sabato 15 luglio 2017

IL CASO O LA SPERANZA?



IL CASO O LA SPERANZA?
UN DIBATTITO SENZA DIPLOMAZIA
di Paolo Flores D'Arcais e Vito Mancuso
Garzanti
2013, 160 pagine, 14 euro

Davvero senza esclusione di colpi, questo scontro fra filosofi sul sempiterno tema del rapporto fra la fede e la scienza. Flores D'Arcais (ex leader sessantottino e direttore della rivista "Micromega") invita Mancuso (il controverso ma illuminato e illuminante teologo laico de "L'anima e il suo destino") a dialogare su Dio e sulla trascendenza e ne viene fuori un testo bellissimo da leggere e da meditare. Tutt'altro che facile, va detto: i due contendenti sono preparatissimi in campo sia filosofico che scientifico, e le citazioni dotte si alternano a riferimenti culturali di amplissimo respiro, sia a pensatori del passato (questi, più facili da cogliere) che nostri contemporanei (questi, più ostici ma di grande interesse). Tuttavia, il botta e risposta tra i due agguerriti disputanti è efficace e coinvolgente e il saggio basta a se stesso, cioè si può leggere anche senza aver letto Wittgenstein o Kant (di cui si parla spesso). Volendo riassumere in nuce le posizioni dei due, Mancuso non difende alcun dogma della Chiesa Cattolica ma semplicemente (se "semplicemente" si può dire in questo caso) la fede in un Dio creatore che guida l'evoluzione in direzione del Bene; Flores D'Arcais, dal canto suo, professa la non necessità di un ente divino per spiegare un universo che si spiega da solo e che, anzi, testimonia piuttosto l'insussistenza di qualunque prova di una trascendenza che vada al di là delle leggi fisiche (quelle che conosciamo e quelle che conosceremo). Mancuso scrive: "All'interno di questo mondo dai molti possibili significati io credo un Dio e nell'anima immortale perché credo al bene e all'amore come significato ultimo dell'essere e della vita; credo in Dio e nell'anima immortale in quanto attribuisco al bene e all'amore il primato ontologico, e non solo etico, della vita". D'Arcais risponde: "Nulla da obiettare, fatti pure il tuo film ma non lo spacciare però come un 'sapere'". Da leggere, se vi attizza l'argomento.

domenica 2 luglio 2017

REX



David Herbert Lawrence
REX
Orecchio Acerbo
2017, brossurato
40 pagine, 8.50 euro


E' la confezione grafica che fa venir voglia di comprare e leggere questo libretto. Si tratta di poche pagine che propongono soltanto un breve racconto di David Herbert Lawrence (1885-1930), l''autore de "L'amante di Lady Chatterly", ma il testo lawrenciano è confezionato insieme a delle belle e affascinanti illustrazioni di Fabian Negrin (curatore anche della collana "Pulci nell'orecchio" in cui il libretto è inserito) così che viene facile sollevarlo dal banco della libreria e desiderare di portarselo a casa. "Piccoli capolavori ritrovati, grandi autori classici che ci consegnano schegge d'infanzia indimenticabili. Bambini che si misurano con un mondo severo, estraneo e spesso assurdo e incomprensibile: quello degli adulti", si legge nell'aletta di copertina riguardi agli intenti delle "Pulci". Rex, il protagonista del racconto, è un cane (un fox terrier) che un burbero zio ("dato che ogni famiglia ha una pecora nera, ne consegue quasi inevitabilmente che ogni uomo debba avere uno zio nero come la pece") affida a una famiglia di congiunti perché venga allevato. Il cane crea scompiglio in casa, ma alla fine entra nel cuore di tutti (genitori e figli), finché lo zio, anni dopo, viene a riprenderselo. Il finale è amaro, perché Rex non ne vuol sapere di obbedire al nuovo padrone, che lo abbatte. Pare che si tratti di una storia vera.

sabato 1 luglio 2017

L'ALBERO




Shel Silverstein
L'ALBERO
Salani
cartonato, 2000
60 pagine, 14.90 euro

C'è tutto un mondo, nella produzione libraria per bambini, da scoprire ed esplorare. Cinquant'anni fa, avevamo soltanto le favole dei fratelli Grimm o di Hans Christian Andersen, ma anche del precursore Gianni Rodari, da cui passavamo ai romanzi per ragazzi, partendo da Collodi e da Vamba, magari, per arrivare a Verne e Salgari, e a tutti quei classici scritti per gli adulti ma che in versione rimaneggiata venivano fatti passare come romanzi per la giovane età (le opere di Dumas, Dickens, la Alcott, London, Defoe). Da molto tempo le cose sono cambiate e fin dalla più tenera infanzia i pargoli hanno a disposizione testi di grandi autori (scrittori e illustratori) considerati talvolta dei maestri nel loro campo, come Leo Lionni con il suo "Piccolo Blu e Piccolo Giallo" (tanto per fare un esempio). Anche Shel Silverstein (scomparso nel 1999) viene considerato un punto di riferimento nel settore dei libri illustrati per l'infanzia (da lui scritti e disegnato). La cosa singolare è che è stato anche vignettista di "Playboy" (oltre che poeta, musicista, autore di canzoni e di colonne sonore). "L'albero", uno dei suoi libri più pubblicati in tutto il mondo, colpisce anche gli adulti per la sua amarezza di fondo: non è una favola a lieto fine, e forse non è neppure una favola. I bambini forse riescono a vederci qualcosa di rasserenante, io fossi in loro mi spaventerei. La storia è quella di un melo che fa amicizia con un bambino venuto a giocare sotto i suoi rami. Poi il fanciullo cresce, e quando torna (prima da adolescente, poi da uomo maturo, poi da vecchio) non lo fa con lo spirito spensierato che aveva nell'infanzia: è tormentato da mille problemi. L'albero invece è sempre lo stesso e si offre in dono per aiutare l'amico: prima si lascia depredare dei frutti, poi dei rami, poi del tronco, che servono all'inquieto essere umano per fare soldi, costruirsi una casa, partire per mare. Alla fine il bambino è diventato vecchio: il melo, ridotto a ceppo, si offre per fargli da sedia. Metafora della donazione gratuita, ma anche dei cambiamenti e della volubilità umana, del tempo che passa e della morte che arriva. Poetico ma anche, ai miei occhi, terribile.


