mercoledì 16 agosto 2017

L'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI


Jean Giono
Tullio Pericoli
L'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI
Salani Editore
cartonato, 64 pagine
16.80 euro

Pubblicato nel 1953, "L'uomo che piantava gli alberi" raccontanta una storia che comincia prima della Grande Guerra e finisce nel 1947 con la morte del protagonista, il pastore solitario Elzéard Bouffier. In tutto sono una ventina di pagine appena, tradotte però in tutto il mondo con grande successo e, in questa bella edizione della Salani, illustrate da par suo da Tullio Pericoli (le sue tavole però sono poste tutte in fondo al testo, raddoppiando lo spessore del volume, come se si trattasse di due libri separati: questo, secondo me, è un peccato: racconto e illustrazioni avrebbero dovuto essere fuse in un unicum). La sensazione che si ha è che la storia sia vera: l'io narrante, un camminatore solitario che incontra per caso il pastore durante una sua lunga escursione nell'alta Provenza, pare essere lo stesso Giorno e all'esistenza di Bouffier fa a tal punto piacere credere che non si fatica a immaginare il racconto come reale. Nel 1957, però, lo scrittore ha rivelato che no, non è così: "Mi dispiace deludervi, ma Elzéard Bouffier è un personaggio inventato. L'obiettivo era quello di rendere piacevoli gli alberi, o meglio, rendere piacevole piantare gli alberi". Intento perfettamente riuscito. Elzéard ogni giorno della sua vita, da quando si è ritirato in eremitaggio sulla montagna dopo la morte della moglie, pianta cento piantine di albero sulle nude e brulle cime che l'uomo ha lasciato deforestare e che per questo sono state abbandonate dai suoi abitanti dopo che è venuta a mancare anche l'acqua non più trattenuta dalle foreste. In trent'anni ha fatto crescere una selva di chilometri e chilometri di estensione che ha riportato la vita nella regione, modificandone il regime idrico e il clima. Bellissimo leggere la favola di come ci sia riuscito.

mercoledì 2 agosto 2017

L'ORDINE DEL TEMPO





Carlo Rovelli
L'ORDINE DEL TEMPO
Adelphi
2017, 210 pagine, 
brossurato, 14 euro

Dopo "Sette brevi lezioni di fisica", Carlo Rovelli (sicuramente uno dei maggiori fisici teorici italiani e forse del mondo) ci consegna un altro aureo libretto con il quale, in poche pagine e senza formule matematiche (se non una, quella su cui si basa il concetto di entropia), smonta la nostra concezione del mondo e ci dimostra quanto sia limitato il punto di vista dell'essere umano sulla realtà delle cose che ci circondano. Quella che soprattutto viene rasa al suolo è la nostra abituale concezione del tempo e del suo scorrere. Siamo abituati a pensare che il tempo proceda in un'unica direzione e a una precisa e immodificabile velocità, quella per esempio per la quale siamo certi di poter dare un appuntamento a qualcuno a un'ora stabilita. La verità è che il tempo scorre a velocità diverse (e con differenze facilmente verificabili) sul pavimento piuttosto che all'altezza del soffitto, perché è subisce l'influsso della gravità. Non solo: non esiste un tempo che consenta di dire "ora" in tutto l'universo e, in ogni caso, tutte le principali equazioni che descrivono la realtà, le leggi della fisica, non prevedono la variante temporale. Sono valide comunque anche in assenza del tempo o con il tempo che scorre indifferentemente in un senso o nell'altro. L'unica legge che prevede un cambiamento unidirezionale e dunque rende valido il concetto di tempo è quella dell'entropia, ovvero del calore che si diffonde dal caldo verso il freddo, il cui moto non può essere invertito. Ma anche l'entropia pare essere un fenomeno, se non locale, quantomeno registrabile soltanto per una scarsità di visione prospettica che non tiene conto dell'infinita complessità di ciò che sfugge al nostro sguardo. Il fatto che ci sia una tendenza al disordine nelle nostre vicinanze non significa che, su scala maggiore, ci sia un ordine diverso. Rovelli conclude ipotizzando che sia la percezione umana a creare il tempo, che non esiste in assoluto. Insomma, la realtà non è come ci appare (per citare il titolo di un altro - ben più ponderoso -saggio del fisico). Personalmente me ne faccio una ragione, tenendone conto ogni volta che qualcuno propone verità assolute.

martedì 1 agosto 2017

SARO' BRE





Gianni Fantoni con "Sarò bre"
E' uscito da qualche settimana un mio nuovo libro. Si tratta di "Sarò bre", edito da Allagalla (160 pagine, 10 euro). E' una antologia di aforismi segue il successo di un’altra, uscita del 2015 con il titolo “Utili sputi di riflessione”: quasi 1500 copie vendute. 

"Sarò bre" raccoglie oltre mille aforismi corredati da venti divertenti illustrazioni di James Hogg, con una copertina di Stefano Babini e una prefazione  di Tito Faraci (scusate se è poco). Si può trovare in libreria (lì dove c'è, se no non ci sono problemi a ordinarlo), ma anche su Amazon e su altri siti di vendita on line, compreso quello della Casa Editrice (basta un clic qui sotto).



Presentando quella silloge in giro per l’Italia ho spiegato di aver sempre collezionato gli aforismi degli altri, con una predilezione per quelli più cinici e cattivi, e di aver voluto cimentarmi anch’io in un genere che ha attraversato la storia della letteratura fin dalle origini. Già ai tempi del liceo avevo cominciato ad annotare su un grosso quaderno tutte le frasi citabili che incontravo nel corso delle mie letture. Con il crescere della mia biblioteca, è cresciuta anche la mia collezione di libri di massime, che ormai occupa due interi ripiani. Fra questi ci sono i due volumi dei Meridiani Mondadori intitolati “Scrittori italiani di aforismi”, che cominciano raccogliendo testi del Duecento fino ad arrivare al Novecento. Chiaramente, il mio preciso intento è fare in modo di essere contemplato in una eventuale nuova edizione di quell’opera (senza dubbio incompleta senza di me). 

