da Parigi con una garbata missiva che comincia così: "Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un'opera d'arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi". Fra il giovane poeta e il più maturo autore nizia una corrispondenza che ha per tema proprio la poesia e che è bellissima da seguire. "Lei mi domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v'è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radivi nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere?".

lunedì 20 novembre 2017

ORIGIN





Dan Brown
ORIGIN
Mondadori
2017, cartonato
560 pagine, 25 euro

Se qualcuno mi chiedesse perché, dopo aver letto gli ultimi romanzi di entrambi, non comprerò il prossimo di Paolo Cognetti (Premio Strega 2017) mentre certamente divorerò quello che scriverà Dan Brown (che mai vincerà alcun premio letterario), risponderei così: perché Cognetti (che ho cito soltanto perché è il più recente illustre premiato con la medaglia d'oro) non mi fa venire voglia di andare avanti pagina dopo pagina, mentre Dan Brown sì. Mi rendo conto che il limite è tutto mio, se prima del bello stile viene l'interesse per una trama che avvince e coinvolge, però che ci devo fare? La storia dell'amicizia ritrovata fra due ex ragazzi che si sono conosciuti durante le vacanze estive mi fa sbadigliare, quella della scoperta dell'origine della vita che mette in discussione tutte le credenze religiose mi appassiona. Sarò strano, ma è così. Del resto Dan Brown ha il talento (dal mio punto di vista) di saper scegliere proprio gli argomenti che maggiormente mi intrigano: Dio, il destino dell'umanità, una diversa interpretazione dei Vangeli, l'eterno femminino, la sovrappopolazione, le religioni, le opere d'arte, l'entropia, gli sviluppi della tecnologia (ho messo nel calderone le tematiche dei romanzi più noti dello scrittore statunitense). Premesso tutto ciò, il nuovo titolo di Brown, "Origin", che riporta sulle scene il personaggio di Robert Langdon, insegnante di simbologia religiosa ad Harvard, non è il migliore della sua produzione, pur facendosi leggere tutto d'un fiato nonostante le oltre cinquecento pagine. Lascia tuttavia soddisfatti perché effettivamente, alla fine della storia, le ipotesi che si propongono sulll'origine della vita e sul destino dell'uomo sulla Terra sono non soltanto plausibili ma perfino probabili. Come nel caso di "Inferno" riguardo alla sovrappopolazione, Brown ha (secondo me) perfettamente ragione. Del resto le stesse idee, più o meno, sono state sostenute letterariamente da Isaac Asimov (certi suoi racconti come "L'ultima domanda" o "Biliardo darwiniano" sono del tutto in linea), e scientificamente da parecchi studiosi le cui ricerche sono alla base della documentazione che Brown ha poi rimaneggiato per trasformarle in romanzo. Dunque, lo scrittore dà piena soddisfazione alle curiosità iniziali da lui stesse solleticate. Il nome di Asimov risulta particolarmente significativo dal momento che in "Origin" compare un personaggio insolito: un programma (di computer) senziente chiamato Winston, che rende il romanzo a pieno titolo un giallo fantascientifico avvicinabile ai racconti asimoviani con Multivac o con il detective robot Daniel Olivaw. Quel che un pochino lascia perplesso è il fatto che di nuovo, sostanzialmente, la trama ricalchi il deja vu di altri romanzi: Robert Langdon è in fuga, braccato, con una donna al suo fianco (in questo caso una certa Ambra), seguendo il filo di una sorta di caccia al tesoro destinato a trovare la soluzione a un appassionante quiz. Magari questa volta si poteva sperare in qualcosa di diverso, ecco. Poi sa un po' di "americanata" (uso sempre malvolentieri questo termine, ma in questo caso ci vuole) lo show con cui uno scienziato, Edmond Kirsch, intende annunciare al mondo la scoperta che cambierà tutto, in una sorta di grande party in collegamento con tutti i canali multimediali e con i social. Ecco un punto chiave, in effetti: il romanzo mette in evidenza quanto sia diventata importante la comunicazione via Internet. Però, suvvia, gli scienziati le loro scoperte le presentano in un altro modo. Strano anche che Kirsch fosse uno studioso solitario e indipendente e che soltanto lui fosse a conoscenza dei risultati che vuole, a un certo punto, rendere pubblici tramite un evento in stile hollywoodiano. Poiché qualcuno lo uccide prima della rivelazione, la caccia al tesoro condotta da Langdon punta a scoprire la password che dà accesso alla memoria del suo computer. Nella realtà gli scienziati lavorano in equipe e non c'è computer che un buon tecnico non riesca a violare anche senza password. Stupisce infine l'ambientazione spagnola, e soprattutto il ricorso una famiglia reale (nel senso del Re) del tutto irreale. Dato che l'universo di Langdon dovrebbe essere il nostro, e non una realtà parallela (almeno, vista l'attenzione dell'autore nel ricostruire luoghi e figure storiche), o non si fa cenno ai monarchi madrileni (utilizzando figure fittizie del loro entourage) o li si mette in scena con i loro veri nomi e cognomi.