venerdì 30 giugno 2017

MERCURIO LOI




Alessandro Bilotta e Matteo Mosca
MERCURIO LOI
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2017
130 pagine, 23 euro

Uscito per la prima volta in bianco e nero come albo della collana da edicola "Le Storie" (n° 28, gennaio 2015), questo racconto viene adesso ripubblicato in volume di grande formato e a colori, con il corredo di schizzi inediti e di testi a commento. Quando lessi per la prima volta "Mercurio Loi" (il nome del personaggio principale dava anche il titolo all'avventura) ricordo di aver subito pensato che sarebbe stato bello poter ritrovare quel protagonista in altri racconti, e a distanza di due anni sono stato accontentato perché la Bonelli ha inaugurato una sua testata (nel tradizionale formato Tex, ma a colori): in contemporanea con il varo della serie ecco la riproposizione del primo episodio. L'idea di partenza è accattivante: una sorta di Sherlock Holmes nella Roma papalina. Al posto di Watson, il giovane Ottone, allievo del professor Loi, segretamente affiliato alla carboneria. C'è anche una sorta di Moriarty, chiamato Tarcisio, ex assistente dello stesso Mercurio. La prima avventura, quella riproposta in questo volume, chiarisce le caratteristiche del personaggio e lo presenta: è pertanto un necessario prologo alla serie mensile. Anzi, forse fin troppo necessario perché leggendo il primo albo della collana non è così agevole districarsi senza conoscere gli antefatti, ma i lettori si presuppongono scafati. Ognuno, a partire da me, valuterà la produzione mensile come crede: il volume cartonato resta un gioiellino. Il primo caso del professor Loi (erudito insegnante universitario dal bizzarro aspetto) riguarda le apparizioni del fantasma di Beatrice Cenci sugli spalti di Castel Sant'Angelo (quanto di più romanesco si possa immaginare) collegate con le trame di una società segreta capitanata da Tarcisio, che ha ai suoi ordini una schiera di luperci. Davvero affascinante. Non resta che sperare in una serie che mantenga le premesse.

venerdì 9 giugno 2017

ROBERTO RECCHIONI, UN ASSO NELLA RETE




ROBERTO RECCHIONI, UN ASSO NELLA RETE 
a cura di alino, Claudio Circio, Raffaele De Fazio, Emanuele Soffitto
Comicon Edizioni
2017, brossurato
112 pagine, 15 euro

La collana "Gli audaci", dedicata (almeno finora) ad autori di fumetti italiani posti sotto i riflettori di Comicon, la grande kermesse fumettistica napoletana, giunge con questo titolo al sesto volume dopo quelli riservati ad Aldo Di Gennaro, Alfredo Castelli, Mino Milani, Silver e Milo Manara. Si tratta di libri compilati a più mani grazie a testimonianze di colleghi, critici, sodali o comunque persone informate sui fatti, chiamate a raccontare la personalità e l'opera del fumettista in oggetto. Non, dunque, saggi biografici esaustivi e ponderosi ma una sorta di "documentario" scritto, articolato in vari interventi e corredato da una intervista all'autore di cui si sta parlando. Colpisce, nel caso di Roberto Recchioni, la differenza di età con i titolari dei precedenti volumi: RRobe (questo l'abbreviativo per gli amici) è del 1974 ed è di ventidue anni più giovane di Silver (1952), di ventisette anni più giovane di Castelli (1947), di ventinove anni più giovane di Manara (1945), di trentasei anni più giovane di Di Gennaro (1938) e addirittura di quarantasei anni più giovane di Milani (1928). Non cito queste date per divertimento statistico ma per sottolineare quel che è evidente a chi si avventuri nella (coinvolgente e divertente) lettura del libro targato Comicon: Recchioni è "altro" rispetto ai suoi predecessori non soltanto in funzione della propria personalità artistica ma anche perché appartenente a una generazione cresciuta con i videogiochi, i cartoni animati giapponesi, gli effetti speciali al cinema, i mille canali TV, i social, i telefonini, le consolle, Internet. Recensendo, non troppo tempo fa, in questo stesso spazio, l'autobiografia a fumetti "Memorie a 8 bit" di Sergio Algozzino, sottolineavo (a dispetto dei guai che è giusto tocchino al recensore che parla di se stesso invece che del libro recensito) la diversità fra una infanzia come quella che ho avuto io (nato nel 1962) e quella di Algozzino (di dodici anni più giovane). E questo gap si nota in ogni passaggio del volume dedicato a RRobe, personaggio multimediale ed eclettico, sì, ma di quell'eclettismo e multimedialità che soltanto i nativi digitali possono esprimere. A ciò si aggiunge la fortissima volontà di proiezione dell'io dell'autore, che diventa tutt'uno con la sua opera al punto che nella maggior parte dei casi è difficile scindere il creatore (lo sceneggiatore) dalla creatura (la sceneggiatura). E non è soltanto per la personale calligrafia, ma per la volontà di autoaffermazione che contraddistingue Recchioni, bulimico (da questo punto di vista) di vita, di palcoscenico, di scrittura, di scontri, di polemiche, di sogni, di idee, di sfide. Non a caso il libro Comicon offre dell'autore un ritratto che soltanto in parte è quello di un fumettista: si parla di lui come critico cinematografico, recensore di videogiochi, influencer, webstar, inventore di linguaggi, polemista, icona pop, addirittura si analizzano, come se fossero (e lo sono) sue opere gli articoli del suo blog. Il fumetto è solo una parte del tutto, forse neppure la predominante. Amato e odiato per il suo essere e il suo divenire, Rrobe (valente disegnatore oltre che sceneggiatore), sembra incapace di trovare una collocazione, una identificazione, un ruolo univoco. Non si può neppure definirlo un "maestro" (come nel caso degli altri "Audaci"), perché incapace di tracciare una strada o indicare una rotta. RRobe è lui, soltanto lui, nel bene e nel male, vulcanico, sulfureo, coltissimo, coatto, dal multiplo registro, violento, poetico, criptico e pop. I fumetti, di sicuro, gli vanno stretti.

