sabato 3 dicembre 2016

HI & LOIS FAMIGLIA S.P.A



HI & LOIS FAMIGLIA S.P.A
Testo: Mort Walker - Disegni: Dik Browne
Oscar Mondadori
Novembre 1979 - brossurato


Il curatore Beppi Zancan, come già in altri libri da lui messi assieme, continua ad attribuire queste deliziose strip (iniziate negli USA a partire dal 1954) al solo Mort Walker, scrivendo unicamente il nome di questi in copertina. In realtà (si vede e viene detto nella prefazione) i disegni sono di Dik Browne, validissimo cartoonist della scuola di Walker, in seguito destinato a essere conosciuto in proprio con Hagar il Vikingo. Il motivo della scelta di Zancan sembra chiaro: Walker è l'autore di Beetle Bailey e il suo nome in copertina attira di più. Ma qui Dik Browne fa un lavoro notevolissimo in efficacia e pulizia si tratto, in sintesi e in eleganza, senza cercare grafismi esasperati, puntando solo e semplicemente a comunicare. I testi di Walker brillano comunque per humor e per efficacia. Chiunque abbia una famiglia e dei bambini non puï non riconoscersi nelle vicende della famiglia di Hi e Lois, lui (Hiram) il marito e lei la moglie, contornati da quattro figli e un cane. I figli sono ben assortiti in modo da creare problematiche diverse a seconda dell'età: si va dall'adolescente Chip fino alla neonata Trixie, passando per i bambinetti gemelli Macchietta e Ditto. La differenza fra questa strip e "Blondie e Dagoberto" (a cui pure somiglia molto per tematica, eleganza e pulizia di tratto, e tipo di humor) consiste principalmente nel fatto che lç sono messi sotto il riflettore soprattutto i due coniugi, qui è il complesso della famiglia a recitare in gruppo. Le battute sono quasi tutte azzeccate, divertenti. A volte sono anche poetiche, come quelle che vedono Trixie giocare con un raggio di sole.

venerdì 2 dicembre 2016

LA STANZA DEI LIBRI





LA STANZA DEI LIBRI

di Giampiero Mughini

Bompiani

2016, brossurato

160 pagine, 14 euro




Di fronte a un libro così bello, c'è da chiedersi come abbiano potuto, quelli della Bompiani, aggiungere in copertina un sottotitolo così inutile e fuorviante quale "Come vivere felici senza Facebook Instagram e followers". Sembra che, ormai, se un libro non ha agganci, sia pure in negativo, con i social non possa attirare l'attenzione del pubblico. Dunque sappiate che di Facebook o di Twitter Mughini non parla, se non, forse, in un inciso o due. Parla, meno male, di libri di carta. Del suo amore per i libri di carta. Della sua passione per i libri di carta. Di altri come lui bulimici verso l'acquisto, il possesso, il collezionismo di libri di carta. 

Parla di cataloghi di librerie antiquarie, di prime edizioni, di copie rare, rarissime, uniche. Racconta di dediche sui frontespizi, di biblioteche che crescono come figli, di collezioni messe in vendita e libri appartenuti a qualcuno che passano in mano di altri. E poi ci sono le recriminazioni per come in Italia la bibliofilia, il gusto per le edizioni d'arte, la ricerca di volumi usciti con la prima tiratura non abbia che un piccolo seguito rispetto a quanto accade all'estero, e anche nelle case di intellettuali benestanti non ci siano (lo dice lui che ne ha viste tante) spazi per i libri di valore. Mughini spiega anche perché sia importante invece questo tipo di collezionismo, come si possano ricostruire le varie epoche proprio esaminando la rilegatura, la carta, la stampa, le illustrazioni dei libri. E poi, l'autore ci parla delle sue collezioni, partendo da zero, dai primissimi libri messi in fila nella sua cameretta di studente a Catania. 

Due soprattutto sono i capitoli importanti ne "La stanza dei libri", che valgono l'acquisto e la lettura anche solamente per quelli: "Pagine che grondano sangue" e "Futuristi, addio". Il primo dei due, drammatico e inquietante al limite dell'intollerabilità (io che leggo King come bere camomilla ho dovuto interrompere la lettura più volte, riflettendo sul fatto che si trattava di avvenimenti veri) è dedicato agli anni di piombo, e in particolare alle Brigate Rosse. Mughini, raccoglitore di saggi ideologici sul comunismo fin dall'adolescenza, ha messo insieme anche una sterminata collezione di opuscoli, libretti e volantini distribuiti dai brigatisti, e libri di memorie compilati in carcere o dopo la condanna dai terroristi stessi. Sentirne parlare fa molta impressione. L'altro capitolo racconta invece di come l'autore abbia messo insieme una formidabile raccolta di volumi del futurismo italiano, e abbia a un certo punto deciso di venderla, non senza difficoltà visto il disinteresse proprio in Italia (mentre si sono fatte avanti biblioteche di mezzo mondo). 

Molto belle e condivisibili anche le pagine dedicate ai fumetti e all'erotismo, campi d'interesse che anch'io condivido e riguardo ai quali ho le stesse idee di Mughini, in special modo riguardo la distinzione babbea fra erotismo e pornografia. L'unica distinzione possibile è fra qualcosa di fatto bene e qualcosa di fatto male. Che idiozia poi l'accusa della mancanza di "trama" nei fumetti o film pornografici, come se la trama fosse necessaria: è necessario il dettaglio, il particolare, la situazione, lo sguardo, l'espressione, la posa. Ovviamente, secondo me, ma fa bene Righini a ribadirlo da par suo. E onore al merito di aver mescolato i futuristi con Corto Maltese e la pornoattrice Lola Reve (che è anche una delle mie preferite).

domenica 27 novembre 2016

FACCE DA COMICS



FACCE DA COMICS
di Adriana Roveda
Allagalla
2016, brossurato
160 pagine, 20 euro. 

