lunedì 18 settembre 2017

IL MANUALE ILLUSTRATO DELL'IDIOTA DIGITALE



Diego Cajelli
IL MANUALE ILLUSTRATO DELL'IDIOTA DIGITALE
Panini Books
2017, cartonato
220 pagine, 16.90 euro

Ottimo nelle intenzioni, questo manuale avrebbe però dovuto intitolarsi "dizionario" perché poi la magna pars è costituita appunto da brevi voci in ordine alfabetico e manca la parte saggistica più consistente e articolata sull'idiozia digitale che uno si sarebbe aspettato (e che io, personalmente, auspicavo). In altre parole, Cajelli ha compilato un testo social, con testi brevi e sparsi, e non si è impegnato in una disamina complessiva del problema. Del resto, una prima versione è stata pubblicata appunto in Rete. Non che la lettura non sia divertente, lo è: dalla voce "autismo" (causato, secondo gli idioti digitali, dai vaccini) a "zoccole" (le vittime degli stupratori italiani) ci si possono riconoscere tutte le perversioni mentali dei naviganti meno illuminati. Però si tratta appunto di un elenco di voci, neppure completo (Cajelli recrimina giustamente per gli insulti rivolti alla Kyenge ma improperi del medesimo tenore vengono rivolti a chiunque anche della parte politica opposta). C'è però un apparato di corredo al dizionario che è la parte migliore del libro ed è quello che lo rende imperdibile: sono le sei leggi del Web contemporaneo ("L'idiota digitale vive la libertà di espressione come suo diritto inalienabile di insultarti e diffamarti, ma se diffami e insulti lui ti denuncia"); l'atlante dei Social Network viventi, estinti e Google + (la maggior parte di questi io non sapevo neppure che esistesse o fosse esistito); e il tutorial "Come identificare un idiota digitale in dieci mosse" ("Condivide, diffonde e cede alle bufale più imbecilli che circolano sul Web").

mercoledì 13 settembre 2017

ÖTZI, L'UOMO VENUTO DAL GHIACCIO




Angelika Flackinger
ÖTZI, L'UOMO VENUTO DAL GHIACCIO
Folio Editore
2017, brossura
129 paginem 10 euro

Nel settembre del 1991 due turisti tedeschi, i coniugi Simon, durante una escursione sul monte Similaun, sulle Alpi Venoste (Ötzlaler Alpen), scoprirono per puro caso il corpo di un uomo che emergeva con il busto dal ghiaccio in cui, con tutta evidenza, era rimasto sepolto per anni. Inizialmente tutti pensarono al cadavere di uno sfortunato alpinista. Fu Reinhold Messner, giunto sul posto poco dopo, il primo a rendersi conto che si trattava di una mummia ben più antica. L'alpinista ipotizzò che potesse avere anche tremila anni. Si appurò poi che Ötzi, così in seguito sarebbe stato chiamato l'uomo del Similaun, era morto più di cinquemila anni prima, dopo aver vissuto tra il 3350 e il 3100 avanti Cristo. Prima cioè della costruzione delle Piramidi e di Stonehenge. La mummia è stata ritrovata in territorio italiano (sia pure per un centinaio di metri, tanto poco dista la linea di confine con l'Austria) ed italiana, stando alle attuali demarcazioni, sembra essere la sua terra di origine, a giudicare da tutti gli elementi a disposizione. Elementi che non sono pochi, perché Ötzi aveva con se tutta la sua attrezzatura da viaggio che si è conservata abbastanza bene come il suo corpo (di cui è stata fatta la completa mappatura genetica). Gli scavi nel ghiaccio, condotti per alcuni anni attorno al punto di rinvenimento della mummia, hanno permesso di riportare alla luce i suoi abiti, le sue armi (una scure, un coltello, arco, frecce, faretra), il marsupio, il gerla, le esche per il fuoco, funghi medicinali, il necessario per cucire. Ed è proprio questo materiale che, personalmente, mi affascina: l'uomo del Similaun era attrezzato per cavarsela in ogni circostanza, per sopravvivere lontano dal suo villaggio anche là dove io morirei in due giorni. Anche lui alla fine è morto, ucciso da una freccia la cui cuspide gli è stata ritrovata in una spalla (aveva anche i segni di altre ferite, in testa e a una mano), ma alla bella età di quasi cinquant'anni che per la sua epoca, quella del rame, era un buon traguardo. Che cosa ci facesse Ötzi sul Similaun rimane un mistero: di sicuro non c'era, su quella montagna, il ghiaccio che si è accumulato in seguito e altrettanto sicuramente c'era una via in quota che univa le valli che e che veniva percorsa da viaggiatori come lui, in un'evo in cui si cominciavano a sviluppare i commerci (il metallo della lama della sue scure veniva dalla Toscana, per esempio). I tatuaggi che la mummia ha sul corpo sembrano frutto di pratiche curative simili all'agopuntura, però potrebbero anche indicarne l'appartenenza a una classe privilegiata di sacerdoti o di sciamani. Gli studi fatti a tutti i livelli su una straordinaria serie di reperti unici non si sono ancora conclusi e chissà che in futuro altre scoperte gettino nuova luce su un uomo giunto quasi perfettamente conservato fino a noi attraverso i millenni. L'agile e aggiornato saggio di Angelika Fleckinger, ricco di immagini fotografiche, fa il punto della situazione e ha in copertina la ricostruzione attendibile dell'aspetto di Ötzi, che gode persino di una faccia simpatica.