giovedì 1 giugno 2017

GLI ARCHIVI BONELLI: GUIDO NOLITTA




GLI ARCHIVI BONELLI:
GUIDO NOLITTA
a cura di Michele Ginevra 
Rizzoli Lizard
2012, 620 pagine, cartonato, 25 euro 

Si tratta di un voluminoso cartonato, il primo di una serie (interrottasi troppo presto) tesa a recuperare le migliori storie dello smisurato catalogo della più grande Casa editrice di fumetti in Italia (una fra le più importanti nel mondo), iniziando con un tomo monotematico dedicato proprio alla figura che gli dà il nome, Sergio Bonelli. Come tutti sanno, quando l'editore vestiva i panni dello sceneggiatore usava un nome-de-plume per non farsi confondere con il padre, Giovanni Luigi Bonelli, e si firmava Guido Nolitta. Michele Ginevra, dunque, ha raccolto in un solo volume tre racconti-simbolo dell'attività nolittiana, scegliendoli tra la sua produzione riferita a tre personaggi altrettanto simbolici: Tex, Zagor e Mister No. A corredo delle storie, una prefazione di Vittorio Zincone, e tre interventi, puntuali e documentati, dello stesso curatore. A completare l'opera, una chicca davvero imperdibile: ben trentotto tavole inedite di Aquila della Notte, sceneggiate da Nolitta e illustrate da Guglielmo Letteri, tagliate da Decio Canzio (per motivi che vengono ben spiegati nel libro) da una lunga storia texiana del 1993, e rimaste per quasi vent'anni nei cassetti dell'editore. Esiste, senza dubbio, una "calligrafia" nolittiana riconoscibile non solo quando lo sceneggiatore è alle prese con i suoi personaggi (quelli che più gli rassomigliano, Zagor ma soprattutto Mister No) ma anche anche quando si cimenta con Tex. Rileggere i tre racconti scelti ("El Muerto", "Il re delle aquile" e "L'uomo della Guyana", illustrati da rispettivamente da Galep, Ferri e Diso) consente di godere di questa calligrafia, e recuperare le emozioni di una narrazione accattivante ed empatica nella quale Nolitta era abilissimo a esibirsi. Personalmente, ho trovato motivo di rivalsa nei confronti di certi sedicenti esegeti della nolittianità, a cominciare da un paio di soggetti scritti di proprio pugno da Sergio Bonelli e riprodotti fotograficamente come allegato documentario: in quello intitolato "Uragano", riguardante Mister No, si legge chiaramente che fra i protagonisti c'è un personaggio convinto che la famosa città di "Z", cercata in Amazzonia da torme di esploratori fra cui il celebre Fawcett, misteriosamente scomparso nel corso della sua ricerca, sia un avamposto di Atlantide. Ma guarda! Proprio la stessa cosa che scopre Zagor recandosi nella foresta amazzonica, in una mia recente storia, contestata da chi pretende di sapere che Nolitta non avrebbe mai affrontato temi legati al mito atlantideo. Allo stesso modo, singolarmente,qualcuno pretende di dire che Sergio Bonelli non facesse uso di flashback e che, dunque, neppure gli sceneggiatori dei suoi personaggi, io per primo, dovremmo farne. Ebbene: i tre racconti contenuti in questo volume sono un inno al flashback. Soprattutto il primo, "El Muerto", è pieno zeppo di rievocazioni del passato, con narrazioni a ritroso a ogni piè sospinto (leggere per credere). E allo stesso modo, ci sono ripetuti flashback anche ne "Il re delle aquile". Ne "L'uomo della Guyana" mancano le nuvolette retrospettive ma il passato viene rievocato a più riprese nei dialoghi. Dunque, chi crede che Nolitta fosse contrario a parlare di Atlantide e all'uso dei flashback, ha motivo di ricredersi. Unica pecca: nell'introduzione, Vittorio Zincone cita una misteriosa testata "Agenzia Alpha" che, forse, è l'Agenzia Alfa di Nathan Never.

lunedì 22 maggio 2017

CAPIRE ISRAELE IN 60 GIORNI (E ANCHE MENO)





CAPIRE ISRAELE IN 60 GIORNI (E ANCHE MENO)
di Sarah Glidden
Rizzoli Lizard
2011, 220 pagine, 
brossurato, euro 17.50 

Sarah Glidden, americana di origine ebraica, classe 1980, debutta con il suo primo libro (pluripremiato) di "graphic journalism".  Lo fa raccontando, attraverso il medium fumetto che si conferma in grado di veicolare qualsiasi contenuto, un suo viaggio alla scoperta di Israele, voluto e desiderato per cercare di capire il perché dei suoi stessi pregiudizi. L'occasione le è offerta da una iniziativa del governo di Tel Aviv, il progetto Taglit, che offre ai giovani ebrei di tutto il mondo un viaggio gratis, guidato attraverso un percorso di tappe obbligate, perché conoscano la Terra dei loro antichi antenati e la realtà dello stato nato dal sionismo. Dal 1999 al 2007 (anno in cui si svolge il viaggio della Glidden) oltre 120.000 ragazzi di tutto il mondo avevano già approfittato dell'opportunità. Sarah, nata a Boston in una famiglia ebraica non osservante, si considera di sinistra (disprezza per partito preso chiunque simpatizzi per i repubblicani) ed è piena di pregiudizi contro Israele. E' anche fidanzata con un giovane musulmano, il quale teme che lei possa tornare dal suo viaggio con idee antipalestinesi, cosa su cui la ragazza, prima di partire, lo rassicura. Perciò, per tutto il viaggio, ascoltando le spiegazioni che le vengono date a proposito del muro che isola gli israeliani dai palestinesi ("gli attentati sono calati da due alla settimana a quattro all'anno") o sull'occupazione delle alture del Golan ("erano rampe missilistiche da cui la Siria bersagliava i villaggi ebraici situati più in basso"), la ragazza si rifiuta di essere indottrinata, vede dappertutto la propaganda governativa, cerca di porsi domande critiche, non accetta passivamente nessuna versione dei fatti. Però, piano piano, il suo muro ideologico comincia a fessurarsi e addirittura si commuove ascoltando la storia dei primi Kibbutz ("quanto di più comunista esista al mondo") o visitando il tempio della Shoa. Alla fine del viaggio, ha capito il punto di vista israeliano dei fatti, e pur senza diventare antipalestinese si rende conto, soprattutto, che diversamente da ciò che credeva (in ossequio a una certa vulgata) esiste appunto una versione dei fatti, non meno vera, anche di parte ebraica. Il suo biglietto da lasciare nel Muro del Pianto dice: "Che venga la pace fra israeliani e palestinesi", ma gli si strappa mentre cerca di infilarlo tra le fessure, cosa che le fa bagnare di lacrime il volto. Tornando a Boston, a chi le chiede "Allora, com'è?", lei risponde confusa: "Beh, ecco...".