Quanti sorrisi e quanta curiosità, sfogliando questa raccolta di scatti di Adriana Roveda, infaticabile frequentatrice di mostre e di convention fumettistici. Il fumetto italiano (e un po' di più) degli ultimi trent'anni c'è quasi tutto, e gli assenti sono giustificati. Poiché, oltre a essere uno degli autori fotografati, sono anche l'autore della prima prefazione ("Scatto matto", la seconda è opera di Fabio Civitelli, fumettista anche fotografo a sua volta), eccola riportata di seguito: mi pare già una più che esaustiva recensione. 


Comincio subito col chiarire che io sono molto più bello di come sembro nelle foto di Adriana Roveda. Invece tutti gli altri miei colleghi fumettisti sono esattamente così, come lei li ha fotografati, cogliendo l’attimo al volo. Click. Li riconosco tutti, quelli che conosco, perché sono veri. Anzi, in alcuni casi ricordo anche quando, come e dove sono stati realizzati quegli scatti: c’ero anch’io, pochi passi più in là. Nessun artificio, nessuna posa, nessuna luce piazzata. Adriana, come una reporter d’assalto, gira con la macchina al collo e colpisce. Poi ci sono anche le foto scattate a quelli che non conosco: in questo caso è bello scoprire che anche i grandi autori sono persone vere pure loro, fotografabili nel loro modo d’essere più naturale e spontaneo. Un libro come questo mi sarebbe sembrato un sogno, trenta o quaranta anni fa: ero un giovane lettore e aspirante autore che da sempre frequentava le due o tre manifestazioni fumettistiche organizzate all’epoca (davvero poche, e in spazi piccoli, come il palazzetto dello sport a Lucca o il palazzo di Re Enzo a Bologna). In quelle occasioni i visitatori avevano la fortuna di vedere di persona figure quasi mitologiche come Milo Manara, Magnus o addirittura Stan Lee (che venne in Italia nel 1974). Al di fuori di questi rari eventi, nessun giornale si occupava dei fumettisti, non c’erano riprese televisive, non circolavano foto se non sul retro degli Eureka Pocket, e naturalmente non esisteva Internet. Quasi impossibile sapere che faccia avessero Gallieno Ferri o Chris Claremont. Per fortuna Jack Kirby si raffigurava nei suoi albi. Poi le cose sono cambiate: le kermesse fumettistiche si sono moltiplicate, gli autori hanno iniziato a mostrarsi al pubblico (non che prima si nascondessero: nessuno li invitava), sui quotidiani sono comparse foto, sono nate le fanzine (prima ciclostilate, per cui foto zero, poi sempre più professionali, e dunque ricche di immagini fotografiche). Infine, ecco Internet. Tuttavia, i lettori di fumetti amano la carta. Vogliono avere un libro, un albo, un portfolio da stringere fra le mani. Vogliono un disegno con dedica dei loro illustratori preferiti (e, per collezione, anche di quelli meno preferiti). Adriana Roveda fotografa i disegnatori proprio mentre schizzano gli sketches per il pubblico. E li fotografa a contatto con il pubblico, appunto, perché se è vero, come purtroppo è vero, che le vendite di fumetti (come di tutto ciò che si stampa) sta subendo un crollo verticale, un piccolo verso l’alto hanno le presenze dei visitatori alle mostre mercato, e sempre di più si allungano le file davanti agli stand in cui chi crea le storie può stringere la mano a chi le legge. Il che è bello e consolante. Questo testimoniano gli scatti di Adrian, oltre a farci vedere appunto le facce (in genere sorridenti) di tanti di questi creatori di sogni. E si tratta di scatti stampati su carta. Da carezzare con le dita. Se carezzerete pure me, tenete conto comunque che sono più bello dal vivo.

sabato 26 novembre 2016

I RACCONTI DELLA METRO



I RACCONTI DELLA METRO
a cura di Giacomo Matteo Miniussi ed Elio Marracci
Aracne
2016, brossurato,
180 pagine, 12 euro

Elio Marracci, curatore di questa brillante antologia insieme all’amico Giacomo Matteo Miniassi, sostiene che sono stato io a suggerirgli (non ricprdo più né quando, né come, né dove) il filo conduttore di tutti i racconti: il viaggio sui mezzi pubblici. Non avendo elementi né per confermare né per smentire, prendo per buona l’affermazione (dico e scrivo sempre così tante cose a così tante persone che potrebbe benissimo essere vera). Fatto sta che mi ha chiesto di occuparmi dell’introduzione dopo aver messo insieme i 28 brevissimi e fulminanti testi che compongono il volume raccogliendo le adesioni di altrettanti scrittori (alcuni abbastanza noti, altri meno conosciuti, tutti comunque con un certo numero di esperienze letterarie alle spalle e dotati per lo più di un innegabile talento.
Fra i nomi degli autori che già conoscevo ricordo Graziano Braschi (autore di formidabili saggi su Stephen King) e lo sceneggiatore d fumetti Francesco Matteuzzi.
Marracci e Miniassi non sono nuovi a lavori del genere e si interessano entrambi di letteratura di genere, soprattutto quella noir. I racconti sono tutti brevi e sorprendenti, l’unico rimpianto che lasciano è di non averli visti pubblicati da Mondadori o Feltrinelli, ma si sa: la leggenda vuole che le short stories non vendano abbastanza (magari perché non vengono promossi, mentre si dovrebbero studiare nelle scuole). Quale autore di una antologia di 26 racconti inquietii (“Dall’altra parte”, Cut Up) sono invece palesemente dalla parte delle storie brevi, e ho antologie come “Testi e note” di Isaac Asimov tra i miei punti di riferimento. Lode alla Casa editrice Aracne che ha invece pubblicato la raccolta, sperando che lo faccia ancora con altre. Qui di seguito trovare il testo della mia introduzione, che spiega meglio tutto.

