lunedì 22 maggio 2017

CAPIRE ISRAELE IN 60 GIORNI (E ANCHE MENO)





CAPIRE ISRAELE IN 60 GIORNI (E ANCHE MENO)
di Sarah Glidden
Rizzoli Lizard
2011, 220 pagine, 
brossurato, euro 17.50 

Sarah Glidden, americana di origine ebraica, classe 1980, debutta con il suo primo libro (pluripremiato) di "graphic journalism".  Lo fa raccontando, attraverso il medium fumetto che si conferma in grado di veicolare qualsiasi contenuto, un suo viaggio alla scoperta di Israele, voluto e desiderato per cercare di capire il perché dei suoi stessi pregiudizi. L'occasione le è offerta da una iniziativa del governo di Tel Aviv, il progetto Taglit, che offre ai giovani ebrei di tutto il mondo un viaggio gratis, guidato attraverso un percorso di tappe obbligate, perché conoscano la Terra dei loro antichi antenati e la realtà dello stato nato dal sionismo. Dal 1999 al 2007 (anno in cui si svolge il viaggio della Glidden) oltre 120.000 ragazzi di tutto il mondo avevano già approfittato dell'opportunità. Sarah, nata a Boston in una famiglia ebraica non osservante, si considera di sinistra (disprezza per partito preso chiunque simpatizzi per i repubblicani) ed è piena di pregiudizi contro Israele. E' anche fidanzata con un giovane musulmano, il quale teme che lei possa tornare dal suo viaggio con idee antipalestinesi, cosa su cui la ragazza, prima di partire, lo rassicura. Perciò, per tutto il viaggio, ascoltando le spiegazioni che le vengono date a proposito del muro che isola gli israeliani dai palestinesi ("gli attentati sono calati da due alla settimana a quattro all'anno") o sull'occupazione delle alture del Golan ("erano rampe missilistiche da cui la Siria bersagliava i villaggi ebraici situati più in basso"), la ragazza si rifiuta di essere indottrinata, vede dappertutto la propaganda governativa, cerca di porsi domande critiche, non accetta passivamente nessuna versione dei fatti. Però, piano piano, il suo muro ideologico comincia a fessurarsi e addirittura si commuove ascoltando la storia dei primi Kibbutz ("quanto di più comunista esista al mondo") o visitando il tempio della Shoa. Alla fine del viaggio, ha capito il punto di vista israeliano dei fatti, e pur senza diventare antipalestinese si rende conto, soprattutto, che diversamente da ciò che credeva (in ossequio a una certa vulgata) esiste appunto una versione dei fatti, non meno vera, anche di parte ebraica. Il suo biglietto da lasciare nel Muro del Pianto dice: "Che venga la pace fra israeliani e palestinesi", ma gli si strappa mentre cerca di infilarlo tra le fessure, cosa che le fa bagnare di lacrime il volto. Tornando a Boston, a chi le chiede "Allora, com'è?", lei risponde confusa: "Beh, ecco...".

mercoledì 17 maggio 2017

MEMORIE A 8 BIT



Sergio Algozzino
MEMORIE A 8 BIT
Tunué
2014, brossurato
220 pagine, 9.90 euro


"Ooooo" è una delle esclamazioni che si ripetono in bocca al piccolo Sergio (e anche al Sergio più grandicello) di fronte alle scoperte che segnano la sua vita negli anni in cui un ragazzo scopre il mondo. Il primo "ooooo" prorompe il giorno in cui l'evoluzione tecnologica fa irruzione in casa sua con l'arrivo del Commodore 64, che lui avrà avuto una decina d'anni. Poi ci sono gli "ooooo" per i primi comics, per le canzoni e per le lesbiche su una rivista porno. Algozzino, fumettista ma anche musicista di talento, palermitano, classe 1978, racconta la sua infanzia e la sua adolescenza attraverso una carrellata di divertenti aneddoti disegnati (raccolti in volume rivisti, corretti e integrati dopo essere stati pubblicati in ordine sparso in precedenza) e riesce a coinvolgere i lettori sia per il suo talento di narratore in grado di usare con assoluta padronanza il medium fumetto, sia perché è facile riconoscersi in molte delle sue esperienze. A dire la verità, io che sono del 1962 e ho 16 anni più, mi sono perso alcune cose che invece sono state fondamentali per lui e per tutti quelli che hanno attraversato bambini gli anni Ottanta (io l'ho fatto da ventenne) per cui non ho mai giocato con i videogame, non ho mai posseduto un Commodore 64, non so perché Pollon combinasse guai. Addirittura a un certo punto Algozzino chiede: "Chi non conosce Goku alzi la mano! Nessuno? Lo credo bene!". Ecco, Sergio, mi vergogno come un ladro ma io no, non lo conosco. Tu però non ti vergognare di aver apprezzato i Neri per Caso, Ambra, Paolo Vallesi e Mariah Carey, perché anche in campo musicale si diverte di più che non mette paletti. Ma anche senza videogiochi e serie nipponiche ho ritrovato gran parte di me stesso (per esempio nella cabina telefonica o negli aneddoti scolastici. "Memorie a 8 bit", opera poetica e piena di echi, personale eppure universale, colpisce, sorprende, commuove, diverte, e insegna che in fondo ogni adulto è soltanto un bambino cresciuto.