martedì 12 settembre 2017

LA SOLUZIONE SETTE PER CENTO




Nicholas Meyer
LA SOLUZIONE SETTE PER CENTO
Il Giallo Mondadori Sherlock
2017, brossurato
200 pagine, 5.90 euro

La collana "Sherlock" dedicata dal Giallo Mondadori ai romanzi apocrifi con protagonista il Detective di Baker Street, ovvero Sherlock Holmes, pubblica come suo trentatreesimo titolo, datato maggio 2017, uno dei più celebri falsi sherlockiani. Dico "falsi" senza voler dare un giudizio negativo sulla sterminata produzione letteraria che ha proseguito l'opera di Arthur Conan Doyle nella narrazione delle imprese del più famoso investigatore del mondo. Nella maggior parte dei casi gli autori si pongono il problema dell'aderenza al "canone" e dunque cercano di rispettare non soltanto la personalità e le caratteristiche del personaggio ma anche inseriscono le loro storie in precisi momenti della sua "biografia" con l'intento di non contraddire in niente ciò che Conan Doyle ha stabilito, sfruttando magari le cose non dette o lasciate in sospeso. Molto meno fedeli sono le trasposizioni cinematografiche o televisive ma questo è un altro paio di maniche. "The Seven-Per-Cent Solution" è un romanzo del 1974 che nel 1976 è divenuto anche un film. Si tratta di un testo degno di nota perché protagonisti non ne sono soltanto il Dottor Watson (l'io narrante) e Sherlock Holmes, ma anche Sigmund Freud, il padre della psicanalisi. Ma non basta: Nicholas Meyer (newyorkese classe 1945) si prende anche la responsabilità di svelare il motivo per cui Holmes si droga, perché consideri ossessivamente il professor Moriarty un suo acerrimo nemico e perché non riesca a legare con le figure femminili. Come se non bastasse, risolve in modo clamoroso il problema del Grande Iato. Cos'è il Grande Iato? Sono i mesi oscuri e misteriosi in cui Sherlock scompare, dato per morto in una cascata in Svizzera dopo il racconto "Il problema finale", per poi far ritorno molto tempo dopo in quello intitolato "Casa vuota". In realtà sappiamo che Conan Doyle voleva liberarsi del suo ingombrante personaggio per scrivere altro, e che furono le pressioni dei lettori a convincerlo, o forse a costringerlo, a riportarlo in vita. Meyer giustifica la faccenda, senza contraddire ciò che sappiamo, con il bisogno che aveva Holmes di completare la sua disintossicazione dalla cocaina iniziata grazie a Freud a Vienna nella primavera del 1891. In uno dei racconti canonici, Conan Doyle fa dire a Watson di aver aiutato Sherlock a liberarsi della sua tossicodipendenza, senza entrare nei particolari. Ne "La soluzione sette per cento" ecco tutti i particolari forniti fino alla dovizia: il biografo del Detective di Baker Street si accorge di come il suo amico cada sempre più preda al suo vizio e soffra di deliri e crisi di persecuzione. Così, d'accordo con Mycroft Holmes, il fratello di Sherlock, organizza una sorta di "trappola" per portare l'investigatore fino a Vienna, dove Freud gli svela la verità (non è stato accompagnato fin lì per un risolvere un caso misterioso ma per una cura) e lo prende in terapia. Però poi un caso misterioso si presenta eccome, ed è quello che serve perché Holmes ritrovi l'entusiasmo ed esca dal suo tunnel, visto che Freud da solo non basta. Il Detective deduce persino gli sviluppi che porteranno alla Prima Guerra Mondiale, Freud utilizzando i metodi del paziente traccia un azzeccato ritratto psicologico dell'Imperatore austriaco traendone spunto per perfezionare le sue teorie che porteranno alla psicanalisi. Non mancano le scene d'azione che contraddistinguono molte pagine di Conan Doyle. Un'ultima curiosità: il titolo allude alla percentuale di principio attivo psicotropo nelle dosi utilizzate da Holmes per drogarsi.

giovedì 7 settembre 2017

VANGELO SECONDO MARIA



Barbara Alberti
VANGELO SECONDO MARIA
Castelvecchi 
2007, brossurato,
160 pagine, 14 euro