Signori, in carrozza!
di Moreno Burattini

Il mezzo di trasporto più antico, rapido ed efficace è il racconto. Più antico ancora della scrittura e della pittura, che sono successive forme di veicolazione del racconto stesso (e veicolazione si rivela parola quanto mai congrua in questo contesto). La narrativa nasce infatti con le prime tecniche affabulatorie evolutesi insieme prime manifestazioni del linguaggio: di ritorno da una battuta di caccia, i nostri progenitori si narravano l’un l’altro l’accaduto e, probabilmente, ognuno ci aggiungeva del proprio. I più bravi a raccontare (con i gesti, oltre che con i versi gutturali) finivano per essere, allora come ai giorni nostri, i più ascoltati. Ogni racconto, se coinvolgente, riesce a trasportare l’ascoltatore in una dimensione diversa da quella in cui realmente si trova. La persona a cui viene narrata una “fabula” ci finisce dentro, parte per un viaggio fantastico. Quando i racconti assunsero una forma poetica, prima orale, poi scritta, il talento dell’affabulatore poté perpetuarsi al di là della sua dimora e della sua esistenza in vita. Omero, o chi per lui, continuò a cantare i suoi poemi dovunque giunsero i suoi versi, e tutti poterono leggerli o udirli per secoli e secoli dopo la sua morte, in punti lontanissimi del mondo. Chiunque li lesse e li udì, dovunque si trovasse, venne trasportato sotto le mura di Troia o sull’isola di Itaca. Ancora oggi, aprire un libro è recarsi altrove. Verso la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, per esempio. Oppure si può partire per un giro attorno al mondo da farsi in ottanta giorni. Ma ci può anche ritrovare a Milano durante la peste del Seicento, piuttosto che nella Giungla Nera che cresce sul delta del Gange. A ciascuno il suo viaggio, fino ai confini della Galassia se vogliamo raggiungere Terminus e la Fondazione Seldon che vi ha sede. Nessun treno, nessun aereo, nessuna astronave può farci viaggiare più velocemente di una storia nel cui ascolto ci imbarchiamo. Perciò, l’abbinamento fra mezzi di trasporto e racconti, proposto da questa antologia, è quanto mai azzeccato e stimolante. Ma c’è di più. I mezzi di trasporto di cui parliamo non sono quelli di proprietà di un singolo, particolarmente ricco o fortunato da poter contare su una fuoriserie personale o di un apparecchio fantastico a sua disposizione (come per esempio il Nautilus del Capitano Nemo), ma quelli pubblici, usati da tutti, quelli cioè su cui molto spesso i passeggeri leggono per ingannare il tempo di un viaggio non di rado scomodo che fanno tutti i giorni, magari più volte. Una lettura, quella fatta durante gli spostamenti in treno, in autobus o in metropolitana, che serve appunto per uscire da lì e viaggiare altrove, verso destinazioni diverse e più accattivanti. Chi non ha da leggere, spesso rimpiange di non avere quella via di fuga e si sorprende a sbirciare il libro, la rivista o il fumetto in mano al passeggero accanto, cercando di immaginare che cosa sia che lo fa sorridere o sgranare gli occhi. I racconti, più brevi di un romanzo, sono particolarmente piacevoli da gustare nei tragitti più corti: quelli contenuti in questa antologia sono appunto della lunghezza giusta per essere iniziati e finiti fra una fermata e l’altra, della metro o del tram, senza dover essere lasciati a metà, e ognuno può decidere se ci sia il tempo di leggerne un altro. Singolare il gioco di specchi che ne verrà fuori se davvero deciderete di fare l’esperimento di sfogliare le pagine che seguono viaggiando in un vagone o seduti in un autobus: starete viaggiando ma viaggerete altrove ritrovandovi in un altro vagone e in un altro veicolo, alle prese con un’avventura fantastica che rischia di farvi confonderete sogno e realtà. Realtà che poi, dopo esservi tornati, guarderete con occhi diversi, sperando o temendo che qualcosa di insolito possa accadere anche a voi. Elio Marracci, che ha raccolto i ventotto racconti di questo volume, non ha fatto distinzione fra autori già noti ed esordienti ancora sconosciuti, che è andato cercando uno per uno: del resto, chi viaggia su un mezzo pubblico non sa accanto a chi si troverà seduto. E talvolta, capita di incontrare gente interessante, con storie interessanti da raccontare.

GESU' MESSIA DI ISRAELE




GESU' MESSIA DI ISRAELE
di David Donnini
Uno Editori
2015, brossurato
180 pagine, 13.90 euro