Raul Cremona con "Sarò bre"
Dato che pubblicando in Rete le mie riflessioni, facezie, arguzie e stupidaggini ho finito per avere un pubblico che li apprezza e addirittura le attende o le va a cercare, credo si sia ormai capito, e non serva ribadirlo più di tanto, come tutto ciò che scrivo vada considerato una provocazione, un pungolo, una puntura e non ci siano verità rivelate o tesi propugnate. Anzi, sono gradite le contraddizioni perché dai contrasti nascono i dibattiti e gli arrovellamenti d’idee. Mi piace l’idea che da un concetto, talvolta paradossale, si possano trarre lunghe riflessioni. Talvolta i miei aforismi riescono a mettere a nudo la mia anima, anzi, in certi casi che la scarnificano. Del resto si sa che Arlecchino si confessò burlando. Mi diverte anzi dipingermi peggio di come sono per la soddisfazione di sentirmi dire: “ma no, non è vero che sei così”. E che delusione quando non me lo dicono e temo di essere così davvero. Poiché ai buffoni si perdona tutto, anche le parolacce, mi sono permesso di usarne qualcuna a scopo ludico: tenete però il libro fuori portata dai bambini, mi raccomando. In ogni caso, come scrisse Stan Laurel in una sua poesia, God bless all clowns: Dio benedica i clown. Non è obbligatorio pensarla come me su Dio, Patria e Famiglia per apprezzarne la mia presa in giro che fa parte degli stilemi del genere. Del resto neppure io la penso come me. 

Permettetemi di commentare l’illustrazione di copertina opera di Stefano Babini. Si può facilmente intuire come dietro la metafora del messaggio in bottiglia che va alla deriva verso un destinatario sconosciuto si nasconda, e neanche tanto, il concetto stesso di aforisma. Ma c’è dell’altro, un secondo piano di lettura. La bottiglia è in primo piano contro un orizzonte. E il verbo greco horízo, “separo”, è alla base della parola “orizzonte”: in pratica, “aforisma” e “orizzonte” hanno lo stesso etimo. Apó e horízo significano “separo da” ma anche “circoscrivo” e dunque aphorismós  vale come “definizione”. L’orizzonte è ciò che lo sguardo circoscrive separandolo dal tutto, e l’aforisma è ciò che poche parole possono contenere in uno spazio limitato. “Ci sono certi scrittori che riescono a esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono due righe”: così Karl Kraus in Detti e contraddetti (Adelphi, 1992), uno dei miei livres de chevet. Gli aforismi sono una forma d’arte paragonabile alla poesia: ogni singola parola ha un peso enorme e il loro significato va incredibilmente al di là delle dimensioni del testo con cui lo si esprime. Gesualdo Bufalino, del resto, diceva: “un aforisma ben fatto sta in otto parole”. Non ne servono molte di più per colpire immediatamente nel segno con più efficacia di qualunque lungo discorso. Del resto, “quando non si sa scrivere, un romanzo riesce più facile di un aforisma”, concludeva il solito Kraus. 



ISTRUZIONI PER L’USO

Gran parte degli aforismi di "Sarò bre" sono stati pubblicati sul mio profilo Twitter tra il 2015 e il 2017, anche se alcuni sono comunque inediti. I miei più fedeli lettori (sono certo di averne più di venticinque) potranno divertirsi a scoprire quali. Non importa, anzi è sconsigliato, leggerli nell’ordine con cui li ho disposti. Il modo migliore per fruire del libro è saltare di pagina in pagina passando da un argomento all’altro in modo casuale. Non è necessario essere d’accordo con il senso dell’aforisma per apprezzarne la forma. La suddivisione per argomenti è partita dal principio che le singoli “voci” dovessero essere diverse da quelle contenute in “Utili sputi di riflessione”. Se mai verrà fatta una raccolta complessiva dei due libri avremo così un dizionario completo.


Spero mi si creda in buona fede affermando che si tratta sempre e comunque di farina del mio sacco: se qualche aforisma assomiglia (o addirittura coincide) con qualcosa di altrui, si tratta di un caso. Del resto, le idee sono nell’aria ed è capitato anche a me di vedere attribuito ad altri quel che sono certo aver scritto io.


Un affettuoso ringraziamento va a Stefano Babini, illustratore della bellissima copertina realizzata appositamente per quest’opera, e a James Hogg, mio sodale e complice nelle vignette che da anni ormai pubblichiamo sul “Vernacolire” e su “Enigmistica Più”, autore dei venti disegni che corredano il testo: i lavori di questi due artisti valgono da soli il prezzo del libro. Un grazie particolare all’amico Tito Faraci per la sua prefazione che in alcun modo va considerata un endorsement verso i contenuti dei singoli aforismi, di cui mi prendo tutta la responsabilità. Un grazie anche a Valentina Uccheddu che mi ha aiutato in modo sostanziale nella scelta, nella suddivisione e nell’editing. Se però fossero rimasti dei refusi, e ne saranno rimasti di sicuro, la colpa è soltanto mia. Del resto si sa che la battaglia contro i refusi è pirsa in partonza.


DICONO DI ME


Un distillato di arguzia e ironia” 
(Giuseppe Pollicelli, “Libero”)


“Burattini è approdato a un genere letterario a metà strada fra il frammento e la boutade, nel quale troviamo il singolare modo di scrivere di sé dell’autore” 
(Daniela Gori, “La Nazione”)


“Le sue battute hanno bensì un valore intrinseco, ora umoristico, ora didascalico, ora provocatorio, ora corrosivo, ora beffardo e perfino filosofico, ma al tempo stesso sono un esempio colto di questa tipologia di opere, delle quali troviamo disseminata tutta la storia della letteratura: fin dalla Bibbia, e poi Guicciardini, Montaigne, Einstein, e tanti altri, fino a Papini e Flaiano.” 
(Gianni Brunoro, “Fumo di China”