mercoledì 17 maggio 2017

MEMORIE A 8 BIT



Sergio Algozzino
MEMORIE A 8 BIT
Tunué
2014, brossurato
220 pagine, 9.90 euro


"Ooooo" è una delle esclamazioni che si ripetono in bocca al piccolo Sergio (e anche al Sergio più grandicello) di fronte alle scoperte che segnano la sua vita negli anni in cui un ragazzo scopre il mondo. Il primo "ooooo" prorompe il giorno in cui l'evoluzione tecnologica fa irruzione in casa sua con l'arrivo del Commodore 64, che lui avrà avuto una decina d'anni. Poi ci sono gli "ooooo" per i primi comics, per le canzoni e per le lesbiche su una rivista porno. Algozzino, fumettista ma anche musicista di talento, palermitano, classe 1978, racconta la sua infanzia e la sua adolescenza attraverso una carrellata di divertenti aneddoti disegnati (raccolti in volume rivisti, corretti e integrati dopo essere stati pubblicati in ordine sparso in precedenza) e riesce a coinvolgere i lettori sia per il suo talento di narratore in grado di usare con assoluta padronanza il medium fumetto, sia perché è facile riconoscersi in molte delle sue esperienze. A dire la verità, io che sono del 1962 e ho 16 anni più, mi sono perso alcune cose che invece sono state fondamentali per lui e per tutti quelli che hanno attraversato bambini gli anni Ottanta (io l'ho fatto da ventenne) per cui non ho mai giocato con i videogame, non ho mai posseduto un Commodore 64, non so perché Pollon combinasse guai. Addirittura a un certo punto Algozzino chiede: "Chi non conosce Goku alzi la mano! Nessuno? Lo credo bene!". Ecco, Sergio, mi vergogno come un ladro ma io no, non lo conosco. Tu però non ti vergognare di aver apprezzato i Neri per Caso, Ambra, Paolo Vallesi e Mariah Carey, perché anche in campo musicale si diverte di più che non mette paletti. Ma anche senza videogiochi e serie nipponiche ho ritrovato gran parte di me stesso (per esempio nella cabina telefonica o negli aneddoti scolastici. "Memorie a 8 bit", opera poetica e piena di echi, personale eppure universale, colpisce, sorprende, commuove, diverte, e insegna che in fondo ogni adulto è soltanto un bambino cresciuto.

martedì 16 maggio 2017

LIMONOV




Emmanuel Carrère
LIMONOV
Adeplhi
2012, 356 pagine
brossurato, 19 euro


"Eroe canaglia": questa forse la miglior definizione di Eduard Limonov che mi è capitato di leggere. Tutto sta nello stabilire le percentuali: più eroe o più canaglia? Emmanuel Carrére è stato strepitosamente abile nel non tracciare la partizione e nel lasciare che i suoi lettori giudichino da sé. Dirò la mia da ultimo. Prima, consentitemi nel dare dell'eroe a Carrére al cento per cento perché ancora una volta mi ha intrigato e lasciato a bocca aperta. Lo scrittore francese (Parigi, 1957) ha scritto la biografia del regista Werner Herzog (1982), dell'apostolo San Paolo ("Il regno", 2014, dello scrittore Philip Dick ("Io sono vivo, voi siete morti, 1995") e del criminale Jean Claude Romand ("L'avversario", 2000) con il medesimo trascinante coinvolgimento, scrivendo in realtà anche la propria vita. E' incredibile come Carrére riesca a mescolare, con assoluta naturalezza, i fatti della propria esistenza con quelli dei personaggi da lui raccontati. Eppure il confronto funziona ed è funzionale. Dunque, lo confesso, ho iniziato a leggere "Limonov" perché interessato a Carrére. Perché convinto a scatola chiusa che mi sarei appassionato anche alla vita di Limonov, qualunque fosse stata. Ed infatti, così è avvenuto. Nel finale del ponderoso saggio Carrère scrive che ha deciso di occuparsi del poeta-scrittore-politico-avventuriero russo perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale». E infatti, ecco il vero motivo di interesse del libro: ripercorrere, facendo chiarezza (nei limiti del possibile, dovebdo comunque parlare d'altro, cioè del protagonista) la storia dell'Unione Sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fino a oggi, ma anche quella delle guerre balcaniche, con lo sfaldamento della ex-Yugoslavia. Eduard Veniaminovich Savenko, questo il vero nome di Limonov (il soppressione gli venne dato negli anni giovanili in cui faceva parte di un ristretto gruppo di poeti di provincia), scrive ancora Carrére, «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio». Dopo le descrizioni della tristissima e opprimente vita nell'Unione Sovietica di Brezhnev, e la sua fuga un Occidente, stupisce che Limonov abbia potuto fondare un partito "nazional bolscevico" che ha per bandiera quella nazista con la falce e martello al posto della svastica, ma non è l'unica contraddizione, visto i miti di Eduard spaziano da Stalin a Benito Mussolini, dalla Banda Baader-Meinhof ai mistici orientali, da Lenin ai Sex Pistols. Se è per questo, Limonov è anche stato collaboratore de "L'idiot" a Parigi e autore-editore della rivista underground "Limonka" nella Russia post Eltsin e dunque anche un fumettista. Non si riesca a capire come uno possa essere protagonista dei cocktail party a New York e a Parigi e poi si diverta a sparare con la mitragliatrice dalle colline attorno a Sarajevo, combattente tra le file degli assedianti. Difficile conciliare l'uomo che resiste a due anni di carcere sotto Putin, dimostrando fermezza d'animo e personalità da leader, e quello che si abbrutisce con l'alcool barione in Central Park. Limonov poeta e scrittore di talento, Limonov amico di Arkhan. Limonov che difende la Duma assediata e Limonov che simpatizza per i delinquenti. A volte lo si detesta, a volte ci commuove. Innegabilmente alla base di tutto c'è il suo proposito, manifestato fin da giovanissimo, di diventare famoso, di essere un leader, di vedere il suo nome ricordato per sempre. Una volontà di potenza, di superominismo, che lo porta a contraddirsi: disprezza i ricchi perché lui non ha i loro soldi, ma cerca di farli per diventare ricco a sua volta. Non c'è modo di condensare in una sintesi efficace la biografia del protagonista scelto da Carrere, senza dubbio alla fine un "looser" nella Russia di quel Putin suo avversario ma per tanti aspetti simile a lui. Però, seguire Eduard nelle sue vicende serve a ripercorrere, oltre all'avventurosa vita di un uomo, la storia della sua terra e un po' della nostra. Più eroe o più canaglia. Più canaglia, secondo me. Almeno al settanta per cento. Individuo decisamente poco raccomandabile, che però, ed ecco una nuova contraddizione, mi piacerebbe conoscere.