Uscito nella prima volta nel 1979, quando Barbara Alberti aveva 36 anni, il "Vangelo di Maria" non ha perso, nonostante il passare del tempo, la sua potenza eversiva e la sua attualità. La Madonna di questo romanzo è di totale rottura con quella della tradizione, figura pochissimo presente nei Vangeli (tutta l'impalcatura mariana è stata costruita a posteriori con la sedimentazione devozione e teologica). Maria di Nazareth è una donna che ha detto "sì"; la Maria di Barbara Alberti dice "no". L'idea stessa su cui si basa il racconto è così potente da far inserire di diritto questo vangelo orgogliosamente femminista (ma di un femminismo sui generis, poetico e non barricadiero) nell'ideale gruppo di testi che meglio di altri raccontano la donna (con altri, certamente, di segno, opposto, che descrivono magari l'angelo del focolare). Il "Vangelo secondo Maria" descrive una ragazza ribelle e vitale che rifiuta un destino già segnato, un futuro già scritto, una vita di cui non si è artefici ma è programmata da altri. Sfugge a un matrimonio combinato, si sottrae ai maneggi famigliari, si ribella al ruolo e alla sottomissione. Bellissimo il suo matrimonio casto con un illuminato Giuseppe (prima rifiutato poi accettato di fronte alla figura di un uomo che può scegliere e che non gli è imposto) che le fa da padre e da maestro lasciandola libera di realizzare i suoi sogni e i suoi desideri, di essere se stessa. Barbara Alberti, nel momento cruciale dell'Annunciazione non nega il Divino: l'angelo annuncia a Maria quel che sappiamo. Cambia però la risposta di lei, in un finale decisamente sconvolgente. "Ti basti sapere che ciò che ti è accaduto da quando sei nel mondo era previsto, perché arrivassi a essere il vaso di Dio", dice il messaggero celeste. Tutto previsto: come il destino di ogni donna. E' a questa "previsione" che Maria si ribella, vuole uscire dal disegno. E riguardo al peccato originale, così risponde: "Non considero la conoscenza un peccato, ma un dovere dell'uomo. E se davvero sei pentito per averci scacciato, perché non distribuisci piuttosto la sapienza? Mi parrebbe soluzione più ingegnosa dell'altra, che ci umilia. Se elimini la colpa, un redentore è superfluo. Ecco, Dio. Ti ho esposto i miei argomenti. Aspetto i tuoi".

sabato 2 settembre 2017

MONOLITH





Roberto Recchioni
Mauro Uzzeo
LRNZ
MONOLITH
1° e 2° tempo
Sergio Bonelli Editore
2017, due volumi di 100 pagine
cartonati, 16 euro ciascuno

Cominciamo a distribuire i meriti. Il soggetto della storia (“una storia che si è formata nella testa tutta insieme, completa di un inizio, di uno svolgimento e di una fine”, spiega l’autore nella prefazione) è di Roberto Recchioni. La sceneggiatura del fumetto (e in parte anche del film che ne è stato tratto) è di Mauro Uzzeo. I disegni sono di LRNZ, al secolo Lorenzo Ceccotti, il cui unico demerito è di essersi scelto uno pseudonimo impronunciabile, che è anche stato lo scenografo della versione cinematografica firmata da Ivan Silvestrini. Della pellicola non dirò nulla (perché non ho potuto vederne che un accattivante trailer). Del fumetto, dirò dopo. Dell’idea che è alla base di entrambi dico subito che è fantastica. Un’indistruttibile automobile supertecnologica progettata e programmata per proteggere da ogni pericolo chi la guida e chi ci viaggia, si trasforma in una trappola mortale per un bambino rimasto chiuso dentro dopo che la madre ne è scesa in seguito all’investimento di un cervo lungo una strada sperduta in un deserto americano. In pratica, i protagonisti sono due: la donna e il figlio. Tre con la macchina. Ricorda il genere di film di “Mamba” (quello con la ragazza chiusa in una casa ugualmente tecnologica con letale e aggressivo serpente) o di “Frozen” (due sciatori rimasti bloccati di notte su una seggiovia, con il freddo che li sta uccidendo e i lupi sotto che aspettano di farsene un boccone). Recchioni racconta come il soggetto sia stato subito opzionato per farne un film, che ha avuto una lavorazione travagliata durata molti anni, e di come la Sergio Bonelli Editore sia entrata in un secondo momento fra i partner della produzione cinematografica proponendo anche una versione a fumetti. Si tratta in effetti del primo film con il marchio Bonelli sul cartellone. I disegni di Ceccotti, belli e coinvolgenti, danno un taglio “autoriale” a un fumetto avvincente che però avrebbe potuto essere felicemente popolare con maggior vantaggio di tutti (della storia, degli autori e dei lettori), e non si capisce fino in fondo perché una storia che Alfred Hitchcock avrebbe raccontato in mezz’ora in uno dei suo celebri telefilm sia stata divisa in due volumi cartonati usciti a distanza di tempo l’uno dall’altro. In altre parole: un fumetto da edicola in un solo albo avrebbe raggiunto un pubblico maggiore, e un thriller del genere si sarebbe ben prestato al tradizionale taglio bonelliano. In ogni caso, “Monolith” si legge con facilità, con coinvolgimento e con piacere (lode allo sceneggiatore) sia nelle pagine in cui il dramma si sviscera e raggiunge l’apice, sia nelle tavole oniriche richieste dagli incubi, il delirio e le visioni (lode al disegnatore capace di cambiare registro con efficacia). Lodi infine alla Bonelli per il coraggio dimostrato nel battere nuove strade.