La copertina di "Sarò bre" sul tavolo da lavoro di Stefano Babini













STEFANO BABINI

Stefano Babini nasce a Lugo (RA) nel 1964. Dopo aver studiato presso l’Istituto d’Arte per il Mosaico di Ravenna, inizia la sua attività nel mondo del fumetto come inchiostratore per alcune testate erotiche della Edifumetto. Entra in contatto con Hugo Pratt e frequenta il suo studio in Svizzera. Nel 1993 approda alla casa editrice Sergio Bonelli e disegna la storia “Pendolare del tempo”, apparsa sul numero 10 della testata Zona X. Inizia quindi una collaborazione che continua tuttora con la Rivista Aeronautica, per la quale scrive e disegna vari episodi riguardanti la storia dell’aviazione, dando vita a un personaggio proprio, l’aviatore Attilio Blasi. Nel 2001 crea la strip “Mirna” per il settimanale femminile Donna Moderna, in collaborazione con Giovanni Fanti. Realizza le chine per alcuni racconti di Niccolò Ammaniti disegnati da Davide Fabbri e sceneggiati da Daniele Brolli, poi raccolti nel volume “Fa un po’ male” (Einaudi 2004). Nel 2006 entra a fare parte dello staff di Diabolik, prestando le sue matite al prologo e all’epilogo dell’episodio “Gli Occhi della Pantera” (Il Grande Diabolik, 1-2008). Nel 2009 pubblica per Dada Editore il graphic novel autobiografico Non è stato un pic nic!. Nel 2010 esce il suo secondo libro, uno sketchbook sempre per Dada,  dal titolo “Welcome bye bye”, che contiene in appendice una storia inedita a fumetti. Collabora al progetto Cinquanta x Cento in occasione del centenario della C.G.I.L., insieme a Vittorio Giardino e Ivo Milazzo, pubblicato da Ediesse. Inizia una collaborazione con la rivista Vanity Fair e nel 2011 pubblica il volume “Cielo di Fuoco” (Dada Editore) che raccoglie le storie uscite sulla rivista Aeronautica. Realizza un manifesto della Turandot e varie copertine di dischi, è ospite di svariate convention fumettistiche e nel 2012 prende parte alla Biennale d’Arte di Venezia. Nello stesso anno realizza un portfolio a tiratura limitata edito da Il Grifo dal titolo "Effe" contenente illustrazioni dedicate alla bellezza femminile. Nel 2013, oltre ad essere ospite in festival del fumetto di mezza Europa, realizza un albo speciale (fuori collana) di Diabolik, occupandosi anche dei testi e della sceneggiatura, intitolato "Colpo alla Little Nemo" (edito dalla omonima galleria d'arte). Nell’estate del 2013, dopo aver preso parte alla trasmissione televisiva Fumettology, crea un nuovo personaggio, Lord Caine e pubblica, con il proprio marchio editoriale Dark Crow, un portfolio a tiratura limitata, dopo aver realizzato il volume edito da Il Grifo dal titolo "Paper Girls". Nel 2015 viene insignito del Romics d’Oro, realizza un racconto sulle Frecce Tricolori e assieme all’amico Lele Vianello pubblica un libro di illustrazioni sui nativi americani dal titolo “Indians” (Dark Crow). Attualmente sta lavorando alla stesura della storia che darà inizio alla saga di Lord Caine.

Stefano Babini


JAMES HOGG

James Hogg, discendente dell’omonimo scrittore e poeta scozzese del ‘700, nasce a Firenze nel 1964 ed esordisce professionalmente come disegnatore  per la “Corrado Tedeschi Editore” di Firenze nel 1987. Oltre a disegnare copertine di libri e dischi negli anni’90 si dedica anche al fumetto sia di genere realistico che umoristico lavorando per “Demon Story”, “L’Intrepido” e “Nick Carter” su testi di Vincenzo Perrone, Adriano Carnevali e Bonvi. Nel 1997 inizia il sodalizio con Massimo Cavezzali sui testi del quale disegna il personaggio di Ava sulle pagine di “Lupo Alberto”, storie libere per “Totem” e vignette per il settimanale “Musica di Repubblica”. Dagli anni 2000 lavora stabilmente come illustratore e fumettista per lo studio E’unidea di Milano. Divide la  sua passione per il disegno con quella per la musica scrivendo fin dagli anni Ottanta testi in inglese per svariati gruppi rock italiani che lo porta negli anni a partecipare alla realizzazione di più di venti album di artisti quali: Strana Officina, Sabotage, Death SS, Bud Tribe, Ancillotti, Nuova Era. Recente è la collaborazione come vignettista e disegnatore di strisce con il mensile satirico “Il Vernacoliere” e il settimanale di Cairo Editore “Enigmistica più” su testi di Moreno Burattini. Inoltre ha pubblicato fumetti, vignette ed illustrazioni  su: “Il Giornale dei Misteri”, “Visto”, “Sorrisi e Canzoni TV”, “Settimana Sudoku”, “Comix”, “Prezzemolo”,“La Nazione”, “Corriere della Sera”, “ La Repubblica”.


James Hogg



lunedì 31 luglio 2017

IL COLLEZIONISTA DI OSSA






IL COLLEZIONISTA DI OSSA
di Jeffery Deaver 
BUR Rizzoli
2013, 460 pagine, 4.90 euro


Ho recuperato la prima indagine di Lincoln Rhyme approfittando di una edizione speciale a meno di 5 euro, e ovviamente sottolineo il prezzo per rimarcare come chi dice di non leggere libri (o fumetti) perché costano troppo cari evidentemente parli a vanvera. Detto ciò, a lettura ultimata, il maggior pregio del romanzo consiste appunto nella figura del protagonista, il criminologo tetraplegico che gestisce le sue indagini dalla propria camera da letto, riuscendo a muovere soltanto la testa e il mignolo della mano sinistra. Deaver, molto abile nel gestire i cambi di scena e a mantenere tesa la narrazione, scava senza pietà nella psiche e nella sofferenza di Lincoln Rhyme: per tutta la storia lo vediamo teso a realizzare due obiettivi, quello di catturare un serial killer e quello di suicidarsi, prima che un peggioramento delle sue condizioni lo muri vivo nel proprio corpo e gli impedisca qualunque altre tentativo. Un motivo per vivere gli viene offerto dal suo incontro con Amelia Sachs, bellissima detective dai capelli rossi che si innamora di lui. "Amelia già dormiva. I capelli di una donna gli ricadevano sulla faccia per la prima volta da anni. Gli facevano il solletico. Aveva dimenticato che succedeva così. Ora, naturalmente, non avrebbe potuto spostare i capelli di Sachs nemmeno se Dio in persona gli avesse chiesto di farlo. Ma non gli passava neanche per la testa di fare una cosa del genere. Anzi, tutto l'opposto: avrebbe voluto prolungare quella sensazione sino alla fine dell'universo". Rhyme è rimasto paralizzato quando, ispezionando la scena di un crimine, un trave gli era caduto addosso mettendo fine alla sua carriera nel reparto scientifico della polizia. Adesso, a distanza di anni, i suoi colleghi tornano a chiedergli aiuto per risolvere un caso inquietante che si configura come una vera e propria corsa contro il tempo: un pazzo rapisce delle vittime e prepara trappole mortali che scatteranno se, sulla base degli indizi lasciati a bella posta, i poliziotti non capiranno in fretta dove e come. Lincoln capisce che c'è un collegamento fra il modus operandi del folle e quello di un serial killer newyokese del XIX secolo, soprannominato "il collezionista di ossa". Accanto al tetraplegico, oltre ad Amelia (che Rhyme assume proprio in questo libro) c'è un assistente chiamato Thom, che si occupa delle sue funzioni corporali, e una squadra di tecnici e analisti che esaminano per lui i campioni raccolti sul terreno (polvere, peli, liquidi, impronte). Si tratta della prima indagine dopo l'incidente che ha immobilizzato il criminologo, e nella Polizia c'è anche chi non è contento che un civile (tale Lincoln è tornato a essere) dia degli ordini a uomini in divisa, dunque non manca chi rema contro cercando di strappare il caso al tetraplegico. Dopo l'inaspettata soluzione del caso, le Autorità chiederanno aiuto al genio di Rhyme in maniera costante e sistematica, e sempre Thom e Amelia Sachs saranno al suo fianco. Il tipo di gialli che la serie inaugura è quello "alla CSI", ma con il supporto di una narrazione matura e con un buon approfondimento psicologico dei personaggi, e continui colpi di scena.