Seguo da molti anni gli studi di David Donnini sulla figura storica di Gesù. Ritengo Donnini un ottimo divulgatore (anche se non accademico), estremamente chiaro nella disamina di argomenti molto complicati e di materie da maneggiare con cautela. Da trent'anni di occupa di religioni orientali e di storia delle origini del Cristianesimo. Ha viaggiato in lungo e in largo la Palestina, si è interessato dei manoscritti di Qumran, non propone letture aliene o di fantarcheologia della Bibbia (come il sempre meno credibile Mauro Biglino) ma si attiene al compito di compendiare quello che gli studi più aggiornati della letteratura scientifica nel campo della filologia biblica e delle ricostruzioni storiche sono giunte ad appurare. Sono stati compiuti infatti molti passi in avanti, negli ultimi decenni, nell'esegesi dei Vangeli dal punto di vista dell'attendibilità storica, e persino un libro Emmanuel Carrere, con il suo bestseller "Il Regno" ha di recente potuto ricostruire le biografie dell'evangelista Luca e del suo maestro Paolo di Tarso basandosi appunto sul nuovo quadro interpretativo che emerge dagli studi accademici non confessionali sul Nuovo Testamento. In questo stesso spazio abbiamo parlato di recente dell' ultimo saggio di Bart D. Ehrman, eminente biblista americano. Donnine non è apocalittico, non mette in dubbio la fede in Dio, ma si limita a questo intento: "desidero offrire ai lettori un'analisi divulgativa, cercando di evitare lo stile accademico che relega questo tipo di opere a un pubblico ristretto, in possesso di una preparazione specifica. Per troppo tempo, e troppo spesso ancora, le narrazioni evangeliche sono state pregiudizialmente ritenute verità indiscutibili, al punto da sorvolare superficialmente su alcune loro palesi contraddizioni, considerate come scusabili imprecisioni o innocenti distrazioni, del tutto ininfluenti. Si è preteso per secoli che i racconti della passione testimoniassero una serie di eventi accaduti realmente così come sono descritti, non vedendo, o fingendo di non vedere, che alcuni punti rappresentano delle contraddizioni o delle inverosimiglianze storiche così palesi da mettere in discussione tutto l'impianto. I cristiani oggi continuano spesso a conoscere i passi del Vangelo solo attraverso la lettura e il commento domenicale eseguiti dal sacerdote nel corso della messa. Ho notato che sovente i cristiani, proprio quelli che non mancano mai di frequentare gli appuntamenti liturgici, sono piuttosto ignoranti delle scritture e, tanto più, delle possibili contraddizioni che al loro interno sono contenute. E quando vengono loro fare notare, assumono un atteggiamento indifferente o sospettoso, se non di palese resistenza, affermando che 'esisterà senz'altro una spiegazione'. L'idea dell'infallibilità del Nuovo Testamento è un baluardo che tiene lontana ogni ombra di dubbio".
Fin qui Donnini. Personalmente non credo che sia blasfemo o eretico il ritenere i Vangeli frutto dell'opera di quattro (o più, com'è probabile) evangelisti e di secoli e secoli di copiature di amanuensi, in grado di aggiungere ed emendare parole o interi brani come capita in tutti i testi dell'antichità scritti a mano per migliaia di anni prima dell'invenzione della stampa. Non si mette in dubbio la storicità della figura del Cristo, né la grandezza del suo messaggio arrivato più o meno filtrato fino a noi, né la carismaticità della sua persona. Si tratta di capire cosa realmente successe in Palestina negli anni della sua predicazione, in quale contesto socio-politico essa avvenne, e come questi fatti possano essere stati raccontati nei secoli successivi dagli uomini che ne scrissero (nessuno dei quali testimone diretto). Ora, io non so se Bart D. Ehrman o David Donnini (come cento altri loro colleghi del medesimo avviso, più o meno sfumato) abbiano ragione: mi limito a prendere atto che esistono tesi diverse da quelle che mi hanno insegnato a catechismo. Per esempio, a me venne detto che Gesù non aveva fratelli, non era sposato, era originario di Nazareth e venne crocifisso dagli ebrei. Un sempre maggior numero di studiosi, a torto o a ragione, crede che invece avesse moglie, fratelli e figli, che possa essere nato e cresciuto a Gamala (Nazareth neppure esisteva), e che i responsabili della sua morte fossero, sic et sempliceter, i romani, i cui metodi spicci erano tali da portare al patibolo le teste calde fra gli ebrei (popolo ribelle quant'altro mai) con una frequenza e una facilità da far impressione. La versione secondo la quale, al contrario, Gesù fu vittima delle trame dei capi del suo stesso popolo e del voltafaccia degli ebrei (sui quali il suo sangue era destinato a ricadere) rientra, in questa logica, in un tentativo (iniziato da San Paolo, "inventore" del Cristianesimo) di separare i destini dei seguaci di Gesù da quelli degli Ebrei che, nel 70 dopo Cristo, vennero praticamente sterminati dai romani per chiudere con la loro guerriglia irriducibile. Se Gesù fosse stato visto come un ribelle giudeo, il Cristianesimo non avrebbe potuto diffondersi a Roma. Mi scuserà Donnini se banalizzo e riassumo in così poche frasi le articolate argomentazioni sa lui usate per compendiare studi ancora più complessi di una schiera di storici e biblisti.

lunedì 21 novembre 2016

VIAGGIO IN SARDEGNA




VIAGGIO IN SARDEGNA
di Michela Murgia
Einaudi
2008, brossurato,
200 pagne, euro 13.50

"Undici percorsi nell'isola che non si vede", spiega il sottotitolo e già chiarisce il punto di partenza: non si tratta di una raccolta di cartoline, di una guida turistica a uso dei bagnanti, di un elenco di luoghi comuni. L'autrice, Premio Campiello e sardissima a dispetto del cognome che fa venire in mente la Puglia, conduce il lettore nel cuore dell'isola, quello che dalle spiagge di certo non si scorge. E lo fa senza il provincialismo di chi vuol esaltare le bellezze di un luogo per il pur legittimo orgoglio di esserci nato, ma con la consapevolezza di chi ha coscienza del vero spirito di una terra e dell'autentico animo dei suoi abitanti e cerca di raccontarli con una scrittura chiara ma di grande respiro a chi, da lontano, ne ha una conoscenza filtrata da stereotipi, depliant di villaggi vacanze, notizie di cronaca nera del telegiornale. Si scopre subito come la cosa più interessante della Sardegna sono i sardi, misteriosi fin dalle risultanze genetiche, abituati a parlare più attraverso i silenzi che le parole, discendenti da società matriarcali di cui ancora oggi si tramanda il ricordo della grande importanza data alle donne, così marcati dal' "alterità" da sentirsi diversi non solo da quelli del "continente" ma anche dagli abitanti dei paesi vicini. E poi il mare: amico, forse, oggi, per il beneficio recato all'economia da chi va a prendere il sole sulle spiagge, ma nemico storicamente perché porta di ogni invasione. Ed ecco i nuraghi, da ciascuno dei quali un tempo se ne potevano vedere almeno altri due, e che comunicavano subito a grandi distanze, con fuochi accesi sulle sommità, se un pericolo incombeva sulle misteriose e antichissime comunità che li avevano eretti. Così bravi a difendersi, i dardi, rifugiandosi nell'interno aspro e impenetrabile della loro isola, che i romani, pur avendo pianificato la conquista e la colonizzazione della Sardegna, dovettero loro malgrado fermarsi sulle coste e chiamarono "barbare" le regioni dell'entroterra: da cui Barbagia, appunto. E quindi un popolo di contadini e di pastori, e non di naviganti e marinai, vestiti però di tutto punto, come se che invece di andare a pascolare le pecore o a zappare i campi partissero ogni mattina per una sfilata di moda, come già notava Lawrence nel suo diario di viaggio, descrivendo i pizzi e i merletti dei vestiti. La lettura della Murgia fa venire voglia di seguire gli itinerari da lei consigliati, lontani da quelli più battuti dai turisti. Ma anche senza partire, o in attesa di farlo, qualcosa in più sull'isola si riesce a capirlo.