venerdì 1 settembre 2017

LE OTTO MONTAGNE





Paolo Cognetti
LE OTTO MONTAGNE
Einaudi
2017, cartonato,
210 pagine, 18.50 euro

Mi è difficile sia parlar male che parlar bene del romanzo vincitore del Premio Strega 2017. Innanzitutto, già il fatto che abbia vinto quell'agone non depone a favore: sono estremamente diffidente verso i libri - come verso i film - che ottengono il plauso della critica paludata, convinto come sono che Emilio Salgari non avremmo mai vinto lo Strega e Stephen King mai vincerà il Nobel. Tuttavia, ci stati Strega che mi sono piaciuti, da "Tempo di uccidere" di Flaiano (1947) a "L'isola di Arturo" della Morante (1957) fino a "Il nome della rosa" di Eco (1981) - e confesso che gli altri non li ho letti tutti. Fatti miei, senza dubbio: faccio questa premessa, a mio disdoro, per sottolineare come parto prevenuto. Ciò detto, ecco i tanti pro (per passare solo dopo ai pochi, ma sostanziali, contro). Paolo Cognetti scrive come tutti dovremmo imparare a fare: chiaro e pulito, con periodi brevi e frasi essenziali, precise ed efficaci, e un vocabolario mai banale ma neppure inutilmente pretenzioso. Si legge con piacere e ci si lascia volentieri incantare dalla sua prosa. In secondo luogo, è bello leggere una storia di montagna che trasmette amore verso la montagna, che fa capire il fascino arcano dei sentieri, delle vette, dei nevai e il senso della fatica fatta per salire sempre più in alto, verso la solitudine che affratella. Interessante capire il significato del titolo, che fa riferimento a una leggenda nepalese secondo la quale il centro del mondo è una alta vetta sacra circondata da otto montagne più basse disposte ad anello. La domanda è: conosce di più chi dimora sulla cima centrale o chi percorre tutte le altre? Non c'è risposta ma ognuno di noi si divide in uomini che hanno trovato il centro del mondo e non si muovono da lì, e altri che scalano tutte le restanti otto vette. Personalmente mi considero fra questi. Stimolante il ritratto dei personaggi: il padre, la madre, l'amico Bruno. Il padre di Pietro, l'io narrate, cerca in montagna la propria identità che il lavoro in città nega, a lui che viene dalle Dolomiti e, costretto a trasferirsi a Milano, impara ad amare il Monte Rosa, e sfoga sui sentieri caparbiamente percorsi in solitaria in costante sfida verso se stesso, tutte le sue frustrazioni, in polemica anche con il turismo di massa. Bruno, il co-pratogonista, è prima un ragazzo e poi un uomo di montagna, che capisce di avere il suo destino legato a filo doppio con gli alpeggi: lui è quello che resta ancorato al suo personale centro del mondo, e vani sono i tentativi di Pietro di fargli allargare gli orizzonti, salvo poi restare con il dubbio che siano proprio quelli di Bruno gli orizzonti più ampi. Sono sempre affascinato dalle storie in cui due che sono stati amici da bambini si ritrovano poi uomini. Bruno e Pietro ricordano, almeno a me, Mario e l'amico Guido Laremi di "Due di due" di Andrea De Carlo, personaggi anch'essi caratterizzati da un certo disprezzo verso la società e che, a un certo punto, fanno una scelta di vita bucolica. Anche i due finali, per qualche verso si assomigliano. I punti negativi. Pietro, detto Berio, il protagonista, resta un personaggio senza spessore. Di fronte al padre e a Bruno, Pietro, semplicemente, non sa di niente. Non si capisce cosa pensi, cosa voglia, che passioni abbia, perché faccia certe scelte. Con Bruno non parla di sesso, di polita. di Dio, del mondo. A un certo punto litiga con il padre e smette di andare in montagna con lui, ma non si capisce perché. Per anni non lo vede, senza che sia spiegato come mai. Tronca i ponti anche con Bruno, senza un motivo, e poi li riallaccia come nulla fosse, senza una spiegazione. Non vive storie d'amore, non è ben chiaro che lavoro faccia (il documentarista, certo, ma come, dove, perché?), tutto resta vago. Nè Pietro né Bruno si sono sposati, non hanno fatto figli, non hanno lavori fissi, al punto che possono permettersi di costruire insieme una capanna in alta montagna dove vivono a turno per mesi pur senza acqua né elettricità, dove ci si va solo a piedi con ore di cammino e dove nonostante ciò c'è continuamente gente ospite. Mah. Situazioni e circostante davvero strane, mi piacerebbe sapere se c'è davvero gente che lo fa, così come se davvero c'è chi non si trova ingabbiato in situazioni famigliari che rendono impossibile l'eremitaggio in montagna. Però, alla fine, il vero punto debole di "Le otto montagne" è questo: non succede nulla. Non c'è nessuna tensione narrativa. Non ci sono fatti. Non c'è una trama. Non c'è un inghippo. Non si capisce perché debba essere intetessante, al di là della gradevolezza della narrazione, vedere che cosa succede nella pagina dopo. L'unico momento di dramma, peraltro irrisolto (non si sa che cosa sia successo a Bruno, in realtà) è nelle pagine finali. Per il resto, Bruno può permettersi di soffiare la ragazza a Pietro senza che questi batta ciglio. Mi dispiace, per me i romanzi dovrebbero essere romanzeschi. Alle "Otto montagne" preferisco le "Cime tempestose".