sabato 15 luglio 2017

IL CASO O LA SPERANZA?



IL CASO O LA SPERANZA?
UN DIBATTITO SENZA DIPLOMAZIA
di Paolo Flores D'Arcais e Vito Mancuso
Garzanti
2013, 160 pagine, 14 euro

Davvero senza esclusione di colpi, questo scontro fra filosofi sul sempiterno tema del rapporto fra la fede e la scienza. Flores D'Arcais (ex leader sessantottino e direttore della rivista "Micromega") invita Mancuso (il controverso ma illuminato e illuminante teologo laico de "L'anima e il suo destino") a dialogare su Dio e sulla trascendenza e ne viene fuori un testo bellissimo da leggere e da meditare. Tutt'altro che facile, va detto: i due contendenti sono preparatissimi in campo sia filosofico che scientifico, e le citazioni dotte si alternano a riferimenti culturali di amplissimo respiro, sia a pensatori del passato (questi, più facili da cogliere) che nostri contemporanei (questi, più ostici ma di grande interesse). Tuttavia, il botta e risposta tra i due agguerriti disputanti è efficace e coinvolgente e il saggio basta a se stesso, cioè si può leggere anche senza aver letto Wittgenstein o Kant (di cui si parla spesso). Volendo riassumere in nuce le posizioni dei due, Mancuso non difende alcun dogma della Chiesa Cattolica ma semplicemente (se "semplicemente" si può dire in questo caso) la fede in un Dio creatore che guida l'evoluzione in direzione del Bene; Flores D'Arcais, dal canto suo, professa la non necessità di un ente divino per spiegare un universo che si spiega da solo e che, anzi, testimonia piuttosto l'insussistenza di qualunque prova di una trascendenza che vada al di là delle leggi fisiche (quelle che conosciamo e quelle che conosceremo). Mancuso scrive: "All'interno di questo mondo dai molti possibili significati io credo un Dio e nell'anima immortale perché credo al bene e all'amore come significato ultimo dell'essere e della vita; credo in Dio e nell'anima immortale in quanto attribuisco al bene e all'amore il primato ontologico, e non solo etico, della vita". D'Arcais risponde: "Nulla da obiettare, fatti pure il tuo film ma non lo spacciare però come un 'sapere'". Da leggere, se vi attizza l'argomento.

domenica 2 luglio 2017

REX



David Herbert Lawrence
REX
Orecchio Acerbo
2017, brossurato
40 pagine, 8.50 euro


E' la confezione grafica che fa venir voglia di comprare e leggere questo libretto. Si tratta di poche pagine che propongono soltanto un breve racconto di David Herbert Lawrence (1885-1930), l''autore de "L'amante di Lady Chatterly", ma il testo lawrenciano è confezionato insieme a delle belle e affascinanti illustrazioni di Fabian Negrin (curatore anche della collana "Pulci nell'orecchio" in cui il libretto è inserito) così che viene facile sollevarlo dal banco della libreria e desiderare di portarselo a casa. "Piccoli capolavori ritrovati, grandi autori classici che ci consegnano schegge d'infanzia indimenticabili. Bambini che si misurano con un mondo severo, estraneo e spesso assurdo e incomprensibile: quello degli adulti", si legge nell'aletta di copertina riguardi agli intenti delle "Pulci". Rex, il protagonista del racconto, è un cane (un fox terrier) che un burbero zio ("dato che ogni famiglia ha una pecora nera, ne consegue quasi inevitabilmente che ogni uomo debba avere uno zio nero come la pece") affida a una famiglia di congiunti perché venga allevato. Il cane crea scompiglio in casa, ma alla fine entra nel cuore di tutti (genitori e figli), finché lo zio, anni dopo, viene a riprenderselo. Il finale è amaro, perché Rex non ne vuol sapere di obbedire al nuovo padrone, che lo abbatte. Pare che si tratti di una storia vera.