mercoledì 15 novembre 2017

FACEZIE



Cinque libri in tre anni sono un discreto bottino. E' probabile che diventino sette in quattro, ma questo lo vedremo alla fine del 2018. Per ora, facendo un bilancio, vedo che dal 2015 a oggi sono arrivati in libreria "Utili Sputi di Riflessione", "Tex Secondo Letteri" e "Sarò bre" (editi da Allagalla) e "Dall'altra parte" e "Facezie" (pubblicati da Cut Up). Ci sarebbe in realtà anche il libro intervista della  collana "Lezioni di fumetto" (Comicout) dove rispondo alle domande di Laura Scarpa, ma appunto è un libro di Laura e non mio; e ci sarebbe ancor di più la raccolta di un romanzo e due short-tales "La capanna nella palude e altri racconti" (Cartoon Club) ma soltanto uno dei tre titoli è inedito, il più breve, e dunque lo si può considerare una ristampa (anche se con titolo e copertina nuovi). Lo scaffale dedicato alle mie pubblicazioni letterarie nella casa dei miei ventitré lettori si sta appesantendo sempre più, e siccome "Facezie", l'ultimo libro, è piuttosto ponderoso, bisognerà puntellarlo. Ovviamente scherzo, e sono io per primo a essere stupito della quantità di testi a mia firma dati alle stampe. Però, se gli editori (quei due o tre, ancora piccoli, di cui sono amico prima che collaboratore) me li accettano e talvolta me li chiedono e anzi li sollecitano, vorrà dire che qualcuno li compra e forse li legge. Me ne meraviglio, ma mi arrendo all'evidenza.

La lettura di "Facezie" sarà, per chi vorrà cimentarsi nonostante le 320 pagine, forse più gradevole e divertente, se non esilarante, di tutte le altre. Ci ho messo quaranta anni a scrivere questo libro, considerando che ci sono dentro anche testi comici che ho scritto quando frequentavo il liceo. Oltre a quelli (una intervista a Giulio Cesare, un poema goliardico in venti canti endecasillabi) sono finiti nel calderone le canzoncine di Cico, i monologhi di cabaret con protagonista una certa sboccatissima Bianca Bandiera, le vignette realizzate insieme a James Hogg (comprese le strisce del ginecologo Gustavo La Passera), le interviste a Zagor e a Dylan Dog apparse su "Collezionare", il dizionario degli insulti, le recensioni del Kamasutra e di altri testi sacri. 

Subito dopo la fantastica copertina di Walter Venturi e la  dotta e ironica (ironicamente dotta) prefazione di Stefano Fantelli, troverete una mia introduzione che vi copio qui sotto (così potete leggerla, se volete, senza comprare il libro). Vorrebbe essere un testo comico anche questoVolendo potete già ordinare il libro presso il sito della Casa editrice: fino al 15 novembre lo otterrete scontato (14 euro invece di 15) e con spedizione postale gratuita. Cioè vi basta un clic e vi arriva a casa. Ecco il link:



IL TEATRO DEI BURATTINI
di Moreno Burattini

In cognomen omen, si potrebbe dire. Chiamandomi Burattini, scappa da ridere a me che mi presento e a quello a cui tendo la mano. Tempo fa ho telefonato al teatro Colla per prenotare: “Vorrei dei posti per lo spettacolo di marionette”. “Va bene, a che nome?”. “Burattini”. Gelo dall’altra parte della linea. Avrà pensato che stessi prendendoli per i fondelli. E così mi devo trattenere nel prendere in giro gente che si chiama in modo strano, tipo Banana Yoshimoto: magari Burattini in giapponese significa cetriolo. Chissà se è per questo (per il cognome che mi è toccato in sorte) che ho sempre avuto il vezzo di cercare di far ridere. Il che non significa che ci sia sempre riuscito, anche perché ognuno ride a modo suo. Non intendo discutere su ciò che fa o che non fa ridere perché è un argomento scivoloso (e le scivolate, comunque, tranne quando capitano a me, mi fanno ridere). Una volta ho assistito a un esperimento in TV, in cui un italiano raccontava una esilarante barzelletta a un gruppo di arabi: neppure un accenno di risata. Quindi uno di loro raccontava all’italiano una loro storiella, che faceva sbellicare quelli con lui, ma che lasciava estremamente perplesso il nostro concittadino (e me). Quindi, noi e loro ridiamo in modo diverso. 