venerdì 25 agosto 2017

PORRETTANA IN GIALLO



E' appena uscita una antologia di quindici racconti intitolata "Porrettana in giallo" (Edizioni Atelier), caratterizzati dall'essere ambientati ciascuno in una diversa stazione della Porrettana, una delle più antiche linee ferroviarie italiane, quella tra Pistoia e Porretta Terme. A quindici scrittori è stata commissionata una storia di delitto, crimine, e mistero, e chi è stato fortunato (i primi ad aver aderito) hanno potuto scegliersi la fermata preferita. Io ho scelto la stazione di Pracchia, località che conosco molto bene fin da bambino: è la più vicina al mio paese natale. Il mio racconto si intitola "Scartamento ridotto". I ventitré lettori del sottoscritto sono avvisati.

Perché "scartamento ridotto"? Perché proprio a Pracchia la ferrovia Porrettana si intersecava con una linea secondaria, appunto a scartamento ridotto, cioè con binari più stretti, che passando per vari paesi della montagna pistoiese raggiungeva San Marcello e infine Mammiano: era la FAP (Ferrovia Alto Pistoiese), un percorso, peraltro molto pittoresco, rimasto attivo tra gli anni Venti e i Sessanta del secolo scorso. Il mio racconto si svolge tutto in viaggio: i protagonisti partono da Pistoia, scendono a Pracchia e cambiano treno per salire sul trenino verso San Marcello. Siamo negli anni, o forse nei mesi, immediatamente prima dell'entrata in guerra dell'Italia nel Secondo conflitto mondiale, e c'è di mezzo una fabbrica di munizioni per l'esercito (realmente esistente) che sorgeva a Campo Tizzoro (località attraversata dalla FAP).


Il libro è stato presentato lunedì 14 agosto 2017 alle ore 17,30 presso Villa Chiara, proprio a Pracchia (PT). Seguiranno altre presentazioni in altre località lungo la linea ferrata inaugurata il 2 novembre 1864 da Vittorio Emanuele II, che costituisce una importante opera ingegneristica con 47 gallerie e 35 tra ponti e viadotti.  

Scrive il curatore Giuseppe Previti nella sua introduzione: "Punto ispiratore per molti è stato il passato, per altri la guerra, per altri ancora l'aria da belle epoque tipica delle località termali. Altri invece hanno impostato delle vere e proprie storie gialle, anche moderne nell'ambientazione temporale. Protagonisti di questa raccolta gli scrittori, ma in questa nota vogliamo ricordare ancora il ruolo di co-protagoniste le stazioni di Pistoia, Valdibrana, Piteccio, Corbezzi, Il Castagno, San Mommè, Biagioni Lagacci, Molin del Pallone, Ponte alla Venturina, Porretta. Stazioni visitate da chissà quante migliaia e migliaia di persone in cento e più anni, da reali a nobili, da cittadini a montanari, da villeggianti a frequentatori delle terme, da pendolari a studenti, territorio montano tra Toscana e Emilia che attraversa un vasto territorio tra Pistoia e Bologna"

Peraltro, pare che anche Sherlock Holmes abbia usato la Porrettana (è oggetto di discussione da parte dei cultori del canone) dopo lo scontro finale con il suo mortale nemico Moriarty alle cascate di Reichenbach, quando volle eclissarsi e raggiunse Firenze.


Rilegatura : Brossura
Prezzo : Euro 15
Dimensioni : mm 146 x mm 12 x mm 206

Il libro è acquistabile scrivendo una mail ad Edizioni Atelier di Pistoia info@atelierantiquario.it (verrà spedito all'indirizzo del richiedente per posta con modalità piego libri) oppure tramite internet per mezzo del canale IBS

giovedì 24 agosto 2017

MICKEY - UOMINI E TOPO



Tito Faraci
MICKEY
UOMINI E TOPO
Add Editore
2016, 140 pagine
brossurato, 12 euro