sabato 1 luglio 2017

L'ALBERO




Shel Silverstein
L'ALBERO
Salani
cartonato, 2000
60 pagine, 14.90 euro

C'è tutto un mondo, nella produzione libraria per bambini, da scoprire ed esplorare. Cinquant'anni fa, avevamo soltanto le favole dei fratelli Grimm o di Hans Christian Andersen, ma anche del precursore Gianni Rodari, da cui passavamo ai romanzi per ragazzi, partendo da Collodi e da Vamba, magari, per arrivare a Verne e Salgari, e a tutti quei classici scritti per gli adulti ma che in versione rimaneggiata venivano fatti passare come romanzi per la giovane età (le opere di Dumas, Dickens, la Alcott, London, Defoe). Da molto tempo le cose sono cambiate e fin dalla più tenera infanzia i pargoli hanno a disposizione testi di grandi autori (scrittori e illustratori) considerati talvolta dei maestri nel loro campo, come Leo Lionni con il suo "Piccolo Blu e Piccolo Giallo" (tanto per fare un esempio). Anche Shel Silverstein (scomparso nel 1999) viene considerato un punto di riferimento nel settore dei libri illustrati per l'infanzia (da lui scritti e disegnato). La cosa singolare è che è stato anche vignettista di "Playboy" (oltre che poeta, musicista, autore di canzoni e di colonne sonore). "L'albero", uno dei suoi libri più pubblicati in tutto il mondo, colpisce anche gli adulti per la sua amarezza di fondo: non è una favola a lieto fine, e forse non è neppure una favola. I bambini forse riescono a vederci qualcosa di rasserenante, io fossi in loro mi spaventerei. La storia è quella di un melo che fa amicizia con un bambino venuto a giocare sotto i suoi rami. Poi il fanciullo cresce, e quando torna (prima da adolescente, poi da uomo maturo, poi da vecchio) non lo fa con lo spirito spensierato che aveva nell'infanzia: è tormentato da mille problemi. L'albero invece è sempre lo stesso e si offre in dono per aiutare l'amico: prima si lascia depredare dei frutti, poi dei rami, poi del tronco, che servono all'inquieto essere umano per fare soldi, costruirsi una casa, partire per mare. Alla fine il bambino è diventato vecchio: il melo, ridotto a ceppo, si offre per fargli da sedia. Metafora della donazione gratuita, ma anche dei cambiamenti e della volubilità umana, del tempo che passa e della morte che arriva. Poetico ma anche, ai miei occhi, terribile.


venerdì 30 giugno 2017

MERCURIO LOI




Alessandro Bilotta e Matteo Mosca
MERCURIO LOI
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2017
130 pagine, 23 euro

Uscito per la prima volta in bianco e nero come albo della collana da edicola "Le Storie" (n° 28, gennaio 2015), questo racconto viene adesso ripubblicato in volume di grande formato e a colori, con il corredo di schizzi inediti e di testi a commento. Quando lessi per la prima volta "Mercurio Loi" (il nome del personaggio principale dava anche il titolo all'avventura) ricordo di aver subito pensato che sarebbe stato bello poter ritrovare quel protagonista in altri racconti, e a distanza di due anni sono stato accontentato perché la Bonelli ha inaugurato una sua testata (nel tradizionale formato Tex, ma a colori): in contemporanea con il varo della serie ecco la riproposizione del primo episodio. L'idea di partenza è accattivante: una sorta di Sherlock Holmes nella Roma papalina. Al posto di Watson, il giovane Ottone, allievo del professor Loi, segretamente affiliato alla carboneria. C'è anche una sorta di Moriarty, chiamato Tarcisio, ex assistente dello stesso Mercurio. La prima avventura, quella riproposta in questo volume, chiarisce le caratteristiche del personaggio e lo presenta: è pertanto un necessario prologo alla serie mensile. Anzi, forse fin troppo necessario perché leggendo il primo albo della collana non è così agevole districarsi senza conoscere gli antefatti, ma i lettori si presuppongono scafati. Ognuno, a partire da me, valuterà la produzione mensile come crede: il volume cartonato resta un gioiellino. Il primo caso del professor Loi (erudito insegnante universitario dal bizzarro aspetto) riguarda le apparizioni del fantasma di Beatrice Cenci sugli spalti di Castel Sant'Angelo (quanto di più romanesco si possa immaginare) collegate con le trame di una società segreta capitanata da Tarcisio, che ha ai suoi ordini una schiera di luperci. Davvero affascinante. Non resta che sperare in una serie che mantenga le premesse.

venerdì 9 giugno 2017

ROBERTO RECCHIONI, UN ASSO NELLA RETE




ROBERTO RECCHIONI, UN ASSO NELLA RETE 
a cura di alino, Claudio Circio, Raffaele De Fazio, Emanuele Soffitto
Comicon Edizioni
2017, brossurato
112 pagine, 15 euro

La collana "Gli audaci", dedicata (almeno finora) ad autori di fumetti italiani posti sotto i riflettori di Comicon, la grande kermesse fumettistica napoletana, giunge con questo titolo al sesto volume dopo quelli riservati ad Aldo Di Gennaro, Alfredo Castelli, Mino Milani, Silver e Milo Manara. Si tratta di libri compilati a più mani grazie a testimonianze di colleghi, critici, sodali o comunque persone informate sui fatti, chiamate a raccontare la personalità e l'opera del fumettista in oggetto. Non, dunque, saggi biografici esaustivi e ponderosi ma una sorta di "documentario" scritto, articolato in vari interventi e corredato da una intervista all'autore di cui si sta parlando. Colpisce, nel caso di Roberto Recchioni, la differenza di età con i titolari dei precedenti volumi: RRobe (questo l'abbreviativo per gli amici) è del 1974 ed è di ventidue anni più giovane di Silver (1952), di ventisette anni più giovane di Castelli (1947), di ventinove anni più giovane di Manara (1945), di trentasei anni più giovane di Di Gennaro (1938) e addirittura di quarantasei anni più giovane di Milani (1928). Non cito queste date per divertimento statistico ma per sottolineare quel che è evidente a chi si avventuri nella (coinvolgente e divertente) lettura del libro targato Comicon: Recchioni è "altro" rispetto ai suoi predecessori non soltanto in funzione della propria personalità artistica ma anche perché appartenente a una generazione cresciuta con i videogiochi, i cartoni animati giapponesi, gli effetti speciali al cinema, i mille canali TV, i social, i telefonini, le consolle, Internet. Recensendo, non troppo tempo fa, in questo stesso spazio, l'autobiografia a fumetti "Memorie a 8 bit" di Sergio Algozzino, sottolineavo (a dispetto dei guai che è giusto tocchino al recensore che parla di se stesso invece che del libro recensito) la diversità fra una infanzia come quella che ho avuto io (nato nel 1962) e quella di Algozzino (di dodici anni più giovane). E questo gap si nota in ogni passaggio del volume dedicato a RRobe, personaggio multimediale ed eclettico, sì, ma di quell'eclettismo e multimedialità che soltanto i nativi digitali possono esprimere. A ciò si aggiunge la fortissima volontà di proiezione dell'io dell'autore, che diventa tutt'uno con la sua opera al punto che nella maggior parte dei casi è difficile scindere il creatore (lo sceneggiatore) dalla creatura (la sceneggiatura). E non è soltanto per la personale calligrafia, ma per la volontà di autoaffermazione che contraddistingue Recchioni, bulimico (da questo punto di vista) di vita, di palcoscenico, di scrittura, di scontri, di polemiche, di sogni, di idee, di sfide. Non a caso il libro Comicon offre dell'autore un ritratto che soltanto in parte è quello di un fumettista: si parla di lui come critico cinematografico, recensore di videogiochi, influencer, webstar, inventore di linguaggi, polemista, icona pop, addirittura si analizzano, come se fossero (e lo sono) sue opere gli articoli del suo blog. Il fumetto è solo una parte del tutto, forse neppure la predominante. Amato e odiato per il suo essere e il suo divenire, Rrobe (valente disegnatore oltre che sceneggiatore), sembra incapace di trovare una collocazione, una identificazione, un ruolo univoco. Non si può neppure definirlo un "maestro" (come nel caso degli altri "Audaci"), perché incapace di tracciare una strada o indicare una rotta. RRobe è lui, soltanto lui, nel bene e nel male, vulcanico, sulfureo, coltissimo, coatto, dal multiplo registro, violento, poetico, criptico e pop. I fumetti, di sicuro, gli vanno stretti.