Ma anche tra di noi i pareri sono discordi e c’è chi, con mio estremo stupore, non ride guardando Fantozzi, chi storce la bocca di fronte a Checco Zalone e chi non tollera le gag di Cico. Perciò non mi illudo che le mie facezie riscuotano il plauso generale, mi accontento di quello colonnello (risate). Fatto sta che personalmente sono di bocca buona e rido di tutto (divertendomi moltissimo), poi ci sono quelli sofisticati e schizzinosi che ridono di molto meno o di quasi niente (divertendosi, temo, pochissimo). Io la penso come Stan Laurel, che scrisse una poesia dal titolo God bless all clowns, Dio benedica i clown. Venne letta alle sue esequie, insieme all’ultima frase detta dal grande comico: “Se qualcuno si azzarda a piangere al mio funerale, giuro che non gli rivolgerò mai più la parola”. Secondo Dostoevskij, si conosce un uomo dal modo in cui ride. Chissà che cosa pensano di me, allora, quelli che mi vedono sghignazzare di tutto. Penseranno che ci provi con ogni donna, basta che respiri. Il che purtroppo è vero, del resto. Secondo Umberto Eco, “quello che esce indenne dal riso, è valido; quello che crolla, doveva morire”. Quant’è vero. Se una verità non supera la prova dell’ironia, non è una verità. 

Un’altra verità è che, com’è chiaro, ho citato Dostoevskij e Umberto Eco per nobilitare questa introduzione, destinata a presentare un libro vergognoso. Del resto, non ho argomenti per giustificarlo e dunque finora ho divagato. Adesso non mi resta che cercare di spiegarvi qual è la tragica realtà. La casa editrice Cut Up si è accorta che vado in giro per l’Italia a presentare dovunque i miei libri di aforismi (pubblicati da un altro editore) e dunque si è detta: “Stampiamogli anche noi una raccolta di qualcosa di umoristico così nelle stesse presentazioni si porta dietro anche il nostro titolo, e facciamo promozione a costo zero”. Perciò mi è stato chiesto se avevo del materiale comico. Figuriamoci. Scrivo facezie da una vita. Le scrivevo sul diario di scuola dei miei compagni di liceo, facevo filastrocche per i commilitoni durante il servizio di leva, a tutti i matrimoni a cui sono invitato mi pregano di comporre una satira sugli sposi. Ho riempito di stupidaggini tutti gli spazi disponibili. Sul mio blog, su Facebook, su Twitter non faccio altro che piroette verbali. Per non parlare dei testi di cabaret, di quelli per il “Vernacoliere”, delle rubriche su Lupo Alberto e su Cattivik che ho curato per anni. Mettere insieme questa raccolta è stata una cosa da ridere, nel senso di molto facile. Che poi faccia ridere qualcuno tranne me, è tutto da dimostrare. Però, confido sulla quantità della proposta: fra tutte le stupidaggini che troverete (parolacce, doppi sensi dozzinali e volgari, allusioni erotiche e sessiste, gag politicamente scorrette, rutti e suoni di flatulenze fatti con le ascelle) una almeno sono quasi certo che vi farà abbozzare un mezzo sorriso. Se siete italiani. Se siete arabi, non lo so (risate islamofobe). 