Un libro insolito e straordinario, questo breve saggio di Tito Faraci. Ma, a guardar bene, perché “saggio”? Non è uno studio su Topolino, come il titolo potrebbe lasciar pensare (anche se in realtà non c’è trucco e non c’è inganno). Di Mickey Mouse si parla dall’inizio alla fine, in effetti, e si accenna a Walt Disney, a Gottfredson, a Romano Scarpa e ad altri autori del Topo più famoso del mondo, dando anche coordinate spazio-temporali e suggerendo letture indispensabili. Però non si traccia una storia strutturata dell’evoluzione dell’icona disneyana, né si fa una disamina delle implicazioni ideologiche o filosofiche del personaggio (benché se ne accenni). Faraci, uno dei più importanti e originali sceneggiatori di Topolino degli ultimi decenni, racconta piuttosto del suo amore verso Mickey, e del suo quotidiano rapporto con lui, tanto stretto da finire per crederlo un amico reale da cui attendersi una telefonata. Attraverso aneddoti, ricordi, svelamenti di retroscena, sprazzi autobiografici, puntinatura delle “i”, Tito smonta alcuni luoghi comuni, spiega perché Topolino non sia affatto meno ribelle e più borghese di Paperino, spezza una lancia in favore della produzione disneyana realizzata in Italia anche ai giorni nostri, niente affatto inferiore qualitativamente rispetto a quella del passato, parla di alcuni suoi colleghi e della vita in redazione, tira le orecchie o agli aspiranti autori che pretendono di scrivere storie del Topo senza conoscerlo abbastanza o ai sedicenti lettori che si piccano di esprimere giudizi dimostrando di non aver letto quello che intendono criticare. Il tutto senza mai eccedere nei toni e, anzi, risultando accattivante e gradevole anche nel momento della garbata polemica. Un libro molto personale, autobiografico, divertente e commovente come molte delle storie disneyane di Faraci, al punto che leggere “Mickey” finisce per essere quasi come leggere una di quelle belle e lunghe avventure in due puntate pubblicate su “Topolino”.

mercoledì 16 agosto 2017

L'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI


Jean Giono
Tullio Pericoli
L'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI
Salani Editore
cartonato, 64 pagine
16.80 euro

Pubblicato nel 1953, "L'uomo che piantava gli alberi" raccontanta una storia che comincia prima della Grande Guerra e finisce nel 1947 con la morte del protagonista, il pastore solitario Elzéard Bouffier. In tutto sono una ventina di pagine appena, tradotte però in tutto il mondo con grande successo e, in questa bella edizione della Salani, illustrate da par suo da Tullio Pericoli (le sue tavole però sono poste tutte in fondo al testo, raddoppiando lo spessore del volume, come se si trattasse di due libri separati: questo, secondo me, è un peccato: racconto e illustrazioni avrebbero dovuto essere fuse in un unicum). La sensazione che si ha è che la storia sia vera: l'io narrante, un camminatore solitario che incontra per caso il pastore durante una sua lunga escursione nell'alta Provenza, pare essere lo stesso Giorno e all'esistenza di Bouffier fa a tal punto piacere credere che non si fatica a immaginare il racconto come reale. Nel 1957, però, lo scrittore ha rivelato che no, non è così: "Mi dispiace deludervi, ma Elzéard Bouffier è un personaggio inventato. L'obiettivo era quello di rendere piacevoli gli alberi, o meglio, rendere piacevole piantare gli alberi". Intento perfettamente riuscito. Elzéard ogni giorno della sua vita, da quando si è ritirato in eremitaggio sulla montagna dopo la morte della moglie, pianta cento piantine di albero sulle nude e brulle cime che l'uomo ha lasciato deforestare e che per questo sono state abbandonate dai suoi abitanti dopo che è venuta a mancare anche l'acqua non più trattenuta dalle foreste. In trent'anni ha fatto crescere una selva di chilometri e chilometri di estensione che ha riportato la vita nella regione, modificandone il regime idrico e il clima. Bellissimo leggere la favola di come ci sia riuscito.

mercoledì 2 agosto 2017

L'ORDINE DEL TEMPO





Carlo Rovelli
L'ORDINE DEL TEMPO
Adelphi
2017, 210 pagine, 
brossurato, 14 euro

Dopo "Sette brevi lezioni di fisica", Carlo Rovelli (sicuramente uno dei maggiori fisici teorici italiani e forse del mondo) ci consegna un altro aureo libretto con il quale, in poche pagine e senza formule matematiche (se non una, quella su cui si basa il concetto di entropia), smonta la nostra concezione del mondo e ci dimostra quanto sia limitato il punto di vista dell'essere umano sulla realtà delle cose che ci circondano. Quella che soprattutto viene rasa al suolo è la nostra abituale concezione del tempo e del suo scorrere. Siamo abituati a pensare che il tempo proceda in un'unica direzione e a una precisa e immodificabile velocità, quella per esempio per la quale siamo certi di poter dare un appuntamento a qualcuno a un'ora stabilita. La verità è che il tempo scorre a velocità diverse (e con differenze facilmente verificabili) sul pavimento piuttosto che all'altezza del soffitto, perché è subisce l'influsso della gravità. Non solo: non esiste un tempo che consenta di dire "ora" in tutto l'universo e, in ogni caso, tutte le principali equazioni che descrivono la realtà, le leggi della fisica, non prevedono la variante temporale. Sono valide comunque anche in assenza del tempo o con il tempo che scorre indifferentemente in un senso o nell'altro. L'unica legge che prevede un cambiamento unidirezionale e dunque rende valido il concetto di tempo è quella dell'entropia, ovvero del calore che si diffonde dal caldo verso il freddo, il cui moto non può essere invertito. Ma anche l'entropia pare essere un fenomeno, se non locale, quantomeno registrabile soltanto per una scarsità di visione prospettica che non tiene conto dell'infinita complessità di ciò che sfugge al nostro sguardo. Il fatto che ci sia una tendenza al disordine nelle nostre vicinanze non significa che, su scala maggiore, ci sia un ordine diverso. Rovelli conclude ipotizzando che sia la percezione umana a creare il tempo, che non esiste in assoluto. Insomma, la realtà non è come ci appare (per citare il titolo di un altro - ben più ponderoso -saggio del fisico). Personalmente me ne faccio una ragione, tenendone conto ogni volta che qualcuno propone verità assolute.