domenica 20 novembre 2016

LA SOVRANA LETTRICE




LA SOVRANA LETTRICE
di Alan Bennett
Sellerio
2007, brossurato
95 pagine, 13.50 euro

E' difficile giudicare questo agile romanzo sull'amore verso i libri e su come la lettura possa cambiare la vita. Difficile perché se i libri davvero si amano e si è fatta esperienza di quanto possano arricchirci l'esistenza (e farci vedere le cose secondo scale di valori diverse da prima) si è portati a volerne dire bene: come non essere d'accordo con Bennett e condividere il suo intento? Però, poi, a conti fatti, ci si rende conto (almeno, io mi sono reso conto) di quanto sia ininfluente che la lettrice protagonista del racconto sia Elisabetta II regina del Regno Unito, piuttosto che un personaggio di fantasia, e di come, anzi, questa scelta sia dannosa in quanto disturbante e implausibile. Perché mai l'Inquilina du Buckingham Palace dovrebbe scoprire la lettura per caso solo in tarda età? Nel romanzo succede grazie a un pulmino che porta in giro una piccola biblioteca ambulante, in cui Elizebeth si imbatte per combinazione dopo essere uscita dal palazzo con i suoi cani. E possibile che in pochi mesi la sovrana riesca a leggere di tutto con una consapevolezza e una lucidità di giudizio da critico letterario professionista? E possibile che un suo assistente di nome Norman abbia letto e legga ancora di più, risultando in grado di dare consigli e scambiare pareri come il più informato dei competenti? Insomma, la faccenda disturba più di quanto affascini. Bisogna fare un bello sforzo per superare l'incredulità e accettare che la regina cominci a mettere in difficoltà (per il suo troppo leggere e il voler sempre parlare di libri) il suo entourage, la security, i diplomatici, e i ministri. I servizi segreti arrivano perfino ad allontanare Norman, e alla fine la sovrana sembra pronta al grande passo: diventare scrittrice a sua volta. Interessante il passaggio in cui la regina invita a cena intellettuali e scrittori, scoprendoli più piccoli dei loro libri. Tuttavia, quando si citano libri e autori che i lettori magari non conoscono, si dovrebbe cercare di far capire meglio a tutti di chi e che cosa su sta parlando, senza far sentire in colpa nessuno per la propria ignoranza in proposito ma anzi stimolando il desiderio di saperne di più. In generale ho trovato il libro interessante per lo spunto, ma a tratti uggioso. Un'occasione mancata, e dispiace.

venerdì 18 novembre 2016

LA REGOLA DELL'EQUILIBRIO



LE REGOLA DELL'EQUILIBRIO
di Gianrico Carofiglio
Einaudi
2014, brossurato
282 pagine, 19 euro

Mi è sempre sembrato di poter avvicinare l'avvocato Guido Guerrieri, il personaggio protagonista di questo e altri cinque romanzi di Carfiglio editi da Sellerio, al Matthew Hope di Ed McBain, avvocato anche lui, che compare invece in tredici libri dello scrittore americano. Sarà che McBain, noto soprattutto per la sua serie dell'87° Distretto, è uno dei padri fondatori del "procedural", ovvero del giallo che rispetta, con competenza, le vere procedure delle indagini di polizia, e anche Carofiglio è uno che ne capisce, visti i suoi trascorsi da magistrato. Peraltro capirne di procedure non statunitensi ma italiane (un labirinto di storture e di cunicoli per sotterfugi) è sicuramente un punto di merito a cui fare tanto di cappello, così come non si può non restare ammirati davanti all'abilità con cui l'autore pugliese riesce a spiegare a far comprendere anche ai non iniziati i risvolti della legge e a guidare i suoi lettori nei meandri delle consuetudini dei tribunali del Bel Paese. Si potrebbe etichettare "La regola dell'equilibrio" come un legal thriller o come un giallo giudiziario, se non fosse che di thriller non c'è niente e di giallo, tutto sommato, ancor meno. Guido Guerrieri è uno straordinario personaggio a dispetto della sua antipatia (sempre pronto a sottolineare quanto lui abbia letto gli autori che contano, mica i romanzetti che comprano tutti, e ascolti la musica migliore parlando con una certa spocchia dei gusti degli altri, per non parlare delle paturnie etico-politiche che lo elevano sopra il livello dei comuni mortali, per cui pare provare un certo disgusto radical chic), tormentato dalla sua solitudine seguita a un divorzio che ha subito, in preda ad astratti furori che sfoga sul suo sacco da boxe. E' interessante e coinvolgente seguirlo nei suoi casi personali, nelle sue visite in libreria, nelle sue fermate al bar, nei suoi problemi di salute, nei giri per le strade di Bari (esplorata in tutti i quartieri). Carofiglio non ha bisogno di una vera e propria storia gialla per farsi leggere. Anzi, i casi che racconta tutto sommato sono probabili più che plausibili, a differenza di quelli dei delitti delle camere chiuse, e riguardano sempre personaggi verosimiglianti, che sembrano tolti di peso dall'osservazione attenta della realtà. Per di più, per fortuna, non è un poliziotto e questo ci risparmia l'ennesimo Commissario. Inoltre, punto di merito non da poco, benché Carofiglio provenga dalla magistratura, sposa il punto di vista di chi difende gli imputati: caso encomiabile in un paese di giustiziasti e di processi in piazza. In passato, però, le indagini dell'avvocato Guerrieri erano state un tantino più elaborate: si arrivava alla verità lungo un percorso di avvicinamento. Ne "La regola dell'equilibrio", invece, la verità viene semplicemente servita sul piatto d'argento da Carmelo Tancredi, amico di lungo corso dell'avvocato, che a un certo punto gli rivela come stanno le cose. Il poco che c'è da indagare (la raccolta di confidenze nel tribunale di Lecce che indaga su un magistrato garantista di Bari, Pierluigi Larocca) viene indagato da Annapaola Doria una investigatrice privata, che gira con una mazza da baseball in borsa e che, come Lisbeth Salander, gira in moto, ed è androgina e bisex. Il bello del romanzo (che è, appunto, bello) consiste non tanto nell'indagine quanto nei problemi di coscienza che un conflitto di interessi interiore ma anche legale e pratico pone a Guido Guerrieri nel maneggiare un caso molto ma molto delicato, e benissimo raccontato. Mi offro comunque all'autore per spiegargli con una dotta conferenza il senso del testo di "Ti amo" di Umberto Tozzi e Giancarlo Bigazzi, su cui si ironizza a metà racconto, a patto che lui mi spieghi quello di altre canzoni americane che, essendo in inglese, meno si prestano a venir prese in giro ma volendo ce ne sarebbe, oh se ce ne sarebbe.