Cut Up mi ha cercato dunque di nuovo dopo la raccolta di racconti inquieti “Dall’altra parte”, segno che la prima ho fatto buona impressione. Non posso che ringraziare per la fiducia l’editore e il mio supervisore Stefano Fantelli. Altri ringraziamenti vanno a Walter Venturi, autore della fantastica copertina (che da sola vale il prezzo del volume) ma anche mio consulente per il romanesco dell’Intervista a Giulio Cesare (che troverete più avanti). Eternamente grato sarò poi a James Hogg, disegnatore più toscano di me a dispetto del nome, mio sodale nelle vignette che da tempo andiamo realizzando insieme, alcune delle quali raccolte in queste pagine (in attesa di un libro tutto nostro che proponga l’opera omnia di Burattini & Hogg). Infine, una menzione speciale a Valentina Uccheddu che mi ha aiutato a tradurre in italiano testi scritti originariamente in vernacolo fiorentino. Essendo lei sarda, non capirò mai come abbia fatto. Baci, abbracci e scuse a tutti voi.



venerdì 10 novembre 2017

MAXMAGNUS





Max Bunker
Magnus
MAXMAGNUS
1000voltemeglio Publishing
2017 - 68 pagine

brossurato, 9.99 euro

Come scrive Max Bunker nella sua presentazione di questa nuova edizione del suo capolavoro, "dopo quasi cinquant'anni queste storie sono ancora fresche a dimostrazione di quanto nulla cambi nella gestione del potere".
La "controfavola" delle avventure di Re Maxmagnus e del suo malefico braccio destro si dipana lungo una serie di short-stories, pubblicate uno dopo l'altra sulla rivista Eureka a partire dal marzo 1968. Il racconto è un capolavoro di satira, la "summa" dell'umorismo amaro e grottesco di Magnus & Bunker, il loro prodotto più riuscito. In un reame immaginario e in un medioevo da metafora senza date, dove si rispettano le leggi della favola più che quelle della storia, un Re avido e approfittatore, Maxmagnus, e il suo Amministratore Fiduciario sfruttano e derubano in maniera ignobile i poveri contadini, tra i quali maturano lentamente i germi della rivolta. Nel contorno, si muove un teatrino di altri personaggi, quali la Regina manesca e megera, la figlia dei sovrani bruttissima e stupida, il "vicino di regno" Re Porcione, maghi e streghe, briganti, un gruppo di rivoluzionari di professione di chiaro stampo marxista. Ma il personaggio più riuscito è senza dubbio l'Amministratore Fiduciario, vero e proprio Machiavelli degli intrighi di corte, astuto, ladro e imbroglione, degna spalla, comunque, dell'altrettanto turpe Re. Quando negli ultimi episodi della serie scoppia la rivolta e la sorte arride agli insorti, l'Amministrazione non esita a cambiare bandiera schierandosi contro il sovrano. Alla fine, dopo la rivoluzione, tutto rimane com'è: il popolo continua a essere sfruttato, l'Amministratore continua a estorcere balzelli, ma questa volta in nome della "repubblica popolare" anziché della monarchia; i poveracci sono rimasti poveracci ma hanno la grande opportunità di essere tutti uguali, e di chiamarsi l'un l'altro "cittadino". La musica, insomma, è sempre quella: sono solamente cambiati i suonatori.
Significativa, a questo proposito, l'ultima scena di "Capitolazione!", l'episodio che chiude la serie delle short-stories. I rivoltosi hanno occupato il palazzo e mandato in esilio il re. "Siamo noi che comandiamo, ora le tasse le pagheranno solo i ricchi", dice il primo rivoluzionari.; "I poveri saranno esentati, solo i ricchi pagheranno a favore dei meno abbienti", dice il secondo. "Una cosa vi è sfuggita - li corregge l'Amministratore, appena passato dalla loro parte - vi dimenticate che ora i ricchi siamo noi". Così l'ultima vignetta della serie ricalca la prima, dalla quale tutto era iniziato. L'Amministratore riscuote i tributi della plebe, ma adesso sul suo cappello è appuntata la stella rivoluzionaria. "Ecco qui, è tutto quanto possiedo, cittadino amministratore", dice il primo dei tartassati. "E che altro ti serve, cittadino straccione? Hai fatto il tuo dovere e puoi morire contento".