martedì 16 maggio 2017

LIMONOV




Emmanuel Carrère
LIMONOV
Adeplhi
2012, 356 pagine
brossurato, 19 euro


"Eroe canaglia": questa forse la miglior definizione di Eduard Limonov che mi è capitato di leggere. Tutto sta nello stabilire le percentuali: più eroe o più canaglia? Emmanuel Carrére è stato strepitosamente abile nel non tracciare la partizione e nel lasciare che i suoi lettori giudichino da sé. Dirò la mia da ultimo. Prima, consentitemi nel dare dell'eroe a Carrére al cento per cento perché ancora una volta mi ha intrigato e lasciato a bocca aperta. Lo scrittore francese (Parigi, 1957) ha scritto la biografia del regista Werner Herzog (1982), dell'apostolo San Paolo ("Il regno", 2014, dello scrittore Philip Dick ("Io sono vivo, voi siete morti, 1995") e del criminale Jean Claude Romand ("L'avversario", 2000) con il medesimo trascinante coinvolgimento, scrivendo in realtà anche la propria vita. E' incredibile come Carrére riesca a mescolare, con assoluta naturalezza, i fatti della propria esistenza con quelli dei personaggi da lui raccontati. Eppure il confronto funziona ed è funzionale. Dunque, lo confesso, ho iniziato a leggere "Limonov" perché interessato a Carrére. Perché convinto a scatola chiusa che mi sarei appassionato anche alla vita di Limonov, qualunque fosse stata. Ed infatti, così è avvenuto. Nel finale del ponderoso saggio Carrère scrive che ha deciso di occuparsi del poeta-scrittore-politico-avventuriero russo perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale». E infatti, ecco il vero motivo di interesse del libro: ripercorrere, facendo chiarezza (nei limiti del possibile, dovebdo comunque parlare d'altro, cioè del protagonista) la storia dell'Unione Sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fino a oggi, ma anche quella delle guerre balcaniche, con lo sfaldamento della ex-Yugoslavia. Eduard Veniaminovich Savenko, questo il vero nome di Limonov (il soppressione gli venne dato negli anni giovanili in cui faceva parte di un ristretto gruppo di poeti di provincia), scrive ancora Carrére, «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio». Dopo le descrizioni della tristissima e opprimente vita nell'Unione Sovietica di Brezhnev, e la sua fuga un Occidente, stupisce che Limonov abbia potuto fondare un partito "nazional bolscevico" che ha per bandiera quella nazista con la falce e martello al posto della svastica, ma non è l'unica contraddizione, visto i miti di Eduard spaziano da Stalin a Benito Mussolini, dalla Banda Baader-Meinhof ai mistici orientali, da Lenin ai Sex Pistols. Se è per questo, Limonov è anche stato collaboratore de "L'idiot" a Parigi e autore-editore della rivista underground "Limonka" nella Russia post Eltsin e dunque anche un fumettista. Non si riesca a capire come uno possa essere protagonista dei cocktail party a New York e a Parigi e poi si diverta a sparare con la mitragliatrice dalle colline attorno a Sarajevo, combattente tra le file degli assedianti. Difficile conciliare l'uomo che resiste a due anni di carcere sotto Putin, dimostrando fermezza d'animo e personalità da leader, e quello che si abbrutisce con l'alcool barione in Central Park. Limonov poeta e scrittore di talento, Limonov amico di Arkhan. Limonov che difende la Duma assediata e Limonov che simpatizza per i delinquenti. A volte lo si detesta, a volte ci commuove. Innegabilmente alla base di tutto c'è il suo proposito, manifestato fin da giovanissimo, di diventare famoso, di essere un leader, di vedere il suo nome ricordato per sempre. Una volontà di potenza, di superominismo, che lo porta a contraddirsi: disprezza i ricchi perché lui non ha i loro soldi, ma cerca di farli per diventare ricco a sua volta. Non c'è modo di condensare in una sintesi efficace la biografia del protagonista scelto da Carrere, senza dubbio alla fine un "looser" nella Russia di quel Putin suo avversario ma per tanti aspetti simile a lui. Però, seguire Eduard nelle sue vicende serve a ripercorrere, oltre all'avventurosa vita di un uomo, la storia della sua terra e un po' della nostra. Più eroe o più canaglia. Più canaglia, secondo me. Almeno al settanta per cento. Individuo decisamente poco raccomandabile, che però, ed ecco una nuova contraddizione, mi piacerebbe conoscere.

lunedì 15 maggio 2017

CORTI E CRUDI


Anna Brandoli 
Renato Queirolo
CORTI E CRUDI
Comicout
2016, 62 pagine
brossurato, 16.90 euro

C'erano una volta le riviste d'autore. A fumetti, cioè. "Alter", "Orient Express", "Comic Art", "Metal Hurlant". E c'erano gli Autori che le riempivano di racconti. A puntate, oppure brevi, autoconclusivi. Erano una gioia per gli occhi, anche se io (personalmente) consideravo d'autore anche "Il Monello", "L'Intrepido" e "Skorpio", dato che c'erano autori anche lì (la "a" minuscola non mi è mai sembrata offensiva e a dire il vero non ho neppure ben capito la differenza). Comunque sia, le riviste c'erano e si distinguevano per le caratteristiche diverse dei prodotti offerti, per me intriganti comunque. Anna Brandoli (disegni) e Renato Queirolo (testi) hanno realizzato in coppia alcuni dei graphic novel più belli del fumetto italiano di quegli anni (fine Settanta, inizio Ottanta), come "La strega", "Rebecca", "Alias". Queirolo, nato a Milano nel 1944, esordisce come sceneggiatore nel 1978 pubblicando sulle pagine di “Alter” appunto “La strega”, illustrata da Anna Brandoli. Tra il 1979 e il 1980 lo troviamo attivo, sempre con la medesima illustratrice, sul “Corriere dei Piccoli” con “Fata Colorina” e “Il Mago di Oz”, poi, nel 1981 eccolo rinnovare il tandem con la Brandoli pubblicando “Rebecca” su “Linus”. Sia “La Strega” che “Rebecca” sono due fumetti dal taglio autoriale: il primo, ambientato nel Delta del Danubio, collega le leggende dell’Orda d’Oro mongola intrecciandole con le vicende dell’inquisizione europea nel più cupo dei medioevi (siamo negli anni Settanta del XIII secolo); il secondo ha come protagonista una zingara, detta “la Lupa” in fuga dal suo clan nella Lombardia di fine Quattrocento, con il sogno di raggiungere le Indie. Oltre a questi romanzi a fumetti, però, Queirolo e la Brandoli hanno realizzato, pubblicandoli su rivista, alcuni suggestivi e inquietanti racconti brevi, tra cui quelli raccolti in volume adesso da Comicout. "Lupo Mannaro" e "A Natale si torna bambini" i miei preferiti, ma notevoli anche gli altri. I disegni di Anna Brandoli sono evocativi e affascinanti, e fa piacere leggere che è in arrivo il seguito di "Rebecca".

sabato 13 maggio 2017

PANE E TEMPESTA





Stefano Benni
PANE E TEMPESTA
Feltrinelli (2009)
Universale Economica 2011
brossurato, 250 pagine, 8.50 euro