lunedì 15 maggio 2017

CORTI E CRUDI


Anna Brandoli 
Renato Queirolo
CORTI E CRUDI
Comicout
2016, 62 pagine
brossurato, 16.90 euro

C'erano una volta le riviste d'autore. A fumetti, cioè. "Alter", "Orient Express", "Comic Art", "Metal Hurlant". E c'erano gli Autori che le riempivano di racconti. A puntate, oppure brevi, autoconclusivi. Erano una gioia per gli occhi, anche se io (personalmente) consideravo d'autore anche "Il Monello", "L'Intrepido" e "Skorpio", dato che c'erano autori anche lì (la "a" minuscola non mi è mai sembrata offensiva e a dire il vero non ho neppure ben capito la differenza). Comunque sia, le riviste c'erano e si distinguevano per le caratteristiche diverse dei prodotti offerti, per me intriganti comunque. Anna Brandoli (disegni) e Renato Queirolo (testi) hanno realizzato in coppia alcuni dei graphic novel più belli del fumetto italiano di quegli anni (fine Settanta, inizio Ottanta), come "La strega", "Rebecca", "Alias". Queirolo, nato a Milano nel 1944, esordisce come sceneggiatore nel 1978 pubblicando sulle pagine di “Alter” appunto “La strega”, illustrata da Anna Brandoli. Tra il 1979 e il 1980 lo troviamo attivo, sempre con la medesima illustratrice, sul “Corriere dei Piccoli” con “Fata Colorina” e “Il Mago di Oz”, poi, nel 1981 eccolo rinnovare il tandem con la Brandoli pubblicando “Rebecca” su “Linus”. Sia “La Strega” che “Rebecca” sono due fumetti dal taglio autoriale: il primo, ambientato nel Delta del Danubio, collega le leggende dell’Orda d’Oro mongola intrecciandole con le vicende dell’inquisizione europea nel più cupo dei medioevi (siamo negli anni Settanta del XIII secolo); il secondo ha come protagonista una zingara, detta “la Lupa” in fuga dal suo clan nella Lombardia di fine Quattrocento, con il sogno di raggiungere le Indie. Oltre a questi romanzi a fumetti, però, Queirolo e la Brandoli hanno realizzato, pubblicandoli su rivista, alcuni suggestivi e inquietanti racconti brevi, tra cui quelli raccolti in volume adesso da Comicout. "Lupo Mannaro" e "A Natale si torna bambini" i miei preferiti, ma notevoli anche gli altri. I disegni di Anna Brandoli sono evocativi e affascinanti, e fa piacere leggere che è in arrivo il seguito di "Rebecca".

sabato 13 maggio 2017

PANE E TEMPESTA





Stefano Benni
PANE E TEMPESTA
Feltrinelli (2009)
Universale Economica 2011
brossurato, 250 pagine, 8.50 euro

Ci sono anche il leggendario Bar Sport e la mitica Luisona, in questo romanzo folle, delirante ed esilarante di Stefano Benni. Anzi, la mission impossible del racconto è salvare il bar, e tutto il paese che lo contiene, dalla speculazione edilizia che lo minaccia. E' proprio il paese, a fare da protagonista, giacché i suoi archetipici abitanti costituiscono un tutt'uno, come accadeva appunto nei borghi di una volta, in cui ciascuno viveva interconnesso alla comunità di appartenenza in cui tutti si conoscevano e tutto era condiviso, con la piazza (e il bar) centro di gravità permanente. 
Montelfo, questo il toponimo della località, è un paese surreale. Non si può pretendere che i suoi abitanti non lo siano, e infatti non lo sono: come le figure di "Conversazione in Sicilia" di Vittorini sono archetipi di un inconscio collettivo. Però, diversamente da Vittorini, Benni scrive il suo apologo con piglio da umorista, mescolando le storie e descrivendo situazioni grottesche fuori da ogni verosimiglianza anche se più vere del vero nella loro allusività. Rispetto a "Bar Sport" il livello di deformazione del reale è molto maggiore (e ai miei occhi questo è un difetto), tuttavia la favola è buffa da ascoltare.
Non tutti i passaggi sono ugualmente divertenti, ma quando lo sono non di rado risultano esilaranti. Ognuno, probabilmente, riderà di scene diverse. A me ha fatto sghignazzare la storia del bar finito in eredità a un parente di città del vecchio proprietario morto travasando il vino: il locale non serve più a mescita e comincia a organizzare happy hours finché i clienti scandalizzati non riescono a riportare tutto a com'era prima. E la nostalgia per "com'era prima" sembra essere la morale dell'ultima pagina, di fronte a un mondo che cambia e distrugge le vecchie comunità.

domenica 7 maggio 2017

L'OCCHIO DI GIUDA





Carter Dickson
L'OCCHIO DI GIUDA
Giallo Mondadori
2017, brossurato,
280 pagine, 5.90 euro