martedì 1 agosto 2017

SARO' BRE





Gianni Fantoni con "Sarò bre"
E' uscito da qualche settimana un mio nuovo libro. Si tratta di "Sarò bre", edito da Allagalla (160 pagine, 10 euro). E' una antologia di aforismi segue il successo di un’altra, uscita del 2015 con il titolo “Utili sputi di riflessione”: quasi 1500 copie vendute. 

"Sarò bre" raccoglie oltre mille aforismi corredati da venti divertenti illustrazioni di James Hogg, con una copertina di Stefano Babini e una prefazione  di Tito Faraci (scusate se è poco). Si può trovare in libreria (lì dove c'è, se no non ci sono problemi a ordinarlo), ma anche su Amazon e su altri siti di vendita on line, compreso quello della Casa Editrice (basta un clic qui sotto).



Presentando quella silloge in giro per l’Italia ho spiegato di aver sempre collezionato gli aforismi degli altri, con una predilezione per quelli più cinici e cattivi, e di aver voluto cimentarmi anch’io in un genere che ha attraversato la storia della letteratura fin dalle origini. Già ai tempi del liceo avevo cominciato ad annotare su un grosso quaderno tutte le frasi citabili che incontravo nel corso delle mie letture. Con il crescere della mia biblioteca, è cresciuta anche la mia collezione di libri di massime, che ormai occupa due interi ripiani. Fra questi ci sono i due volumi dei Meridiani Mondadori intitolati “Scrittori italiani di aforismi”, che cominciano raccogliendo testi del Duecento fino ad arrivare al Novecento. Chiaramente, il mio preciso intento è fare in modo di essere contemplato in una eventuale nuova edizione di quell’opera (senza dubbio incompleta senza di me). 

Raul Cremona con "Sarò bre"
Dato che pubblicando in Rete le mie riflessioni, facezie, arguzie e stupidaggini ho finito per avere un pubblico che li apprezza e addirittura le attende o le va a cercare, credo si sia ormai capito, e non serva ribadirlo più di tanto, come tutto ciò che scrivo vada considerato una provocazione, un pungolo, una puntura e non ci siano verità rivelate o tesi propugnate. Anzi, sono gradite le contraddizioni perché dai contrasti nascono i dibattiti e gli arrovellamenti d’idee. Mi piace l’idea che da un concetto, talvolta paradossale, si possano trarre lunghe riflessioni. Talvolta i miei aforismi riescono a mettere a nudo la mia anima, anzi, in certi casi che la scarnificano. Del resto si sa che Arlecchino si confessò burlando. Mi diverte anzi dipingermi peggio di come sono per la soddisfazione di sentirmi dire: “ma no, non è vero che sei così”. E che delusione quando non me lo dicono e temo di essere così davvero. Poiché ai buffoni si perdona tutto, anche le parolacce, mi sono permesso di usarne qualcuna a scopo ludico: tenete però il libro fuori portata dai bambini, mi raccomando. In ogni caso, come scrisse Stan Laurel in una sua poesia, God bless all clowns: Dio benedica i clown. Non è obbligatorio pensarla come me su Dio, Patria e Famiglia per apprezzarne la mia presa in giro che fa parte degli stilemi del genere. Del resto neppure io la penso come me. 