Ci sono anche il leggendario Bar Sport e la mitica Luisona, in questo romanzo folle, delirante ed esilarante di Stefano Benni. Anzi, la mission impossible del racconto è salvare il bar, e tutto il paese che lo contiene, dalla speculazione edilizia che lo minaccia. E' proprio il paese, a fare da protagonista, giacché i suoi archetipici abitanti costituiscono un tutt'uno, come accadeva appunto nei borghi di una volta, in cui ciascuno viveva interconnesso alla comunità di appartenenza in cui tutti si conoscevano e tutto era condiviso, con la piazza (e il bar) centro di gravità permanente. 
Montelfo, questo il toponimo della località, è un paese surreale. Non si può pretendere che i suoi abitanti non lo siano, e infatti non lo sono: come le figure di "Conversazione in Sicilia" di Vittorini sono archetipi di un inconscio collettivo. Però, diversamente da Vittorini, Benni scrive il suo apologo con piglio da umorista, mescolando le storie e descrivendo situazioni grottesche fuori da ogni verosimiglianza anche se più vere del vero nella loro allusività. Rispetto a "Bar Sport" il livello di deformazione del reale è molto maggiore (e ai miei occhi questo è un difetto), tuttavia la favola è buffa da ascoltare.
Non tutti i passaggi sono ugualmente divertenti, ma quando lo sono non di rado risultano esilaranti. Ognuno, probabilmente, riderà di scene diverse. A me ha fatto sghignazzare la storia del bar finito in eredità a un parente di città del vecchio proprietario morto travasando il vino: il locale non serve più a mescita e comincia a organizzare happy hours finché i clienti scandalizzati non riescono a riportare tutto a com'era prima. E la nostalgia per "com'era prima" sembra essere la morale dell'ultima pagina, di fronte a un mondo che cambia e distrugge le vecchie comunità.

domenica 7 maggio 2017

L'OCCHIO DI GIUDA





Carter Dickson
L'OCCHIO DI GIUDA
Giallo Mondadori
2017, brossurato,
280 pagine, 5.90 euro

Carter Dickson, come ben sanno i cultori del genere, è uno dei vari pseudonimi di John Dickson Carr (1906-1977) scrittore americano celebre soprattutto per i delitti della camera chiusa, sottogenere del giallo in cui è un assoluto maestro. Due sono i suoi personaggi ricorrenti: il criminologo Gideon Fell e l'avvocato sir Henry Merrivale (abbreviato in H.M.). Proprio quest'ultimo è il protagonista de "L'occhio di Giuda" (The Judas Window), datato 1938. Personalmente vado matto per Dickson Carr e trovo geniali i suoi diabolici meccanismi che spiegano l'impossibile, anche se immagino che si tratti di gialli fuori moda. Io preferisco considerarli dei classici. Chi decide di leggere un racconto incentrato su un delitto della camera chiusa non può pretendere di trovarvi denunce del disagio sociale, rocambolesche scene d'azione, protagonisti tormentati e problematici e neppure verosimiglianza. Il delitto della camera chiusa è un gioco di prestigio e il giallista è il prestigiatore. Si legge Dickson Carr come si andrebbe a uno spettacolo di magia, con la differenza che alla fine il trucco viene svelato. Non importa se sia improbabile che un certo omicidio sia stato commesso così, basta che sia possibile. E su questo Dickson Carr non bara. Nel caso de "L'occhio di Giuda", un giovanotto (James Caplon Answell) si reca all'appuntamento con il suo futuro suocero (Avory Hume), per chiedergli la mano si sua figlia Mary. Mister Hume è stat informato ed è ben disposto ad accondiscendere al matrimonio. Il pretendente viene fatto accomodare in una sala dalle alte finestre chiuse e gli si offre da bere. La porta viene serrata dietro di lui. Il giovane racconta in seguito di aver perso i sensi come se nel bicchiere ci fosse un sonnifero. Quando si riprende mister Hume è morto con una freccia conficcata nel petto, e la porta del locale in cui si trova è bloccata dall'interno. E' lui stesso che deve aprire un pesante catenaccio per far entrare chi bussa: chi era fuori non ha visto uscire nessuno dopo che lui è entrato, e dentro ci sono soltanto il giovane e il cadavere. Sarà difficile per Henry Merrivale dimostrare l'innocenza del poveretto.

giovedì 20 aprile 2017

THE BIG BOOK OF PUSSY





THE BIG BOOK OF PUSSY
di Dian Hanson 
Taschen
2011, cartonato, 

374 pagine, 40 euro

Si tratta di uno dei cinque imperdibili e monumentali tomi dedicati dalla benemerita Casa editrice di Colonia, specializzata in libri di foto e illustrazione, ad altrettanti parti del corpo umano. Esistono infatti i "big book" riservati, oltre che alle pussy, ai breast, alle legs, al butt e ai penis. I testi sono multilingue (tra cui l'italiano) ma ovviamente sono le immagini a fare da padrone. Il grande formato enciclopedico consente una visione panoramica dei soggetti fotografati. La copertina, geniale, dotata di un lato A e di un lato B che mostrano appunto il davanti e il didietro di un bacino femminile, è corredata da una sovraccoperta di plastica trasparente con una mutandina nera che si può togliere mettendo a nudo quel che c'è sotto. Il sommario prevede una suddivisione per anni, a partire dal 1900 fino al 2011, in cinque grandi sezioni. Se si fosse voluto partire dalle raffigurazioni pittoriche il libro avrebbe potuto mostrare graffiti rupestri nelle caverne degli uomini primitivi, come spiega l'autrice, tanto il soggetto ha sempre interessato gli esseri umani. Si parte invece da fotografie dell'inizio del secolo scorso (una scena lesbo alquanto hairy) fino a recentissime rappresentazioni in 3D. Lo scopo è mostrare come si è evoluto nel corso dei decenni il gusto estetico sia nell'esibire (da parte della donna) che nel riprodurre (da parte del fotografo) il sesso femminile. Ci sono, ovviamente, immagini elaborate e di buon gusto artistico e pose triviali e ginecologiche, e tutte comunque hanno un senso perché se qualcuno le ha realizzate e riprodotte vuol dire che c'è sempre stato un perché, un bisogno da soddisfare, un tabù da infrangere, un gioco da giocare, un brivido da provare e far provare. E' interessante confrontare la parte al tutto, per cui la "pussy" ha sempre una corrispondenza estetica e caratteriale con la sorridente e complice proprietaria che la ostenta. Inoltre, il volume sfata la credenza (ammesso che ci sia chi la crede) che le "pussy" siano tutte uguali. Assolutamente no, come ben sanno gli intenditori.