giovedì 17 novembre 2016

IL NOSTRO GALLIENO FERRI


IL NOSTRO GALLIENO FERRI
a cura di Stefano Bidetti e Francesco Pasquali
Edizioni forum SCLS
2016, 120 pagine
brossurato, 5 euro

Non si può sfogliare questo libro senza commuoversi, a partire dalla dedica: "AAAHYAAAKK Gallieno, con te se ne va l'ultimo degli autori che hanno fatto grande la storia del fumetto italiano. Grazie per 55 anni di emozione, i tuoi figli zagoriani". Seguono decine e decine di testimonianze e di ricordi di Gallieno Ferri, il creatore grafico di Zagor scomparso nell'aprile 2016, di autori ma anche e soprattutto di lettori, tutti elencati in stretto ordine alfabetico, e dunque con i disegni dedicati a Ferri da artisti come Paolo Bacilieri o Sergio Tisselli (solo per indicarne due a caso) che si alternano ai messaggi degli appassionati. Alcuni disegnatori, su testi di Stefano Bidetti, hanno realizzato delle vere e proprie tavole con brevi e ben riusciti racconti a fumetti di quattro vignette in cui Zagor incontra il suo autore. Leggere gli scritti e guardare gli omaggi grafici fa capire quanto Gallieno sia stato amato come uomo e come illustratore di sogni. Valutando la quantità di saggi (biografie, photobook, portfolios, numeri speciali) sono stati dedicati alla sua arte soprattutto nell'ultima parte della sua vota, si percepisce anche la sua importanza artistica. Fra i tanti partecipanti al volume c'è anche il mio nome. Con sorpresa ho scoperto che, oltre al testo interno, una mia frase è stata estrapolata in quarta di copertina, quasi a sintetizzare il senso del libro: "Si dice sempre che non bisognerebbe conoscere i propri miti, perché si rischia di restarne delusi: tu invece eri ancora migliore della pur bella immagine che di te avevano i lettori". Tutto il materiale contenuto nel volume (che brilla per cura editoriale e qualità di carta e di stampa) è stato reso disponibile anche in Rete e chi ha acquistato l'edizione cartacea ha soltanto rimborsato i realizzatori (Stefano Bidetti e Francesco Pasquali) delle spese di stampa.

mercoledì 16 novembre 2016

IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA






IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA
di Robert Louis Stevenson
Prìncipi & Princìpi
2011, cartonato
45 pagine, 12 euro

Al mare, sotto l'ombrellone, sulla spiaggia.
"Babbo, che cosa stai leggendo?"
"Un romanzo breve di Robert Louis Stevenson, l'autore de 'L'isola del Tesoro'. Oppure, se preferisci, un suo racconto lungo, Alice".
"Come si intitola?"
"'Il diavolo nella bottiglia'".
"E' bello?"
"Straordinariamente bello. Un gioiello. Pagine in cui non c'è una parola in più, né una di meno di quelle che ci devono essere".
"A me non sembra tanto lungo".
"In effetti, no. Potresti leggerlo qui sotto l'ombrellone, iniziandolo adesso e finendolo prima che sia ora di andare a mangiare".
"Perché non lo leggi tu a voce alta?"
"Va bene. Te lo leggo. Dimmi tu se ti stanchi e non vuoi più sentire il seguito".
Comincio a leggere. La storia de "Il diavolo nella bottiglia" è ipnotica: una volta capito il diabolico (è il caso di dirlo) meccanismo, non c'è modo di staccare gli occhi dal libro, curiosi di sapere come va a finire.
In poche parole, il succo è questo (spero che Stevenson non si rivolti nella tomba per come banalizzo la sua storia e la faccio breve).

Un giovane hawaiano senza troppi mezzi, di nome Keawe, il cui sogno più grande è vivere in una bella casa, incontra un giorno un ricco signore, che lo convince ad acquistare, per i pochi soldi che ha in tasca, una bottiglia scura, nella quale si agita una nebbia misteriosa, dicendogli che lì dentro vive un demone in grado di appagare ogni suo desiderio. Però, perché ciò si avveri, gli devono essere chiare tre regole: 1) se lui morirà possedendo quella bottiglia, finirà all'inferno perché in cambio dei suoi servìgi il diavolo pretende un'anima; 2) per evitare di finire all'inferno, dovrà cercare di vendere la bottiglia a qualcun altro, però a un prezzo inferiore a quello da lui pagato (se lo si vende a un prezzo superiore o uguale la bottiglia torna indietro); 3) la vendita deve essere fatta senza nascondere all'acquirente il patto che si sottintende accettato con l'acquisto (chi compra, deve conoscere le regole del gioco, insomma, e non può essere truffato non dicendogliele).