giovedì 1 giugno 2017

GLI ARCHIVI BONELLI: GUIDO NOLITTA




GLI ARCHIVI BONELLI:
GUIDO NOLITTA
a cura di Michele Ginevra 
Rizzoli Lizard
2012, 620 pagine, cartonato, 25 euro 

Si tratta di un voluminoso cartonato, il primo di una serie (interrottasi troppo presto) tesa a recuperare le migliori storie dello smisurato catalogo della più grande Casa editrice di fumetti in Italia (una fra le più importanti nel mondo), iniziando con un tomo monotematico dedicato proprio alla figura che gli dà il nome, Sergio Bonelli. Come tutti sanno, quando l'editore vestiva i panni dello sceneggiatore usava un nome-de-plume per non farsi confondere con il padre, Giovanni Luigi Bonelli, e si firmava Guido Nolitta. Michele Ginevra, dunque, ha raccolto in un solo volume tre racconti-simbolo dell'attività nolittiana, scegliendoli tra la sua produzione riferita a tre personaggi altrettanto simbolici: Tex, Zagor e Mister No. A corredo delle storie, una prefazione di Vittorio Zincone, e tre interventi, puntuali e documentati, dello stesso curatore. A completare l'opera, una chicca davvero imperdibile: ben trentotto tavole inedite di Aquila della Notte, sceneggiate da Nolitta e illustrate da Guglielmo Letteri, tagliate da Decio Canzio (per motivi che vengono ben spiegati nel libro) da una lunga storia texiana del 1993, e rimaste per quasi vent'anni nei cassetti dell'editore. Esiste, senza dubbio, una "calligrafia" nolittiana riconoscibile non solo quando lo sceneggiatore è alle prese con i suoi personaggi (quelli che più gli rassomigliano, Zagor ma soprattutto Mister No) ma anche anche quando si cimenta con Tex. Rileggere i tre racconti scelti ("El Muerto", "Il re delle aquile" e "L'uomo della Guyana", illustrati da rispettivamente da Galep, Ferri e Diso) consente di godere di questa calligrafia, e recuperare le emozioni di una narrazione accattivante ed empatica nella quale Nolitta era abilissimo a esibirsi. Personalmente, ho trovato motivo di rivalsa nei confronti di certi sedicenti esegeti della nolittianità, a cominciare da un paio di soggetti scritti di proprio pugno da Sergio Bonelli e riprodotti fotograficamente come allegato documentario: in quello intitolato "Uragano", riguardante Mister No, si legge chiaramente che fra i protagonisti c'è un personaggio convinto che la famosa città di "Z", cercata in Amazzonia da torme di esploratori fra cui il celebre Fawcett, misteriosamente scomparso nel corso della sua ricerca, sia un avamposto di Atlantide. Ma guarda! Proprio la stessa cosa che scopre Zagor recandosi nella foresta amazzonica, in una mia recente storia, contestata da chi pretende di sapere che Nolitta non avrebbe mai affrontato temi legati al mito atlantideo. Allo stesso modo, singolarmente,qualcuno pretende di dire che Sergio Bonelli non facesse uso di flashback e che, dunque, neppure gli sceneggiatori dei suoi personaggi, io per primo, dovremmo farne. Ebbene: i tre racconti contenuti in questo volume sono un inno al flashback. Soprattutto il primo, "El Muerto", è pieno zeppo di rievocazioni del passato, con narrazioni a ritroso a ogni piè sospinto (leggere per credere). E allo stesso modo, ci sono ripetuti flashback anche ne "Il re delle aquile". Ne "L'uomo della Guyana" mancano le nuvolette retrospettive ma il passato viene rievocato a più riprese nei dialoghi. Dunque, chi crede che Nolitta fosse contrario a parlare di Atlantide e all'uso dei flashback, ha motivo di ricredersi. Unica pecca: nell'introduzione, Vittorio Zincone cita una misteriosa testata "Agenzia Alpha" che, forse, è l'Agenzia Alfa di Nathan Never.

lunedì 22 maggio 2017

CAPIRE ISRAELE IN 60 GIORNI (E ANCHE MENO)





CAPIRE ISRAELE IN 60 GIORNI (E ANCHE MENO)
di Sarah Glidden
Rizzoli Lizard
2011, 220 pagine, 
brossurato, euro 17.50 