martedì 18 aprile 2017

L'ARTE DI FERRI



L'ARTE DI FERRI
di Graziano Romani
Panini Books
2013, brossurato, 

128 pagine, euro 22

Si tratta del secondo volume di una collana inaugurata  con "L'arte di Galep", opera dello stesso autore, Graziano Romani, noto anche e soprattutto come eccellente musicista rock, avendo all'attivo una ventina di album realizzati come solista e insieme alla sua band "Rocking Chairs". Fra le altre cose, Graziano ha inciso quattro CD dedicati a Zagor, Tex, Mister No e Diabolik. Oltre che in campo musicale, però, Romani è attivissimo,anche come saggista e storico del fumetto, settore in cui può vantare una competenza invidiabile. Insieme al sottoscritto ha firmato, tra il 2009 e il 2011, tre libri dedicati a Ferri, Ticci e Nolitta, editi da Coniglio. Poi, ecco giungere, soltanto a firma sua, i due volumi su Galep e, di nuovo, su Ferri, pubblicati da Panini. Le caratteristiche dei saggi della collana "L'arte di..." sono quelle di abbinare la scelta di grandi maestri della nona arte con una selezione di immagini riprodotte il più possibile dagli originali e scelte fra quelle meno viste, se non inediti tolti dai cassetti, corredati da un testo che ne faccia la disamina. La parte prettamente saggistica del volume è interessante, scorrevole, accattivante, esaustiva. Ma, soprattutto, sono le illustrazioni a fare la parte del leone. Il grande formato del libro (21 x 30 cm) valorizza i disegni del maestro ligure, stampati al meglio in ogni dettaglio e in modo che si possa percepire ogni morbida pennellata. Oltre alle copertine più classiche, rese però in modo che su vedano le correzioni, i bianchetti, i segni del lapis, il nastro adesivo, i titoli aggiunti dai grafici, ecco le illustrazioni a colori realizzate da Ferri per dei bozzetti pubblicitari o per copertine di libri, o per favole per bambini. Così come ecco tavole poche viste della produzione italiana e francese precedente a Zagor. Non manca, ovviamente, Mister No. A tutto ciò si aggiunge lo scoop di un personaggio inedito, un progetto rimasto nel cassetto, ideato da Ferri negli anni Ottanta insieme al figlio. A concludere l'imperdibile volume, una bibliografia e una cronologia delle opere. A precederlo, una mia prefazione dal titolo "Un maestro per amico". Sfogliarlo permette di capire perché Gallieno (1929-2016) sia stato uno dei disegnatori più amati in Italia e nel mondo.

lunedì 17 aprile 2017

AAA ASSO DECONTAMINAZIONI INTERPLANETARIE E ALTRI RACCONTI



AAA ASSO DECONTAMINAZIONI INTERPLANETARIE
E ALTRI RACCONTI
di Robert Sheckley
Urania Millemondi n° 65
Mondadori
Autunno 2013, brossurato
450 pagine, 7.50 euro


Si tratta di tre diverse antologie di racconti di fantascienza, radunate in un solo volume: "AAA Asso Decontaminazioni Interplanetarie", "Fantasma Cinque" e "Giardiniere di uomini". In tutto, trentuno piccoli gioielli usciti dalla penna di uno dei migliori autori della SF mondiale, per quanto sui generis. "Bizzarro maestro della letteratura ebraico-americana, oltre che tranquillo rivoluzionatore" del genere fantascientifico, lo definisce Giuseppe Lippi nella sua introduzione, in cui racconta anche il suo personale incontro con Robert Shekovsky, questo il vero cognome dello scrittore, che era nato a New York nel 1928 da genitori di origine polacca. "Bizzarro" è un aggettivo che calza a pennello a Sheckley, in quanto è difficile definire i suoi racconti con una precisa etichetta, essendo tutti border line o, se proprio vogliamo, decisamente al di là di ogni confine. Mai si tratta di fantascienza "rigorosa" in senso scientifico, sempre si notano aspetti umoristici, satirici, fantastici, metaforici tesi a sorprendere, spiazzare, incantare, in ogni caso divertire i suoi lettori. Mai lo scrittore fa sfoggio di retorica o accondiscendenza verso una morale comunemente intesa, né di ricercatezza nello stile, che anzi è sobrio, sintetico e mirato verso un bersaglio ben preciso: la maggiore efficacia possibile, al di là di ogni fronzolo non giustificato. Data l'asciuttezza, la sintesi e l'umorismo che lo contraddistinguono, Sheckley riesce meglio nei racconti che nei romanzi (subito sotto trovate recensito il suo "Anonima Aldilà", sempre pubblicato su Urania). Le tre diverse parti dell'antologia hanno ciascuna caratteristiche peculiari. I primi sette racconti sono altrettante esilaranti avventure di una coppia di "disinfestatori" spaziali, Gregor e Arnold, in un futuro in cui il viaggio interstellare è così facile e a buon mercato che chiunque può comprarsi uno dei miliardi di pianeti sparsi per l'universo e abitarci da solo, o con la sua famiglia, o con un piccolo gruppo di multiproprietari. Però, i pianeti vanno ripuliti da eventuali forme di vita ostili, o da gas tossici nell'atmosfera, oppure ne va regolata la meteorologia. La seconda parte raccoglie racconti eterogenei ma tutti affascinanti per argomento e soluzioni: si va dalla storia classica e tutto sommato tradizionale dei due astronauti atterrati su un pianeta spazzato da venti eccezionalmente forti, all'anticipazione (nel 1958, anno in cui venne scritto) di un reality show televisivo in cui un concorrente deve sfuggire alla caccia di un gruppo di killer mentre tutto viene seguito dalle telecamere e il pubblico da casa può decidere per chi tifare o materialmente intervenire nello spettacolo aiutando o ostacolando chi crede. Il migliore di tutti è "Il magazzino dei mondi", in cui un apparecchio consente a chi se lo può permettere di vivere per un anno nel mondo dei suoi sogni, in cambio però di dieci anni di vita nel mondo reale; però non è male anche "Nuova Invasione" in cui tutte le spedizioni esplorative degli alieni per studiare la possibilità di invadere la Terra non tornano più indietro e nessuno di loro capisce il perché, finché anche l'ultima, mandata a risolvere in modo definitivo il mistero, fa la stessa fine (ma almeno i lettori scoprono, divertendosi molto, il perché). Nella terza parte, più "strana" e fantastica, brilla "Raddoppio", un racconto in cui il diavolo offre a un uomo la possibilità di chiedere qualunque cosa voglia, a patto però che, nello stesso tempo, il suo peggior nemico abbia esattamente il doppio. Un bel dilemma. Voi che fareste?