Carter Dickson, come ben sanno i cultori del genere, è uno dei vari pseudonimi di John Dickson Carr (1906-1977) scrittore americano celebre soprattutto per i delitti della camera chiusa, sottogenere del giallo in cui è un assoluto maestro. Due sono i suoi personaggi ricorrenti: il criminologo Gideon Fell e l'avvocato sir Henry Merrivale (abbreviato in H.M.). Proprio quest'ultimo è il protagonista de "L'occhio di Giuda" (The Judas Window), datato 1938. Personalmente vado matto per Dickson Carr e trovo geniali i suoi diabolici meccanismi che spiegano l'impossibile, anche se immagino che si tratti di gialli fuori moda. Io preferisco considerarli dei classici. Chi decide di leggere un racconto incentrato su un delitto della camera chiusa non può pretendere di trovarvi denunce del disagio sociale, rocambolesche scene d'azione, protagonisti tormentati e problematici e neppure verosimiglianza. Il delitto della camera chiusa è un gioco di prestigio e il giallista è il prestigiatore. Si legge Dickson Carr come si andrebbe a uno spettacolo di magia, con la differenza che alla fine il trucco viene svelato. Non importa se sia improbabile che un certo omicidio sia stato commesso così, basta che sia possibile. E su questo Dickson Carr non bara. Nel caso de "L'occhio di Giuda", un giovanotto (James Caplon Answell) si reca all'appuntamento con il suo futuro suocero (Avory Hume), per chiedergli la mano si sua figlia Mary. Mister Hume è stat informato ed è ben disposto ad accondiscendere al matrimonio. Il pretendente viene fatto accomodare in una sala dalle alte finestre chiuse e gli si offre da bere. La porta viene serrata dietro di lui. Il giovane racconta in seguito di aver perso i sensi come se nel bicchiere ci fosse un sonnifero. Quando si riprende mister Hume è morto con una freccia conficcata nel petto, e la porta del locale in cui si trova è bloccata dall'interno. E' lui stesso che deve aprire un pesante catenaccio per far entrare chi bussa: chi era fuori non ha visto uscire nessuno dopo che lui è entrato, e dentro ci sono soltanto il giovane e il cadavere. Sarà difficile per Henry Merrivale dimostrare l'innocenza del poveretto.

giovedì 20 aprile 2017

THE BIG BOOK OF PUSSY





THE BIG BOOK OF PUSSY
di Dian Hanson 
Taschen
2011, cartonato, 

374 pagine, 40 euro

Si tratta di uno dei cinque imperdibili e monumentali tomi dedicati dalla benemerita Casa editrice di Colonia, specializzata in libri di foto e illustrazione, ad altrettanti parti del corpo umano. Esistono infatti i "big book" riservati, oltre che alle pussy, ai breast, alle legs, al butt e ai penis. I testi sono multilingue (tra cui l'italiano) ma ovviamente sono le immagini a fare da padrone. Il grande formato enciclopedico consente una visione panoramica dei soggetti fotografati. La copertina, geniale, dotata di un lato A e di un lato B che mostrano appunto il davanti e il didietro di un bacino femminile, è corredata da una sovraccoperta di plastica trasparente con una mutandina nera che si può togliere mettendo a nudo quel che c'è sotto. Il sommario prevede una suddivisione per anni, a partire dal 1900 fino al 2011, in cinque grandi sezioni. Se si fosse voluto partire dalle raffigurazioni pittoriche il libro avrebbe potuto mostrare graffiti rupestri nelle caverne degli uomini primitivi, come spiega l'autrice, tanto il soggetto ha sempre interessato gli esseri umani. Si parte invece da fotografie dell'inizio del secolo scorso (una scena lesbo alquanto hairy) fino a recentissime rappresentazioni in 3D. Lo scopo è mostrare come si è evoluto nel corso dei decenni il gusto estetico sia nell'esibire (da parte della donna) che nel riprodurre (da parte del fotografo) il sesso femminile. Ci sono, ovviamente, immagini elaborate e di buon gusto artistico e pose triviali e ginecologiche, e tutte comunque hanno un senso perché se qualcuno le ha realizzate e riprodotte vuol dire che c'è sempre stato un perché, un bisogno da soddisfare, un tabù da infrangere, un gioco da giocare, un brivido da provare e far provare. E' interessante confrontare la parte al tutto, per cui la "pussy" ha sempre una corrispondenza estetica e caratteriale con la sorridente e complice proprietaria che la ostenta. Inoltre, il volume sfata la credenza (ammesso che ci sia chi la crede) che le "pussy" siano tutte uguali. Assolutamente no, come ben sanno gli intenditori.

martedì 18 aprile 2017

L'ARTE DI FERRI



L'ARTE DI FERRI
di Graziano Romani
Panini Books
2013, brossurato, 

128 pagine, euro 22

Si tratta del secondo volume di una collana inaugurata  con "L'arte di Galep", opera dello stesso autore, Graziano Romani, noto anche e soprattutto come eccellente musicista rock, avendo all'attivo una ventina di album realizzati come solista e insieme alla sua band "Rocking Chairs". Fra le altre cose, Graziano ha inciso quattro CD dedicati a Zagor, Tex, Mister No e Diabolik. Oltre che in campo musicale, però, Romani è attivissimo,anche come saggista e storico del fumetto, settore in cui può vantare una competenza invidiabile. Insieme al sottoscritto ha firmato, tra il 2009 e il 2011, tre libri dedicati a Ferri, Ticci e Nolitta, editi da Coniglio. Poi, ecco giungere, soltanto a firma sua, i due volumi su Galep e, di nuovo, su Ferri, pubblicati da Panini. Le caratteristiche dei saggi della collana "L'arte di..." sono quelle di abbinare la scelta di grandi maestri della nona arte con una selezione di immagini riprodotte il più possibile dagli originali e scelte fra quelle meno viste, se non inediti tolti dai cassetti, corredati da un testo che ne faccia la disamina. La parte prettamente saggistica del volume è interessante, scorrevole, accattivante, esaustiva. Ma, soprattutto, sono le illustrazioni a fare la parte del leone. Il grande formato del libro (21 x 30 cm) valorizza i disegni del maestro ligure, stampati al meglio in ogni dettaglio e in modo che si possa percepire ogni morbida pennellata. Oltre alle copertine più classiche, rese però in modo che su vedano le correzioni, i bianchetti, i segni del lapis, il nastro adesivo, i titoli aggiunti dai grafici, ecco le illustrazioni a colori realizzate da Ferri per dei bozzetti pubblicitari o per copertine di libri, o per favole per bambini. Così come ecco tavole poche viste della produzione italiana e francese precedente a Zagor. Non manca, ovviamente, Mister No. A tutto ciò si aggiunge lo scoop di un personaggio inedito, un progetto rimasto nel cassetto, ideato da Ferri negli anni Ottanta insieme al figlio. A concludere l'imperdibile volume, una bibliografia e una cronologia delle opere. A precederlo, una mia prefazione dal titolo "Un maestro per amico". Sfogliarlo permette di capire perché Gallieno (1929-2016) sia stato uno dei disegnatori più amati in Italia e nel mondo.