Keawe torna a casa con la bottiglia e in breve tempo diventa ricchissimo, così da potersi permettere la villa dei suoi sogni. Non solo: poiché conosce una ragazza bellissima, Kokua, che lei si innamori di lui.
A questo punto, Keawe si impaurisce: ha tutto ciò che desidera, ma se gli capitasse di morire perderebbe l'anima. Il prezzo che lui ha pagato per comprarla è già molto basso, e più l'oggetto incantato passa di mano, più è difficile trovare il modo di farlo pagare di meno, dato che chi compra dovrà poi convincere un altro che egli sarà in grado di fare altrettanto. Si avvicina insomma il momento in cui la bottiglia resterà fatalmente in mano a qualcuno. Riesce però a vendere la bottiglia a un amico che sogna di possedere una nave: gli spiega che può averla, e riesce a liberarsi del demone.
Ma, dopo qualche anno, Keawe scopre di essere malato di una terribile malattia incurabile, che comporterà non solo la sua morte, ma lo strazio della bella Kokua che lo ama follemente. Per guarire, l'unico modo è cercare di ricomprare la bottiglia. Ma dove sarà finita? Ripercorrendo tutti i passaggi di mano, Keawe trova chi la possiede attualmente, il quale è ben lieto di vendergliela, ma... ormai il prezzo è così basso che, se lui la ricompra, non troverà più nessuno a cui cederla. Che fare, dunque?

Arrivato a questo punto, mi accorgo che non soltanto Alice non ha chiesto che smettessi di leggere e mi ascolta incantata, ma che tutte le persone sedute sotto gli ombrelloni attorno sono zitte a sentirmi a leggere, e aspettano che finisca il racconto.
 Però, guardo l'orologio.
"Ehi, ma è l'ora di andare a mangiare! ...Basta così, siamo già in ritardo! ...Il racconto lo finiremo stasera a casa".

lunedì 7 novembre 2016

IL NUOVO TESTAMENTO: UNA INTRODUZIONE



IL NUOVO TESTAMENTO: UNA INTRODUZIONE
di Bart D. Ehrman
Carocci
2015, 570 pagine, 
brossurato, 35 euro

Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco: non è un trattato di teologia. Almeno, non nell'accezione confessionale del termine. Non è un libro religioso, o almeno non si rivolge a credenti di una fede piuttosto che di un'altra. Ai fini della lettura è assolutamente indifferente credere o non credere in Dio e ritenere o non ritenere Gesù Cristo suo figlio morto sulla croce per i nostri peccati. Di che cosa parla, allora, questo corposo e affascinante tomo? Semplice: esamina il Nuovo Testamento (ventisette libri scritti in lingua greca da quindici o sedici autori diversi tra il 50 e il 120 della nostra era) dal punto di vista filologico e storico, trattando cioè i testi che per molti sono sacri come testi suscettibili di studi tecnici e scientifici. Si valuta cioè una possibile datazione, ci si interroga sull'identità degli estensori, si inseriscono gli scritti in un contesto e in un genere letterario paragonandoli ad altri simili che non fanno parte della Bibbia o che appartengono a letterature diverse da quella giudaica. Bart D. Ehrman, insegnante presso l'Università della North Carolina è un grande esperto di studi biblici e di letteratura cristiana antica, e autore di molti saggi sulla figura storica di Cristo e sui vangeli apocrifi. Di lui, ho letto già molto: quanto basta, almeno, per essere certo della sua affidabilità di studioso. Del resto, Ehrman non propugna tesi rivoluzionarie ma riferisce, con rigore, i risultati delle ricerche più recenti presentando ciò che la maggior parte degli esperti ritiene ma tenendo conto anche del parere, magari opposto, di altri. Il livello del saggio è scientifico ma il tono divulgativo, con una gran quantità di box riassuntivi e sezioni di approfondimento degli argomenti che facilitano l'approccio ai non iniziati. Prima di ogni analisi, l'autore spiega anche il metodo seguito che può variare a seconda del tipo di testo che si esamina. Chiunque voglia capire davvero in che cosa consista il Nuovo Testamento, al di là di ciò che viene poi presentato nei catechismi o nelle letture domenicali in chiesa, troverà interessante e scoprirà verità insospettabili, come per esempio quella della datazione dei Vangeli, scritti fra i 35 e i 65 anni dopo la morte di Gesù da autori anonimi che in nessun caso dicono di essere stati testimoni dei fatti raccontati. Più recenti sono invece alcune Lettere di San Paolo, che pur comparendo dopo nell'ordine canonico dei testi, sono fra i primi a essere stati scritti. Del resto anche i Vangeli non sono in ordine. Quello di Marco, il Vangelo più antico, viene presentato come secondo dopo Matteo (perché Marco non contiene accenni all'infanzia di Gesù). Non sappiamo naturalmente chi sia Marco né chi sia Matteo (di sicuro non due Apostoli), ma del resto non sappiamo neppure chi abbia scritto molte delle Lettere di San Paolo, dato che è certo come non siano tutte opere del fulminato sulla via di Damasco. Di ogni testo si esaminano la struttura, lo stile, la lingua, la cultura dell'autore, i suoi intenti, il pubblico a cui si rivolgeva, il contesto storico, le differenze nelle varie versioni che ci sono giunte. Insomma, lasciando perdere ogni discussione sull'ispirazione divina degli scritti, questi vengono dissezionati come se fossero oggetti da sottoporre a ogni sorta di indagine tecnica e scientifica. Il risultato è quello di assistere a una spettacolare visita guidata nei sotterranei di una chiesa di solito chiusi al pubblico.

venerdì 21 ottobre 2016

CHI PERDE PAGA





CHI PERDE PAGA
di Stephen King
Sperling & Kupfer
2015, cartonato
470 pagine, 19.90 euro