domenica 16 aprile 2017

SHAKESPEARE IN LOVE



William  Shakespeare era bisessuale? Forse sì. Pare infatti che molti dei suoi sonetti siano stati scritti non solo per la famosa (e misteriosa) Dama  Bruna, ma anche per il conte di Southampton, un nobile giovane e bello che, a detta di alcuni, era anche amante del Grande Bardo. Ora, la cosa non dovrebbe scandalizzare nessuno - di certo, non me. Però, è anche vero che i tempi che stiamo vivendo sembrano all'insegna, dopo il passaggio del ciclone sessantottino, di un rinnovati moralismo. Sono spariti i topless dalle spiagge e i nudi dai film, c'è chi vorrebbe togliere i corpi femminili dalle pubblicità (per pudichi che siano), chi si risente per i cortei del gay pride, chi interroga in tribunale questa o quella modella o soubrette chiedendo particolari della sua vita sessuale, chi denuncia gli autori di fumetti come causa prima della depravazione della gioventù, chi vorrebbe far indossare il saio alle Veline, chi censura il concorso di Miss Italia. Ai tempi di Shakespeare le cose non dovevano essere molto diverse. L'esuberanza sessuale del poeta e commediografo provocò le stesse invidie, cattiverie, maldicenze, attacchi, accuse e pettegolezzi dei bigotti che purtroppo suscitano ancora oggi certe cose. Con la differenza che sono passati alcuni secoli e insomma, i moralisti potrebbero anche aver capito che sarebbe l'ora di finirla di sbirciare nelle vite altrui e  lasciare che, almeno a letto, finché si tratta di adulti consenzienti,  ognuno si comporti come meglio crede. Shakespeare, tuttavia, redasse una sferzante risposta a chi si occupava della propria condotta morale. E' contenuta nel suo sonetto 121, attualissimo e illuminante ancora oggi sulla psicologia dei moralisti.


Scrive a questo proposito il critico letterario Harold Bloom: "Questi versi rappresentano l'espressione più potente nella letteratura in  lingua inglese di un individuo condannato per le sue scelte erotiche dagli  'occhi corrotti' degli altri, che sono loro stessi 'storti', vale a dire  disonesti, e avrei voluto che la poesia venisse letta più volte in televisione durante la recente orgia nazionale di virtù scandalizzata cui hanno dato vita mezzibusti e membri del Congresso. Ne consigliamo la lettura  al presidente William Jefferson Clinton".  Già, Bill Clinton avrebbe dovuto difendersi proprio recitando Shakespeare, invece di cospargersi il capo di cenere e recitare la parte del balbettante fedifrago.

Il sonetto (che poi proporrò per intero per i più curiosi, anche in  inglese) comincia con due versi che sono quasi un aforisma (la traduzione è mia):  "Meglio essere degenere, che soltanto sembrarlo / se tanto, anche se non lo sei,  ti accusano d'esserlo".  E i secondi due versi non sono meno ficcanti:  "Vano sarebbe ogni piacere che fosse giudicato giusto / non perché così lo senti tu, ma perché così lo giudicano gli altri". Già... stupido comportarsi non secondo ciò che si sente, ma per timore del giudizio altrui, e solo per quello. E poi si chiede il poeta:  "E perché mai dovrebbero gli occhi falsi e corrotti degli altri / sputare sentenze sul mio sangue pieno di vita?  E perché ci sono spioni dei miei errori che sbagliano più di me / ma si arrogano il diritto di giudicare errato quel che io credo giusto?" 

Il mondo è pieno di gente meschina che sparge calunnie, che si vendica, che odia, che  perseguita, che è arrogante e prepotente, che denigra, che ruba, che  censura, che fa violenza domestica, che è gretta e che è meschina, tanto per tenerci sulle cose da poco, ma pretende di sputare sentenze sulla condotta morale, soprattutto di letto, degli altri.  Ed ecco un verso potentissimo, la liberatoria autoaffermazione di sè: "No, io sono quel che sono! E quelli che puntano il dito / contro i miei eccessi, fanno il conto dei propri". No, I am that I am, and they that level / at my abuses reckon up their own. Bellissimo quell' I am that am! Io sono quel che sono. Ognuno di noi dovrebbe sentirsi libero di essere quel che è, senza paura degli sputasentenze. Infatti: "Potrei essere io il diritto e loro gli storti!"  E per finire: "Non mi interessano i loro immondi pensieri / a meno che non vogliano dire,  a danno di tutti / che ogni uomo è comunque malvagio e nella malvagità ci  sguazza". Applausi.

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Meglio essere degenere, che soltanto sembrarlo 
se tanto, anche se non lo sei, ti accusano d'esserlo 
Vano sarebbe ogni piacere che fosse giudicato giusto 
non perché così lo senti tu, ma perché così lo giudicano gli altri. 

E perché mai dovrebbero gli occhi falsi e corrotti degli altri 
sputare sentenze sul mio sangue pieno di vita? 
E perché ci sono spioni dei miei errori che sbagliano più di me 
ma si arrogano il diritto di giudicare errato quel che io credo giusto? 

No, io sono quel che sono! E quelli che puntano il dito 
contro i miei eccessi, fanno il conto dei propri. 
Potrei essere io il diritto e loro gli storti! 

Non mi interessano i loro immondi pensieri 
a meno che non vogliano dire, a danno di tutti 
che ogni uomo è comunque malvagio e nella malvagità ci sguazza. 


'Tis better to be vile than vile esteemed 
when not be receives reproach of boeing. 
And the just pleasure lost, which is so deemed 
not by our feeling but by others' seeing. 
For why should others' false adulterate eyes 
give salutation to my sportive blood? 
Or on my frailties why are frailer spies 
which in their wills count bad what I think good? 
No, I am that I am, and they that level 
at my abuses reckon up their own; 
I may be straight though they themselves be level 
By their rank thoughts my deed must not be shown 
unless this general evil they maintain 


all men are bad and in their badness reign. 

sabato 15 aprile 2017

PORN TO BE ALIVE



PORN TO BE ALIVE
di AA.VV.
80144 Edizioni
2015, brossurato
220 pagine, 14 euro

Partendo dal presupposto che s', assolutamente, porn to be alive, il porno per sentirsi vivi (suvvia, senza il brividini del porno la vita non sarebbe speziata allo stesso modo), questa brillante antologia propone nove racconti in prosa e quattro brevi storie a fumetti, assolutamente hard e assolutamente gradevoli. Nessuna ipocrisia sul "porno d'autore, inteso nel senso che se una cosa l'ha scritta un famoso scrittore allora è erotismo e dunque la si accetta, mentre se la firma non è di quel tale che scrive sul giornale allora no, che schifo. I pornografi che hanno scritto (bene) i racconti di questo aureo libretto, pur niente affatto dilettanti allo sbaraglio (e di sicuro senza alcuna soggezione), non hanno voluto fingere di dedicarsi a raccontare nient'altro se non il sesso goduto. Peraltro, una autrice come Elena Bibolotti è tutt'altro che sconosciuta e fra i fumettisti spicca Giuseppe Manunta, la cui fama è internazionale. Si accusa spesso il porno di non essere sostenuto da una trama, come se, in quest'ambito, l'intelaiatura fosse importante e non contassero di più i particolari, i momenti, i passaggi, gli scambi, le danze dei corpi, le luci, i sospiri, i dettagli. Ma, in "Porn to be alive", l'accusa è ingiustificata perché tutti i racconti hanno una storia a sostegno. Una chicca, senza pretese, ma una chicca.