Non sfugga la valenza anticomunista di questo finale, così come la lunga serie di malefatte del Re e dell'Amministratore avevano una chiara connotazione anticapitalista. Insomma, se è vero che Maxmagnus è un fumetto che non a caso nasce nel Sessantotto, è vero anche che riesce a far satira in tutte le direzioni, colpendo a destra e a manca senza doppiopesismi né cerchiobottismi. Insomma, se con il Sessantotto va in crisi il principio di autorità e l'imperativo della satira è dissacrare, il sarcasmo di Magnus e Bunker dissacra anche il Sessantotto.
Analizzando il contenuto umoristico, Maxmagnus può essere considerato come la "prova generale" di Alan Ford. Le avventure dell'avido Re Maxmagnus, in quei brevi ma ficcanti episodi che sono un gioiello di sintesi narrativa, sono la più divertente satira politica dei rapporti fra governanti e governati che mai sia stata realizzata. Probabilmente ancora più divertente dello stesso Alan Ford, nel quale la satira politica è solo un elemento di una più ampia satira sociale.
«Il medioevo di Maxmagnus - ha scritto Francesco Manetti sulle colonne del "Fumetto" dell'Anafi - è in realtà l'Italia odierna, dove il cittadino è costantemente tartassato da uno Stato ingordo, qui incarnato dall'Amministratore, che passa il suo tempo a scovare nuovi modi per truffare il popolo e persino Sua Maestà. Due personaggi negativi, due antieroi per una saga dal sapore profetico».
A dar retta al calendario, Magnus & Bunker avrebbero creato la coppia Re-Ministro qualche tempo prima di dar vita ad Alan Ford. Maxmagnus infatti esordì sulle pagine di Eureka nel 1968, mentre le avventure del Gruppo TNT avrebbero cominciato a essere raccontate solamente nel maggio dell'anno successivo. Tuttavia il "prima" ha in questo caso un valore piuttosto limitato, perché se si considera la lunghissima gestazione di Alan - la cui preparazione durò parecchi mesi, come ha più volte testimoniato Bunker - la nascita dei due personaggi può essere considerato un parto gemellare. Si potrebbe dire, con questo, che l'approdo del duo Secchi-Raviola sul pianeta del fumetto comico e satirico era inevitabile, quasi un'esigenza richiesta dalla natura stessa della loro ispirazione. Va del resto segnalato come il marchio di fabbrica dell'osannata coppia Magnus & Bunker è così evidente che non solo il nome del re e del reame (Maxmagnus, appunto) si rifà agli pseudonimi dei due creatori, ma gli stessi personaggi hanno le sembianze del soggettista (il Re) e del disegnatore (l'Amministratore).
Il segno di Magnus ha qui raggiunto la maturità, scivolando in un tratto grottesco e caricaturale che - pur con le successive correzioni - rimarrà per sempre una delle caratteristiche del disegnatore bolognese. Le caratterizzazioni grafiche dei vari personaggi (il re pancione ed ozioso, il rivoluzionario segaligno e con gli occhiali spessi da intellettuale, la plebe cenciosa e ignorante, i banchieri grassi ed eleganti) costituiscono anzi un sicuro elemento della buona riuscita del personaggio. L'episodio del luglio 1970 è l'ultimo della serie: alcuni mesi dopo tutte le avventure del Re e del suo fido amministratore vennero raccolte in volume, ottenendo nel 1971 il "Dattero d'oro" al 24° Salone dell'Umorismo di Bordighera come miglior fumetto dell'anno. Un seguito, tuttavia, ci fu. Alla fine degli anni settanta Bunker tentò infatti di riproporre le avventure di Maxmagnus in una nuova edizione, "rivista e corretta" sotto forma di storie lunghe che però ricalcavano l'intelaiatura di fondo della serie di short-stories. I soggetti erano sempre firmati da Max Bunker, ma i disegni - non essendo Magnus più disponibile - vennero affidati a Leone Cimpellin.