Sarah Glidden, americana di origine ebraica, classe 1980, debutta con il suo primo libro (pluripremiato) di "graphic journalism".  Lo fa raccontando, attraverso il medium fumetto che si conferma in grado di veicolare qualsiasi contenuto, un suo viaggio alla scoperta di Israele, voluto e desiderato per cercare di capire il perché dei suoi stessi pregiudizi. L'occasione le è offerta da una iniziativa del governo di Tel Aviv, il progetto Taglit, che offre ai giovani ebrei di tutto il mondo un viaggio gratis, guidato attraverso un percorso di tappe obbligate, perché conoscano la Terra dei loro antichi antenati e la realtà dello stato nato dal sionismo. Dal 1999 al 2007 (anno in cui si svolge il viaggio della Glidden) oltre 120.000 ragazzi di tutto il mondo avevano già approfittato dell'opportunità. Sarah, nata a Boston in una famiglia ebraica non osservante, si considera di sinistra (disprezza per partito preso chiunque simpatizzi per i repubblicani) ed è piena di pregiudizi contro Israele. E' anche fidanzata con un giovane musulmano, il quale teme che lei possa tornare dal suo viaggio con idee antipalestinesi, cosa su cui la ragazza, prima di partire, lo rassicura. Perciò, per tutto il viaggio, ascoltando le spiegazioni che le vengono date a proposito del muro che isola gli israeliani dai palestinesi ("gli attentati sono calati da due alla settimana a quattro all'anno") o sull'occupazione delle alture del Golan ("erano rampe missilistiche da cui la Siria bersagliava i villaggi ebraici situati più in basso"), la ragazza si rifiuta di essere indottrinata, vede dappertutto la propaganda governativa, cerca di porsi domande critiche, non accetta passivamente nessuna versione dei fatti. Però, piano piano, il suo muro ideologico comincia a fessurarsi e addirittura si commuove ascoltando la storia dei primi Kibbutz ("quanto di più comunista esista al mondo") o visitando il tempio della Shoa. Alla fine del viaggio, ha capito il punto di vista israeliano dei fatti, e pur senza diventare antipalestinese si rende conto, soprattutto, che diversamente da ciò che credeva (in ossequio a una certa vulgata) esiste appunto una versione dei fatti, non meno vera, anche di parte ebraica. Il suo biglietto da lasciare nel Muro del Pianto dice: "Che venga la pace fra israeliani e palestinesi", ma gli si strappa mentre cerca di infilarlo tra le fessure, cosa che le fa bagnare di lacrime il volto. Tornando a Boston, a chi le chiede "Allora, com'è?", lei risponde confusa: "Beh, ecco...".

mercoledì 17 maggio 2017

MEMORIE A 8 BIT



Sergio Algozzino
MEMORIE A 8 BIT
Tunué
2014, brossurato
220 pagine, 9.90 euro


"Ooooo" è una delle esclamazioni che si ripetono in bocca al piccolo Sergio (e anche al Sergio più grandicello) di fronte alle scoperte che segnano la sua vita negli anni in cui un ragazzo scopre il mondo. Il primo "ooooo" prorompe il giorno in cui l'evoluzione tecnologica fa irruzione in casa sua con l'arrivo del Commodore 64, che lui avrà avuto una decina d'anni. Poi ci sono gli "ooooo" per i primi comics, per le canzoni e per le lesbiche su una rivista porno. Algozzino, fumettista ma anche musicista di talento, palermitano, classe 1978, racconta la sua infanzia e la sua adolescenza attraverso una carrellata di divertenti aneddoti disegnati (raccolti in volume rivisti, corretti e integrati dopo essere stati pubblicati in ordine sparso in precedenza) e riesce a coinvolgere i lettori sia per il suo talento di narratore in grado di usare con assoluta padronanza il medium fumetto, sia perché è facile riconoscersi in molte delle sue esperienze. A dire la verità, io che sono del 1962 e ho 16 anni più, mi sono perso alcune cose che invece sono state fondamentali per lui e per tutti quelli che hanno attraversato bambini gli anni Ottanta (io l'ho fatto da ventenne) per cui non ho mai giocato con i videogame, non ho mai posseduto un Commodore 64, non so perché Pollon combinasse guai. Addirittura a un certo punto Algozzino chiede: "Chi non conosce Goku alzi la mano! Nessuno? Lo credo bene!". Ecco, Sergio, mi vergogno come un ladro ma io no, non lo conosco. Tu però non ti vergognare di aver apprezzato i Neri per Caso, Ambra, Paolo Vallesi e Mariah Carey, perché anche in campo musicale si diverte di più che non mette paletti. Ma anche senza videogiochi e serie nipponiche ho ritrovato gran parte di me stesso (per esempio nella cabina telefonica o negli aneddoti scolastici. "Memorie a 8 bit", opera poetica e piena di echi, personale eppure universale, colpisce, sorprende, commuove, diverte, e insegna che in fondo ogni adulto è soltanto un bambino cresciuto.

martedì 16 maggio 2017

LIMONOV




Emmanuel Carrère
LIMONOV
Adeplhi
2012, 356 pagine
brossurato, 19 euro


"Eroe canaglia": questa forse la miglior definizione di Eduard Limonov che mi è capitato di leggere. Tutto sta nello stabilire le percentuali: più eroe o più canaglia? Emmanuel Carrére è stato strepitosamente abile nel non tracciare la partizione e nel lasciare che i suoi lettori giudichino da sé. Dirò la mia da ultimo. Prima, consentitemi nel dare dell'eroe a Carrére al cento per cento perché ancora una volta mi ha intrigato e lasciato a bocca aperta. Lo scrittore francese (Parigi, 1957) ha scritto la biografia del regista Werner Herzog (1982), dell'apostolo San Paolo ("Il regno", 2014, dello scrittore Philip Dick ("Io sono vivo, voi siete morti, 1995") e del criminale Jean Claude Romand ("L'avversario", 2000) con il medesimo trascinante coinvolgimento, scrivendo in realtà anche la propria vita. E' incredibile come Carrére riesca a mescolare, con assoluta naturalezza, i fatti della propria esistenza con quelli dei personaggi da lui raccontati. Eppure il confronto funziona ed è funzionale. Dunque, lo confesso, ho iniziato a leggere "Limonov" perché interessato a Carrére. Perché convinto a scatola chiusa che mi sarei appassionato anche alla vita di Limonov, qualunque fosse stata. Ed infatti, così è avvenuto. Nel finale del ponderoso saggio Carrère scrive che ha deciso di occuparsi del poeta-scrittore-politico-avventuriero russo perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale». E infatti, ecco il vero motivo di interesse del libro: ripercorrere, facendo chiarezza (nei limiti del possibile, dovebdo comunque parlare d'altro, cioè del protagonista) la storia dell'Unione Sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fino a oggi, ma anche quella delle guerre balcaniche, con lo sfaldamento della ex-Yugoslavia. Eduard Veniaminovich Savenko, questo il vero nome di Limonov (il soppressione gli venne dato negli anni giovanili in cui faceva parte di un ristretto gruppo di poeti di provincia), scrive ancora Carrére, «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio». Dopo le descrizioni della tristissima e opprimente vita nell'Unione Sovietica di Brezhnev, e la sua fuga un Occidente, stupisce che Limonov abbia potuto fondare un partito "nazional bolscevico" che ha per bandiera quella nazista con la falce e martello al posto della svastica, ma non è l'unica contraddizione, visto i miti di Eduard spaziano da Stalin a Benito Mussolini, dalla Banda Baader-Meinhof ai mistici orientali, da Lenin ai Sex Pistols. Se è per questo, Limonov è anche stato collaboratore de "L'idiot" a Parigi e autore-editore della rivista underground "Limonka" nella Russia post Eltsin e dunque anche un fumettista. Non si riesca a capire come uno possa essere protagonista dei cocktail party a New York e a Parigi e poi si diverta a sparare con la mitragliatrice dalle colline attorno a Sarajevo, combattente tra le file degli assedianti. Difficile conciliare l'uomo che resiste a due anni di carcere sotto Putin, dimostrando fermezza d'animo e personalità da leader, e quello che si abbrutisce con l'alcool barione in Central Park. Limonov poeta e scrittore di talento, Limonov amico di Arkhan. Limonov che difende la Duma assediata e Limonov che simpatizza per i delinquenti. A volte lo si detesta, a volte ci commuove. Innegabilmente alla base di tutto c'è il suo proposito, manifestato fin da giovanissimo, di diventare famoso, di essere un leader, di vedere il suo nome ricordato per sempre. Una volontà di potenza, di superominismo, che lo porta a contraddirsi: disprezza i ricchi perché lui non ha i loro soldi, ma cerca di farli per diventare ricco a sua volta. Non c'è modo di condensare in una sintesi efficace la biografia del protagonista scelto da Carrere, senza dubbio alla fine un "looser" nella Russia di quel Putin suo avversario ma per tanti aspetti simile a lui. Però, seguire Eduard nelle sue vicende serve a ripercorrere, oltre all'avventurosa vita di un uomo, la storia della sua terra e un po' della nostra. Più eroe o più canaglia. Più canaglia, secondo me. Almeno al settanta per cento. Individuo decisamente poco raccomandabile, che però, ed ecco una nuova contraddizione, mi piacerebbe conoscere.