giovedì 13 aprile 2017

TOPOLINO CLASSIC EDITION RODOLFO CIMINO







TOPOLINO CLASSIC EDITION 
RODOLFO CIMINO
di Rodolfo Cimino
Panini Comics
2016, brossurato
370 pagine, 7.90 euro

"Favole immortali del grande cantastorie Rodolfo Cimino", spiega il sottotitolo: nella collana dei volumi dedicati ai grandi autori Disney italiani eccone uno che raccoglie dodici storie sceneggiate da uno dei maestri della vecchia guardia, Rodolfo Cimino (1927 – 2012), appunto. Che era uno sceneggiatore ma scriveva sceneggiature disegnate, veri e propri storyboard realizzasti a mano, e spediva i suoi lavori per posta ordinaria anche quando già da tempo tutti usavano le mail, come racconta Stefano Ambrosio nella sua postfazione. Altri interventi e testimonianze (tra cui quelle di Giorgio Cavazzano e Silvia Ziche) arricchiscono l'antologia e rendono ragione della particolare poetica umoristica di un autore votato ai Paperi e caratterizzato da un vignettone iniziale che "riassume" il senso della storia in una sorta di panel introduttivo che funge quasi da trailer. Cimino, della scuola disneyana veneta, iniziò come aiutante di Romano Scarpa come gagman, ed era molto divertente anche nella vita privata (anche se funestata da alcune vicende giudiziarie in seguito alla sua attività di amministratore locale, da cui per fortuna è uscito indenne).

mercoledì 12 aprile 2017

TOPOLINO CLASSIC EDITION SERGIO ASTERITI




TOPOLINO CLASSIC EDITION 
SERGIO ASTERITI
di Sergio Asteriti
Panini Comics
2017, brossurato
370 pagine, 7.90 euro

Avventure fuori dal tempo disegnate da Sergio Asteriti", recita la scritta sulla copertina del volume che, a tutti gli effetti, è qualcosa di più di un semplice albo di Paperi e Topi fra i tanti rintracciabili in edicola. Dopo altri eleganti e voluminosi brossurati del medesimo formato dedicati ai maestri Disney italiani, questa volta è toccata al veneziano (classe 1930) Asteriti, il decano della categoria, che si è visto raccogliere dodici suoi racconti pubblicati tra il 1964 e il 2017, corredata da testi che testimoniano l'importanza dell'autore nell'ambito della produzione disneyana. Confesserò adesso una cosa - di cui farò però subito pubblica ammenda: da bambino e da ragazzo, fino insomma all'età della ragione, a me Asteriti non piaceva. Lo riconoscevo subito e, se anche lo leggevo perché leggevo tutto, gli preferivo Romano Scarpa o Giovanni Battista Carpi. Questo perché, nonostante la mia età, ero comunque in grado di distinguere le mani degli autori pur non conoscendone i nomi, ma anche perché, in effetti, Asteriti era inconfondibile. A me sembrava troppo grottesco, carico, esasperato nei dinoccolamenti, nelle espressioni, nelle inquadrature. Adesso capisco una cosa fondamentale: il disegnatore veneto era in grado di avere uno stile personale, che non si appiattiva nell'imitazione di una linea grafica, e dimostrava come si potesse interpretare in modo originale e addirittura trasgressivo la tradizione Disney, aprendo la strada ad altri innovatori quali Cavazzano e, in tempi più recenti, Celoni. Ai miei occhi di allora poi Asteriti aveva il "torto" di preferire i Topi ai Paperi, in anni in cui, purtroppo, Topolino era diventato un po' troppo piccolo borghese e addirittura una sorta di perbenista se non addirittura di questurino. Le storie di Zio Paperone erano invece quelle che a me piacevano di più e Asteriti le disegnava di meno (nell'antologia di cui stiamo parlando ce n'è soltanto una, molto gradevole peraltro). Vero è che conta molto lo sceneggiatore: chiamato a illustrare storie brillanti, come "Topolino e il contrabbando marino" o "Topolino e il mistero della base lunare" il maestro veneziano brilla anche lui di più. Dove però davvero si manifesta il suo talento è nelle illustrazioni "libere", a tutta tavola, compresa quella del suo autoritratto in Piazza San Marco, pubblicato in appendice.

venerdì 31 marzo 2017

MANUALE DI LETTURA CREATIVA



MANUALE DI LETTURA CREATIVA 
di Marcello Fois
Einaudi
2016, brossurato
170 pagine, 14 euro

Bello a partire dal titolo. Ci sono fin troppi corsi di scrittura creativa, quando per imparare a scrivere si deve cominciare imparando a leggere. Alle lezioni di Marcello Fois (Nuoro, 1960, finalista dei Premi Campiello e Strega) avrei volentieri assistito dal vivo, se ci fosse stato un ciclo di conferenze non troppo distanze da casa mia; forse l'unico difetto di questa raccolta di saggi è appunto quella di non essere organica ma di assomigliare a dialoghi con il pubblico per introdurlo o farlo interessare agli argomenti trattati, saltando qua e là senza la pretesa di un vero e proprio corso esaustivo. In realtà, la raccolta organica alla fine lo è perché si parla sempre e comunque di scrittori e delle loro opere, però in ordine sparso dato che si tratta in gran parte di testi pubblicati altrove e poi radunati con i necessari aggiustamenti. Così, dopo una introduzione che fa da manifesto programmatico (l'incipit è "Io sono un lettore compulsivo"), si passa a parlare, in capitoli brevi ma significativi, delle idee (condivisibili) dell'autore sulla lettura e sulla scrittura (non esiste "buona scrittura" senza una "buona storia", e viceversa - ma anche "essere comoplicati è facilissimo, essere semplici è difficilissimo") e sulla critica ("in generale chi giudica lo stato di salute della letteratura italiana attuale non legge abbastanza"). Fois ritiene che la letteratura dovrebbe riprendersi il diritto (che Kafka, Lovecraft e Poe si erano guadagnati) di generare inquietudine. "Siamo noi un'Arcadia?" si chiedeva De Sanctis, e si rispondeva: "No, la Scuola è vita". La letteratura deve essere vita inquieta. Quindi si esamina il giallo, come genere, e quello italiano in particolare, ritrovandone le origini ne "Il cappello del prete" di Emilio De Marchi (1888) e ne "La mano tagliata" di Matilde Serao (1912). A seguire, ed è qui che il libro di Fois scende dall'universale al particolare iniziando a trattare singoli autori in ordine sparso, elzeviri, recensioni, introduzioni e brevi commenti su Attilio Veraldi, Fred Vargas, Giancarlo De Cataldo, Edgar Allan Poe, Mario Rigoni Stern, Manuel Vasquez Montalban, Edmondo De Amicis e, in ossequio alle proprie origini, tanti (e interessanti) scrittori sardi, da Grazia Deledda a Gavino Ledda.