martedì 31 ottobre 2017

FUGGIRE



Guy Delisle
FUGGIRE
MEMORIE DI UN OSTAGGIO
Rizzoli Lizard
2017, brossurato

432 pagine, 22 euro

Guy Delisle è il mio graphic journalist preferito. L'ho deciso anni fa dopo aver letto "Cronache di Gerusalemme" (o forse era "Pyongyang"?) e non ho più cambiato idea. Il talento di Delisle nel descrivere con pochi segni e poche parole, in assoluta e solo apparente levità, una realtà drammatica è straordinario e coinvolgente. A differenza di altri cronisti, il disegnatore non ha bandiere da sventolare o armamentari ideologici a cui far ricorso per interpretare la realtà. Appunta ciò che vede con gli occhi puri di uno che quasi se ne meraviglia, ascolta tutti, resta perplesso al pari dei suoi lettori. Dopo aver descritto la vita un punti problematici de mondo, adesso (nel 2016) ci racconta della Cecenia. Un paese davvero inquietante, stando a quel che ci viene mostrato narrando la vicenda di Christopher André, un attivista francese di Medici Senza Frontiete in una missione umanitaria in Inguscezia (una microscopica repubblica della Federazione Russa). Christopher viene rapito dal suo letto una notte di luglio del 1997 da una banda di ceceni che lo trasportano oltreconfine, nella loro terra, e lo tengono prigioniero per alcuni mesi. Lo scopo dei banditi è, a quanto pare, quello di chiedere un riscatto (e chiederlo a dei medici che curano chi ne ha bisogno, e che magari hanno curato anche qualche loro parente o amico). André però non sa niente delle trattative in corso: nessuno dei rapitori parla la sua lingua e le giornate per lui trascorrono lente e tutte uguali, con un polso legato a un termosifone in una stanza vuota. In questa situazione ogni minimo avvenimento è degno di nota: le voci che giungono dalle stanze accanto, i pochi minuti concerti per mangiare o per lavarsi. Il cervello di Christopher macina progetti, piani di fuga, ipotesi sul futuro, speranze, delusioni. Il racconto che ne fa Delizie, frutto di una lunga intervista con André, è ipnotico e coinvolgente benché fatto di disegni che sembrano tutti uguali come tutti uguali sono i giorni del rapito. Non ci sono disamine sull'ideologia dei criminali o sulla situazione politica in Cecenia. Quel che della Cecenia si capisce basta e avanza nella descrizione dei banditi e in ciò che accade ad André quando, per un caso fortuito (una distrazione dei sorveglianti) riesce a fuggire. Una volta fuori, nessuno sembra in grado di dargli aiuto e anche il suo recupero da parte di Medici Senza Frontiere deve essere clandestino, come se fosse una operazione militare in terra nemica: i ceceni sembrano assolutamente conniventi con i rapitori. In realtà c'è una famiglia che soccorre il fuggiasco, ma lo fa con tutta la prudenza che serve nel maneggiare una patata bollente e infatti, a causa delle minacce di cui è fatta oggetto, deve chiedere asilo in Francia. Il risultato della bella impresa dei banditi è la chiusura della missione umanitaria nel Caucaso di cui Christopher faceva parte. Il numero di pagine può apparire spropositato per una storia in cui non succede quasi niente (le sequenze del rapimento e della fuga sono davvero una piccola parte del libro) ma è proprio nel fluire del niente che si capisce il dramma della prigionia di un ostaggio raccontata dal suo punto di vista.

lunedì 30 ottobre 2017

A TUTTOMETZ



Vittorio Metz
A TUTTOMETZ
Sugarco Edizioni
Prima edizione 1985
A cura di Delfina Metz
cartonato - 342  pagine
lire 25000


"Chi potrebbe reggere ai giorni nostri il confronto con uno come Metz?" si chiede Oreste Del Buono nella sua prefazione. Proprio per farci capire chi fosse Vittorio Metz, la figlia Delfina ha raccolto alcuni aneddoti relativi alla vita paterna (gli scherzi, per esempio) e quindi pagine scelte delle famose rubriche del "Marc'Aurelio" e del "Bertoldo", per poi passare a un'antologia della narrativa e del teatro, senza trascurare cinema e TV. Il tutto corredato da spiegazioni puntuali del contesto per cui furono scritti quei pezzi. Fra i lavori da ricordare, l'esilarante scenetta "Abbasso il Frolloccone" e la parodia del romanzo d'appendice "Il fiacre n° 13". Nato a Roma nel 1904 e lì morto nel 1984, Metz è stato anche regista cinematografico ma soprattutto sceneggiatore (suoi i copioni di molti film di Totò, tra cui "Totò Sceicco" e "Totò cerca moglie").  A lui si devono commedie musicali e spettacoli di varietà, televisivi e radiofonici (molte le macchiette e i personaggi di sua invenzione). Spesso lavorava in coppia con un altro grande autore, Marcello Marchesi. Celebre la sua collaborazione con Erminio Macario. Legato al suo nome è "Giovanna, la nonna del Corsaro Nero", del 1961, un serial per ragazzi andato in onda sull'unico canale RAI dei primordi. Peccato che Metz sia oggi un po' dimenticato e che, comunque, i suoi scritti (seppur divertenti) trovassero certo maggior efficacia sulle riviste umoristiche degli anni che furono piuttosto che raccolti in volume. In ogni caso, alcuni testi appaiono oggi un po' invecchiati rispetto invece a quelli di Achille Campanile, umorista di maggior spessore. Commovente il resoconto della morte del padre scritto da Delfina.