lunedì 17 aprile 2017

AAA ASSO DECONTAMINAZIONI INTERPLANETARIE E ALTRI RACCONTI



AAA ASSO DECONTAMINAZIONI INTERPLANETARIE
E ALTRI RACCONTI
di Robert Sheckley
Urania Millemondi n° 65
Mondadori
Autunno 2013, brossurato
450 pagine, 7.50 euro


Si tratta di tre diverse antologie di racconti di fantascienza, radunate in un solo volume: "AAA Asso Decontaminazioni Interplanetarie", "Fantasma Cinque" e "Giardiniere di uomini". In tutto, trentuno piccoli gioielli usciti dalla penna di uno dei migliori autori della SF mondiale, per quanto sui generis. "Bizzarro maestro della letteratura ebraico-americana, oltre che tranquillo rivoluzionatore" del genere fantascientifico, lo definisce Giuseppe Lippi nella sua introduzione, in cui racconta anche il suo personale incontro con Robert Shekovsky, questo il vero cognome dello scrittore, che era nato a New York nel 1928 da genitori di origine polacca. "Bizzarro" è un aggettivo che calza a pennello a Sheckley, in quanto è difficile definire i suoi racconti con una precisa etichetta, essendo tutti border line o, se proprio vogliamo, decisamente al di là di ogni confine. Mai si tratta di fantascienza "rigorosa" in senso scientifico, sempre si notano aspetti umoristici, satirici, fantastici, metaforici tesi a sorprendere, spiazzare, incantare, in ogni caso divertire i suoi lettori. Mai lo scrittore fa sfoggio di retorica o accondiscendenza verso una morale comunemente intesa, né di ricercatezza nello stile, che anzi è sobrio, sintetico e mirato verso un bersaglio ben preciso: la maggiore efficacia possibile, al di là di ogni fronzolo non giustificato. Data l'asciuttezza, la sintesi e l'umorismo che lo contraddistinguono, Sheckley riesce meglio nei racconti che nei romanzi (subito sotto trovate recensito il suo "Anonima Aldilà", sempre pubblicato su Urania). Le tre diverse parti dell'antologia hanno ciascuna caratteristiche peculiari. I primi sette racconti sono altrettante esilaranti avventure di una coppia di "disinfestatori" spaziali, Gregor e Arnold, in un futuro in cui il viaggio interstellare è così facile e a buon mercato che chiunque può comprarsi uno dei miliardi di pianeti sparsi per l'universo e abitarci da solo, o con la sua famiglia, o con un piccolo gruppo di multiproprietari. Però, i pianeti vanno ripuliti da eventuali forme di vita ostili, o da gas tossici nell'atmosfera, oppure ne va regolata la meteorologia. La seconda parte raccoglie racconti eterogenei ma tutti affascinanti per argomento e soluzioni: si va dalla storia classica e tutto sommato tradizionale dei due astronauti atterrati su un pianeta spazzato da venti eccezionalmente forti, all'anticipazione (nel 1958, anno in cui venne scritto) di un reality show televisivo in cui un concorrente deve sfuggire alla caccia di un gruppo di killer mentre tutto viene seguito dalle telecamere e il pubblico da casa può decidere per chi tifare o materialmente intervenire nello spettacolo aiutando o ostacolando chi crede. Il migliore di tutti è "Il magazzino dei mondi", in cui un apparecchio consente a chi se lo può permettere di vivere per un anno nel mondo dei suoi sogni, in cambio però di dieci anni di vita nel mondo reale; però non è male anche "Nuova Invasione" in cui tutte le spedizioni esplorative degli alieni per studiare la possibilità di invadere la Terra non tornano più indietro e nessuno di loro capisce il perché, finché anche l'ultima, mandata a risolvere in modo definitivo il mistero, fa la stessa fine (ma almeno i lettori scoprono, divertendosi molto, il perché). Nella terza parte, più "strana" e fantastica, brilla "Raddoppio", un racconto in cui il diavolo offre a un uomo la possibilità di chiedere qualunque cosa voglia, a patto però che, nello stesso tempo, il suo peggior nemico abbia esattamente il doppio. Un bel dilemma. Voi che fareste?

domenica 16 aprile 2017

SHAKESPEARE IN LOVE



William  Shakespeare era bisessuale? Forse sì. Pare infatti che molti dei suoi sonetti siano stati scritti non solo per la famosa (e misteriosa) Dama  Bruna, ma anche per il conte di Southampton, un nobile giovane e bello che, a detta di alcuni, era anche amante del Grande Bardo. Ora, la cosa non dovrebbe scandalizzare nessuno - di certo, non me. Però, è anche vero che i tempi che stiamo vivendo sembrano all'insegna, dopo il passaggio del ciclone sessantottino, di un rinnovati moralismo. Sono spariti i topless dalle spiagge e i nudi dai film, c'è chi vorrebbe togliere i corpi femminili dalle pubblicità (per pudichi che siano), chi si risente per i cortei del gay pride, chi interroga in tribunale questa o quella modella o soubrette chiedendo particolari della sua vita sessuale, chi denuncia gli autori di fumetti come causa prima della depravazione della gioventù, chi vorrebbe far indossare il saio alle Veline, chi censura il concorso di Miss Italia. Ai tempi di Shakespeare le cose non dovevano essere molto diverse. L'esuberanza sessuale del poeta e commediografo provocò le stesse invidie, cattiverie, maldicenze, attacchi, accuse e pettegolezzi dei bigotti che purtroppo suscitano ancora oggi certe cose. Con la differenza che sono passati alcuni secoli e insomma, i moralisti potrebbero anche aver capito che sarebbe l'ora di finirla di sbirciare nelle vite altrui e  lasciare che, almeno a letto, finché si tratta di adulti consenzienti,  ognuno si comporti come meglio crede. Shakespeare, tuttavia, redasse una sferzante risposta a chi si occupava della propria condotta morale. E' contenuta nel suo sonetto 121, attualissimo e illuminante ancora oggi sulla psicologia dei moralisti.