mercoledì 29 marzo 2017

PEANUTS



PEANUTS
UNA STORIA DI LOTTA E DI GOVERNO
di Marco Iacona
Algra Editore
2016, brossura
60 pagine, 5 euro

Colpiscono in questo breve saggio l'agilissimo formato tascabile (11x15 cm) contrapposto alla profondità della dotta disamina, quella che sempre vorremmo veder dedicata a qualunque opera a fumetti. Iacona dimostra infatti, se mai ce ne fosse bisogno, come della comic art si possa parlare con gli stessi strumenti culturali utilizzati per esaminare qualunque altra opera letteraria, anche se si tratta, come diceva Pratt, di letteratura disegnata. Otto brevi capitoli bastano al saggista per offrire una buona introduzione a una lettura consapevole dei Peanuts di Charles "Sparky" Monroe Schulz, partendo da come l'intellighenzia italiana inizia a occuparsene, fin dal 1961 con "I fumetti" di Carlo Della Corte, il primo a parlarne in nel Bel Paese dove ancora Charlie Brown nessuno sapeva chi fosse (benché negli USA venisse pubblicato già da undici anni). Della Corte inserisce i Peanits fra i "fumetti intellettuali", e di lì a qualche tempo (un lustro, più o meno) ne parlano Umberto Eco ed Elio Vittorini ed esce la rivista "Linus". Iacona dimostra come il "conservatore" Schulz fosse anche "rivoluzionario" e in ogni caso descrivesse nelle sue strisce le varie sfaccettature della società americana ma anche universale (o non si spiegherebbe il successo mondiale della serie), consentendo una lettura assolutamente politica dei Peanuts (che comunque non ne esaurisce l'analisi).

sabato 25 marzo 2017

LE BEATRICI





LE BEATRICI
di Stefano Benni
Feltrinelli
2011, brossura
92 pagine, 9 euro

Si comincia con la Beatrice, quella vera, la donna amata da Dante, che propone il suo punto di vista in un esilarante vernacolo fiorentino. Poi, però, non ci sono altre figure storiche o puntualmente identificabili, ma altre figure femminili senza nome, sette tipi simbolici e archetipici: una adolescente moderna senz'anima, una suora schizofrenica posseduta dal demonio, una vecchia e bisbetica antifascista ma fascista lei stessa verso il mondo che odia per come è diventato (e per come è diventata lei), una manager sproloquiante e vuota, una vittima dell'ansia, e infine e una donna-lupo che rimanda forse più di ogni altra all'archetipo della femminilità legata alla luna e alla natura, all'anima del mondo. Con Beatrice Portinai si ride, con le altre donne un po' meno (la più divertente è la suora), ma far ridere non è, in questo caso, lo scopo di Benni. E', casomai, raccontare una donna sfaccettata e tutt'altro che debole e gentile, per niente "angelicata" così come la dipingeva l'Alighieri, ma caleidoscopica, stronza, perversa, fuori da ogni schema, contro ogni convenzione, pronta all'invettiva, grottesca e luciferina. Fra un monologo e l'altro, poesie e canzoni sempre efficaci come nello stile di Benni. Si tratta comunque di testi più adatti alla recitazione che alla lettura, che in teatro trovano sicuramente la loro collocazione ideale (e che prova stuzzicante per le attrici chiamate a interpretarli).

venerdì 17 marzo 2017

GEORGES SIMENON, L'INDAGINE DEL VUOTO



GEORGES SIMENON 
L'INDAGINE DEL VUOTO
a cura di Marco Vichi
Edizioni Clichy
2016, brossurato
112 pagine, ero 7.90

Premesso che l'argomento è interessante, che Simenon è uno dei miei autori preferiti, che Marco Vichi è scrittore intelligente e gradevole e che la lettura è agile, non riesco a considerare questo opuscolo nient'altro che uno stuzzichino in attesa di un pasto da cercare altrove. Infatti, non si tratta di una biografia del grande narratore belga (nato a Liegi nel 1903 e trasferitosi poi in Francia appena ventenne). Non si tratta neppure di un saggio sulla sua opera e men che mai di un compendio che renda conto della sterminata bibliografia di e su di lui (c'è, a onor del vero, una "bibliografia essenziale" di una quindicina di facciate). Di che si tratta, allora? Una decina di pagine scandite da una divisione per anni forniscono i tratti biografici essenziali; poi, un articolo di venti pagine di Marco Vichi parla essenzialmente della scoperta di Simenon da parte del giallista toscano, ed è quindi più autobiografico che di analisi esaustiva sul maestro francofono (riguardo al quale si sottolinea giustamente come non ci sia da ricordare solo Maigret, essendo decine e decine i romanzi "altri", la cui cifra stilistica è sempre quella dell'indagine psicologica coinvolgente ed efficace di personaggi descritti in modo affascinante). Quindi, seguono alcuni incipit tratti dalle opere di Simenon, tra cui quello straziante di "Memorie intime" dedicato alla figlia Marie-Jo morta suicida. La "bibliografia essenziale" è davvero essenziale, per quanto utile, ma per approfondire bisogna rivolgersi altrove. Diciamo che si tratta di una breve introduzione a una più lunga introduzione a Simenon, che forse Vichi potrebbe convincersi a scrivere.


giovedì 16 marzo 2017

EROS & COMIC ART



EROS & COMIC ART
a cura di Giuseppe Pollicelli
Little Nemo
2017, brossurato
280 pagine, p.n.i.