Di nuovo un romanzo di King fuori dal suo classico solco horror-soprannaturale. Qui la paura è tutta terrena: si tratta di un poliziesco, o meglio di un thriller. Genere in cui il Re se la cava benissimo, peraltro, anche se non rifulge come nel guardino di casa sua. In ogni caso, un aggancio con un altro thriller non soprannaturale c'è: qualcosa nello spunto che mette in moto la vicenda ricorda "Misery". Infatti, si parte da uno scrittore ucciso da un suo fan fuori di testa dopo la pubblicazione del terzo romanzo di una trilogia che, a parere del folle, avrebbe rovinato tutto. Il folle si chiama Morris Bellamy, lo scrittore (in cui si può riconoscere un vago riferimenti a Salinger) John Rothstein, celebre per il suo personaggio di Jimmy Gold. Nel 1978, Bellamy uccide Rothstein e gli sottrae, oltre al denaro contante chiuso in cassaforte, una voluminosa massa di taccuini su cui sono stati scritti a mano i romanzi non pubblicati dello scrittore, che si è ritirato dalle scene. Un altro crimine commesso dall'assassino (uno stupro) lo fa però finire in prigione per trent'anni, dopo che ha nascosto il bottino in un baule sepolto in un campo. Un ragazzo, Pete Saubers, trova per caso la refurtiva. Utilizza i soldi per aiutare, di nascosto, la sua famiglia in difficoltà (il padre è rimasto invalido nella strage compiuta da Mr. Mercedes in un precedente romanzo di King) e nasconde i taccuini, finché si rende conto che rivendendoli potrebbe rimediare altri soldi. Ma nel frattempo Bellamy è uscito di prigione e rivuole quello che ritiene suo... gli elementi per una storia di brividi e tensione ci sono tutti e King li maneggia da par suo (anche se "Misery" resta inarrivabile). Insolito è il fatto che oltre al padre di Pete, Tom, compaia nel romanzo anche il poliziotto in pensione Bill Hodges, lo stesso che in "Mr. Mercedes" catturò il serial killer un attimo prima che facesse esplodere una bomba allo stadio. Il serial killer in questione, Brady Hartsfield, è in coma in un letto di ospedale, e Hodges lo va a trovare regolarmente per controllare che non abbia riacquistato conoscenza e la sua capacità di uccidere. Nel finale di "Chi perde paga" sorgono i dubbi che l'assassino possa risvegliarsi: si sa infatti che Stephen King ha in serbo un terzo capitolo di una trilogia di cui "Finders Keepers" (cioè il thriller di cui stiamo parlando) è il secondo.

martedì 27 settembre 2016

DARIO E DIO



DARIO E DIO
di Dario Fo e Giuseppina Manin
Guanda
2016, brussurato
180 pagine, 15 euro

"Esiste?" "No che non esiste". "Sicuro?" "Non c'è, non esiste, non ci credo. Però..." "Però cosa?" "Che invenzione! Come diceva Voltaire, Dio è la più grande invenzione della storia". Questo è l'inizio del libro-intervista di Giuseppina Manin in cui l'autrice colloquia con Dario Fo a proposito di Dio, della Bibbia, della Chiesa, delle religioni e della spiritualità in genere. Dario Fo non è, in questo caso, né blasfemo né dissacrante. Anzi, ammette persino di sentire attorno a sé la presenza di Franca Rame e di sua madre, che lo aiuterebbero a prendere le decisioni giuste. Tuttavia, conduce con acutezza una analisi critica e scettica su quanto ci propone il catechismo, tessendo però le lodi di Papa Francesco e di Don Gallo. Le parti più uggiose sono quelle in cui Fo va fuori tema tirando fuori, per esempio, gli anni delle sue proteste con le basi americane in Italia. Invece, quando tratta di vangeli apocrifi e di antiche tradizioni e leggende, anche di altri popoli e culture, il testo è assolutamente interessante e godibile. Va detto che le ironie sulle contraddizioni e le assurdità della Bibbia sono fin troppo facili: è chiaro che di fronte a Dio che chiede a Abramo di sacrificare Isacco non si può credere che le cose siano andate davvero così e c'è da immaginare che quello sia il modo con cui gli ebrei decisero che non si dovevano fare immolazioni umane alle divinità al contrario di quanto facevano popoli vicini. Però la Bibbia presa alla lettera è davvero assurda (come l'idea che un Dio si possa stancare dopo sei giorni di creazione e debba riposarsi il settimo). La conversazione con Dario Fo è stimolante e gradevole, si legge con piacere.

martedì 20 settembre 2016

DIAVOLO D'UN SANTO!



DIAVOLO D'UN SANTO! 
Il fantastico mondo di Padre P.
di Bruno Magno
Memori
2011, brossurato, 
130 pagine, 10 euro

Benché non se ne citi mai il nome per esteso (non si sa mai), è chiaro che il Padre P. a cui allude il sottotitolo è un cappuccino con le stigmate recentemente salito agli onori degli altari per volere di un certo Papa che, dando un giudizio diametralmente opposto a  quello di un suo predecessore, ha ritenuto santo quello che altri giudicavano un ciarlatano. Ora, siccome sono stati fatti santi sia Padre P. che il Papa predecessore in questione, chissà in Paradiso come avranno risolto la questione. In ogni caso, Bruno Magno se la cava in modo egregio perché non mette in dubbio nessun evento prodigioso riguardante il cappuccino: anzi, ne propugna l'assoluta verità. Con l'aria del più pio dei devoti, racconta fatti incredibili (tutti ritenuti veri dagli agiografi del santo) ottenendo effetti esilaranti. Margherita Hack (autrice della prefazione) dice di aver fatto delle belle risate, e Sergio Staino, autore di alcune vignette che illustrano il testo, non è da meno. Di sicuro è divertente il miracolo di Padre P. che compare in visione al generale Cadorna, responsabile di una disfatta militare costata la vita a migliaia di soldati, e ne evita il suicidio: i soldati superstiti che ci speravano (nel suicidio) si profondono in ringraziamenti biascicati tra i denti. Per non parlare delle tentazioni notturne operate dal demonio in grado di assumere le forme più varie entrando nella cella del futuro santo, tra cui quelle femminili. "Bis in hebdomanda copulabat cum muliebre", "fornicava con una donna due volte alla settimana", scrissero gli inviati delle alte gerarchie della Chiesa. Giustamente Bruno Magno nota: "Solo lo zampino del diavolo può spiegare il successo arriso a una tale immonda campagna contro un uomo che in tutta la vita ha coltivato la virtù della purezza". C'è poi il miracolo del frate volante visto da un pilota di un bombardiere intenzionato a scaricare i suoi ordigni sulla zona del convento: Padre P. lo distoglie dal farlo, e le bombe colpiscono e fanno vittime altrove, ma non dove vive il santo. Insomma, una agiografia scritta dalla parte di Padre P. raccontando fatti così veri da non crederci.