Scrive a questo proposito il critico letterario Harold Bloom: "Questi versi rappresentano l'espressione più potente nella letteratura in  lingua inglese di un individuo condannato per le sue scelte erotiche dagli  'occhi corrotti' degli altri, che sono loro stessi 'storti', vale a dire  disonesti, e avrei voluto che la poesia venisse letta più volte in televisione durante la recente orgia nazionale di virtù scandalizzata cui hanno dato vita mezzibusti e membri del Congresso. Ne consigliamo la lettura  al presidente William Jefferson Clinton".  Già, Bill Clinton avrebbe dovuto difendersi proprio recitando Shakespeare, invece di cospargersi il capo di cenere e recitare la parte del balbettante fedifrago.

Il sonetto (che poi proporrò per intero per i più curiosi, anche in  inglese) comincia con due versi che sono quasi un aforisma (la traduzione è mia):  "Meglio essere degenere, che soltanto sembrarlo / se tanto, anche se non lo sei,  ti accusano d'esserlo".  E i secondi due versi non sono meno ficcanti:  "Vano sarebbe ogni piacere che fosse giudicato giusto / non perché così lo senti tu, ma perché così lo giudicano gli altri". Già... stupido comportarsi non secondo ciò che si sente, ma per timore del giudizio altrui, e solo per quello. E poi si chiede il poeta:  "E perché mai dovrebbero gli occhi falsi e corrotti degli altri / sputare sentenze sul mio sangue pieno di vita?  E perché ci sono spioni dei miei errori che sbagliano più di me / ma si arrogano il diritto di giudicare errato quel che io credo giusto?" 

Il mondo è pieno di gente meschina che sparge calunnie, che si vendica, che odia, che  perseguita, che è arrogante e prepotente, che denigra, che ruba, che  censura, che fa violenza domestica, che è gretta e che è meschina, tanto per tenerci sulle cose da poco, ma pretende di sputare sentenze sulla condotta morale, soprattutto di letto, degli altri.  Ed ecco un verso potentissimo, la liberatoria autoaffermazione di sè: "No, io sono quel che sono! E quelli che puntano il dito / contro i miei eccessi, fanno il conto dei propri". No, I am that I am, and they that level / at my abuses reckon up their own. Bellissimo quell' I am that am! Io sono quel che sono. Ognuno di noi dovrebbe sentirsi libero di essere quel che è, senza paura degli sputasentenze. Infatti: "Potrei essere io il diritto e loro gli storti!"  E per finire: "Non mi interessano i loro immondi pensieri / a meno che non vogliano dire,  a danno di tutti / che ogni uomo è comunque malvagio e nella malvagità ci  sguazza". Applausi.

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Meglio essere degenere, che soltanto sembrarlo 
se tanto, anche se non lo sei, ti accusano d'esserlo 
Vano sarebbe ogni piacere che fosse giudicato giusto 
non perché così lo senti tu, ma perché così lo giudicano gli altri. 

E perché mai dovrebbero gli occhi falsi e corrotti degli altri 
sputare sentenze sul mio sangue pieno di vita? 
E perché ci sono spioni dei miei errori che sbagliano più di me 
ma si arrogano il diritto di giudicare errato quel che io credo giusto? 

No, io sono quel che sono! E quelli che puntano il dito 
contro i miei eccessi, fanno il conto dei propri. 
Potrei essere io il diritto e loro gli storti! 

Non mi interessano i loro immondi pensieri 
a meno che non vogliano dire, a danno di tutti 
che ogni uomo è comunque malvagio e nella malvagità ci sguazza. 


'Tis better to be vile than vile esteemed 
when not be receives reproach of boeing. 
And the just pleasure lost, which is so deemed 
not by our feeling but by others' seeing. 
For why should others' false adulterate eyes 
give salutation to my sportive blood? 
Or on my frailties why are frailer spies 
which in their wills count bad what I think good? 
No, I am that I am, and they that level 
at my abuses reckon up their own; 
I may be straight though they themselves be level 
By their rank thoughts my deed must not be shown 
unless this general evil they maintain 


all men are bad and in their badness reign. 

sabato 15 aprile 2017

PORN TO BE ALIVE



PORN TO BE ALIVE
di AA.VV.
80144 Edizioni
2015, brossurato
220 pagine, 14 euro

Partendo dal presupposto che s', assolutamente, porn to be alive, il porno per sentirsi vivi (suvvia, senza il brividini del porno la vita non sarebbe speziata allo stesso modo), questa brillante antologia propone nove racconti in prosa e quattro brevi storie a fumetti, assolutamente hard e assolutamente gradevoli. Nessuna ipocrisia sul "porno d'autore, inteso nel senso che se una cosa l'ha scritta un famoso scrittore allora è erotismo e dunque la si accetta, mentre se la firma non è di quel tale che scrive sul giornale allora no, che schifo. I pornografi che hanno scritto (bene) i racconti di questo aureo libretto, pur niente affatto dilettanti allo sbaraglio (e di sicuro senza alcuna soggezione), non hanno voluto fingere di dedicarsi a raccontare nient'altro se non il sesso goduto. Peraltro, una autrice come Elena Bibolotti è tutt'altro che sconosciuta e fra i fumettisti spicca Giuseppe Manunta, la cui fama è internazionale. Si accusa spesso il porno di non essere sostenuto da una trama, come se, in quest'ambito, l'intelaiatura fosse importante e non contassero di più i particolari, i momenti, i passaggi, gli scambi, le danze dei corpi, le luci, i sospiri, i dettagli. Ma, in "Porn to be alive", l'accusa è ingiustificata perché tutti i racconti hanno una storia a sostegno. Una chicca, senza pretese, ma una chicca.