Ci sono cataloghi preziosi come alcune delle opere di cui offrono la riproduzione. Questo, per esempio, raccoglie le immagini di tavole e illustrazioni di un gran numero di disegnatori italiani e stranieri (ma soprattutto italiani, che nel genere siamo dei maestri), riguardanti l'erotismo a fumetti, radunate per essere messe all'asta Torino il 24 marzo 2017. Sono rappresentati autori di serie A e di serie B, con alcuni di serie B più bravi di quelli di serie A. Di moltii capita, sfogliando il voluminoso libro, di scoprire il nome dopo aver riconosciuto una mano da sempre considerata anonima. Quanti hanno ammirato le copertine di "Lucifera" senza sapere che il talentuoso autore era Averando Ciriello, superbo (e da poco scomparso) cartellonista cinematografico? E sapevate che il disegnatore di Nonna Abelarda, Nicola Del Principe ha illustrato "Fiabe Proibite" e "Messalina"? E che a realizzare graficamente il mitico Lando è stato Giuseppe Montanari, acclamato autore di Dylan Dog? Insomma, non ci sono soltanto Milo Manara o Guido Crepax, e neppure solo Leone Frollo o Paolo Eleuteri Serpieri, a fare la storia del fumetto erotico di casa nostra, ma anche Alessandro Biffignandi, Sandro Angiolini, Giovanni Romanini, Birago Balzano o, per citare nomi più contemporanei, Giovanna Casotto e Bruno Brindisi. A questi si aggiungono maestri "prestati" all'erotismo come Magnus, Guido Buzzelli, Giuseppe Viglioglia e molti altri. Insomma, l'arte erotica e la Comic Art sono un mare magnum da scoprire e da esplorare. Giuseppe Pollicelli, partendo dalle immagini messe all'asta, propone le schede biografiche di quasi tutti gli autori (salvo un paio di cui proprio manca ogni notizia). Ma è intetessantissima la prefazione di Tinto Brass, che scrive un articolo intelligente e folgorante, a partire dalla citazione iniziale di Pasolini, secondo il quale i moralisti "non sono capaci di distinguere la barzelletta del marito cornuto da una novella di Boccaccio". E qual è la differenza fra erotismo e pornografia? Secondo Brass, "la pornografia sta all'erotismo come il pompino alla fellatio".

lunedì 13 marzo 2017

IL LIBRO DEL CINQUECENTO




IL LIBRO DEL CINQUECENTO
di Tindaro Alessandro Guadagnini
Algra Editore
2016, brossurato
84 pagine, 8 euro

Quando ho redatto la mia prefazione per questo racconto ho evidenziato come l'argomento del patto con il diavolo (che esaudisce i desideri in cambio di un prezzo da pagare) sia un tema ricorrente in letteratura e nelle leggende. Non sapevo ancora, però, e l'ho scoperto soltanto in seguito, come "Il Libro del Cinquecento", vale a dire il testo magico che dà il titolo al libro, esista veramente nel folklore siciliano e nella realtà dei fatti (cioè, lo si può leggere, e persino in Rete), in alcuni casi citato come "Clavicola di Solomone" (o nel corrispondente latino). Tindaro Alessandro Guadagnini, giornalista catanese (peraltro grande esperto di fumetti), ha confezionato un romanzo breve dai toni horror, piuttosto inquietante, partendo da una sua ricerca sull'argomento. Ricerca che gli avrebbe permesso di mettere insieme una ricca documentazione, bastante a confezionare un saggio storico e letterario che potrebbe essere molto interessante. Mi permetto perciò di incoraggiarlo a scriverlo. Nell'attesa, ecco quel che nella prefazione ho scritto io.

IL LIBRO NELLA BOTTIGLIA
di Moreno Burattini

In una sua nota alla prima edizione Bompiani, del 1941, di “Conversazione in Sicilia”, il siracusano Elio Vittorini scriveva che il luogo magico in cui è ambientato il suo romanzo era Sicilia unicamente “per avventura”. E spiegava: “solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia”. Ovvero: ogni storia è universale, e parla rivolgendosi proprio a chiunque, per caso, la trovi. Anche “Il Libro del Cinquecento” di Tindaro Alessandro Guadagnini, l’inquietante racconto che vi apprestate a leggere, racconta una storia siciliana, ma la sua Sicilia, che pure è tanto reale da indurre alcuni dei personaggi a parlare in dialetto, assume una chiara valenza fantastica quando diventa una terra incantata dove i prodigi e le maledizioni hanno piena cittadinanza. Rispetto al romanzo gotico, che si chiama così perché i suoi primi esempi settecenteschi e ottocenteschi erano spesso ambientati nel Medioevo o in antichi castelli, Guadagnini propone una versione postmoderna del soprannaturale. Vale a dire, sceglie uno scenario contemporaneo e una serie di location riconoscibili. Fa insomma quel che decise di fare Edgar Allan Poe quando avvicinò il racconto dell’orrore alla realtà dell’uomo comune, quella in cui tutti potrebbero riconoscersi. Però, al tempo stesso, la trama adattata a personaggi e luoghi che ci sono familiari (e che sono ancor più familiari ai siciliani fra noi) attinge a modelli ricorrenti, come ricorrenti sono le paure, le ansie, le angosce dell’eterno animo umano. Vittorini parlava di manoscritti ritrovati in una bottiglia: proprio "Il diavolo nella bottiglia" è il titolo di un romanzo breve di Robert Louis Stevenson, datato 1891, in cui uno spiantato, giovane hawaiano di nome Keawe incontra un giorno un ricco signore, che lo convince ad acquistare, per i pochi soldi che ha in tasca, una bottiglia scura, nella quale si agita una nebbia misteriosa, dicendogli che lì dentro vive un demone in grado di appagare ogni suo desiderio. Keawe torna a casa con la bottiglia e in breve tempo diventa ricchissimo, ma ovviamente ci sono le controindicazioni. Il finale proposto da Stevenson è diverso da quello immaginato da Guadagnini, e il suo protagonista Carmelo subisce una sorte ben differente. Ma che si tratti di Hawaii o di Sicilia, di bottiglie o di libri magici, si tratta sempre di insidie del demonio. Le cui tentazioni rimandano alla nostra eterna e umana insoddisfazione, alle pulsioni che si agitano in ciascuno di noi, ai mille desideri da realizzare e alle conseguenze da pagare. Tentazioni, insoddisfazioni, desideri in cui tutti fatalmente ci riconosciamo, ritrovando il manoscritto nel recipiente di vetro depositato ai nostri piedi dalle onde sulla battigia, anche se non reagiamo come Carmelo o come Keawe e siamo diversi da loro. O almeno ci illudiamo di esserlo, almeno finché non ci imbatteremo per caso nella diabolica bottiglia o nel Libro del Cinquecento.