lunedì 15 maggio 2017

CORTI E CRUDI


Anna Brandoli 
Renato Queirolo
CORTI E CRUDI
Comicout
2016, 62 pagine
brossurato, 16.90 euro

C'erano una volta le riviste d'autore. A fumetti, cioè. "Alter", "Orient Express", "Comic Art", "Metal Hurlant". E c'erano gli Autori che le riempivano di racconti. A puntate, oppure brevi, autoconclusivi. Erano una gioia per gli occhi, anche se io (personalmente) consideravo d'autore anche "Il Monello", "L'Intrepido" e "Skorpio", dato che c'erano autori anche lì (la "a" minuscola non mi è mai sembrata offensiva e a dire il vero non ho neppure ben capito la differenza). Comunque sia, le riviste c'erano e si distinguevano per le caratteristiche diverse dei prodotti offerti, per me intriganti comunque. Anna Brandoli (disegni) e Renato Queirolo (testi) hanno realizzato in coppia alcuni dei graphic novel più belli del fumetto italiano di quegli anni (fine Settanta, inizio Ottanta), come "La strega", "Rebecca", "Alias". Queirolo, nato a Milano nel 1944, esordisce come sceneggiatore nel 1978 pubblicando sulle pagine di “Alter” appunto “La strega”, illustrata da Anna Brandoli. Tra il 1979 e il 1980 lo troviamo attivo, sempre con la medesima illustratrice, sul “Corriere dei Piccoli” con “Fata Colorina” e “Il Mago di Oz”, poi, nel 1981 eccolo rinnovare il tandem con la Brandoli pubblicando “Rebecca” su “Linus”. Sia “La Strega” che “Rebecca” sono due fumetti dal taglio autoriale: il primo, ambientato nel Delta del Danubio, collega le leggende dell’Orda d’Oro mongola intrecciandole con le vicende dell’inquisizione europea nel più cupo dei medioevi (siamo negli anni Settanta del XIII secolo); il secondo ha come protagonista una zingara, detta “la Lupa” in fuga dal suo clan nella Lombardia di fine Quattrocento, con il sogno di raggiungere le Indie. Oltre a questi romanzi a fumetti, però, Queirolo e la Brandoli hanno realizzato, pubblicandoli su rivista, alcuni suggestivi e inquietanti racconti brevi, tra cui quelli raccolti in volume adesso da Comicout. "Lupo Mannaro" e "A Natale si torna bambini" i miei preferiti, ma notevoli anche gli altri. I disegni di Anna Brandoli sono evocativi e affascinanti, e fa piacere leggere che è in arrivo il seguito di "Rebecca".

sabato 13 maggio 2017

PANE E TEMPESTA





Stefano Benni
PANE E TEMPESTA
Feltrinelli (2009)
Universale Economica 2011
brossurato, 250 pagine, 8.50 euro

Ci sono anche il leggendario Bar Sport e la mitica Luisona, in questo romanzo folle, delirante ed esilarante di Stefano Benni. Anzi, la mission impossible del racconto è salvare il bar, e tutto il paese che lo contiene, dalla speculazione edilizia che lo minaccia. E' proprio il paese, a fare da protagonista, giacché i suoi archetipici abitanti costituiscono un tutt'uno, come accadeva appunto nei borghi di una volta, in cui ciascuno viveva interconnesso alla comunità di appartenenza in cui tutti si conoscevano e tutto era condiviso, con la piazza (e il bar) centro di gravità permanente. 
Montelfo, questo il toponimo della località, è un paese surreale. Non si può pretendere che i suoi abitanti non lo siano, e infatti non lo sono: come le figure di "Conversazione in Sicilia" di Vittorini sono archetipi di un inconscio collettivo. Però, diversamente da Vittorini, Benni scrive il suo apologo con piglio da umorista, mescolando le storie e descrivendo situazioni grottesche fuori da ogni verosimiglianza anche se più vere del vero nella loro allusività. Rispetto a "Bar Sport" il livello di deformazione del reale è molto maggiore (e ai miei occhi questo è un difetto), tuttavia la favola è buffa da ascoltare.
Non tutti i passaggi sono ugualmente divertenti, ma quando lo sono non di rado risultano esilaranti. Ognuno, probabilmente, riderà di scene diverse. A me ha fatto sghignazzare la storia del bar finito in eredità a un parente di città del vecchio proprietario morto travasando il vino: il locale non serve più a mescita e comincia a organizzare happy hours finché i clienti scandalizzati non riescono a riportare tutto a com'era prima. E la nostalgia per "com'era prima" sembra essere la morale dell'ultima pagina, di fronte a un mondo che cambia e distrugge le vecchie comunità.