Permettetemi di commentare l’illustrazione di copertina opera di Stefano Babini. Si può facilmente intuire come dietro la metafora del messaggio in bottiglia che va alla deriva verso un destinatario sconosciuto si nasconda, e neanche tanto, il concetto stesso di aforisma. Ma c’è dell’altro, un secondo piano di lettura. La bottiglia è in primo piano contro un orizzonte. E il verbo greco horízo, “separo”, è alla base della parola “orizzonte”: in pratica, “aforisma” e “orizzonte” hanno lo stesso etimo. Apó e horízo significano “separo da” ma anche “circoscrivo” e dunque aphorismós  vale come “definizione”. L’orizzonte è ciò che lo sguardo circoscrive separandolo dal tutto, e l’aforisma è ciò che poche parole possono contenere in uno spazio limitato. “Ci sono certi scrittori che riescono a esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono due righe”: così Karl Kraus in Detti e contraddetti (Adelphi, 1992), uno dei miei livres de chevet. Gli aforismi sono una forma d’arte paragonabile alla poesia: ogni singola parola ha un peso enorme e il loro significato va incredibilmente al di là delle dimensioni del testo con cui lo si esprime. Gesualdo Bufalino, del resto, diceva: “un aforisma ben fatto sta in otto parole”. Non ne servono molte di più per colpire immediatamente nel segno con più efficacia di qualunque lungo discorso. Del resto, “quando non si sa scrivere, un romanzo riesce più facile di un aforisma”, concludeva il solito Kraus. 



ISTRUZIONI PER L’USO

Gran parte degli aforismi di "Sarò bre" sono stati pubblicati sul mio profilo Twitter tra il 2015 e il 2017, anche se alcuni sono comunque inediti. I miei più fedeli lettori (sono certo di averne più di venticinque) potranno divertirsi a scoprire quali. Non importa, anzi è sconsigliato, leggerli nell’ordine con cui li ho disposti. Il modo migliore per fruire del libro è saltare di pagina in pagina passando da un argomento all’altro in modo casuale. Non è necessario essere d’accordo con il senso dell’aforisma per apprezzarne la forma. La suddivisione per argomenti è partita dal principio che le singoli “voci” dovessero essere diverse da quelle contenute in “Utili sputi di riflessione”. Se mai verrà fatta una raccolta complessiva dei due libri avremo così un dizionario completo.


Spero mi si creda in buona fede affermando che si tratta sempre e comunque di farina del mio sacco: se qualche aforisma assomiglia (o addirittura coincide) con qualcosa di altrui, si tratta di un caso. Del resto, le idee sono nell’aria ed è capitato anche a me di vedere attribuito ad altri quel che sono certo aver scritto io.


Un affettuoso ringraziamento va a Stefano Babini, illustratore della bellissima copertina realizzata appositamente per quest’opera, e a James Hogg, mio sodale e complice nelle vignette che da anni ormai pubblichiamo sul “Vernacolire” e su “Enigmistica Più”, autore dei venti disegni che corredano il testo: i lavori di questi due artisti valgono da soli il prezzo del libro. Un grazie particolare all’amico Tito Faraci per la sua prefazione che in alcun modo va considerata un endorsement verso i contenuti dei singoli aforismi, di cui mi prendo tutta la responsabilità. Un grazie anche a Valentina Uccheddu che mi ha aiutato in modo sostanziale nella scelta, nella suddivisione e nell’editing. Se però fossero rimasti dei refusi, e ne saranno rimasti di sicuro, la colpa è soltanto mia. Del resto si sa che la battaglia contro i refusi è pirsa in partonza.


DICONO DI ME


Un distillato di arguzia e ironia” 
(Giuseppe Pollicelli, “Libero”)


“Burattini è approdato a un genere letterario a metà strada fra il frammento e la boutade, nel quale troviamo il singolare modo di scrivere di sé dell’autore” 
(Daniela Gori, “La Nazione”)


“Le sue battute hanno bensì un valore intrinseco, ora umoristico, ora didascalico, ora provocatorio, ora corrosivo, ora beffardo e perfino filosofico, ma al tempo stesso sono un esempio colto di questa tipologia di opere, delle quali troviamo disseminata tutta la storia della letteratura: fin dalla Bibbia, e poi Guicciardini, Montaigne, Einstein, e tanti altri, fino a Papini e Flaiano.” 
(Gianni Brunoro, “Fumo di China”



La copertina di "Sarò bre" sul tavolo da lavoro di Stefano Babini













STEFANO BABINI

Stefano Babini nasce a Lugo (RA) nel 1964. Dopo aver studiato presso l’Istituto d’Arte per il Mosaico di Ravenna, inizia la sua attività nel mondo del fumetto come inchiostratore per alcune testate erotiche della Edifumetto. Entra in contatto con Hugo Pratt e frequenta il suo studio in Svizzera. Nel 1993 approda alla casa editrice Sergio Bonelli e disegna la storia “Pendolare del tempo”, apparsa sul numero 10 della testata Zona X. Inizia quindi una collaborazione che continua tuttora con la Rivista Aeronautica, per la quale scrive e disegna vari episodi riguardanti la storia dell’aviazione, dando vita a un personaggio proprio, l’aviatore Attilio Blasi. Nel 2001 crea la strip “Mirna” per il settimanale femminile Donna Moderna, in collaborazione con Giovanni Fanti. Realizza le chine per alcuni racconti di Niccolò Ammaniti disegnati da Davide Fabbri e sceneggiati da Daniele Brolli, poi raccolti nel volume “Fa un po’ male” (Einaudi 2004). Nel 2006 entra a fare parte dello staff di Diabolik, prestando le sue matite al prologo e all’epilogo dell’episodio “Gli Occhi della Pantera” (Il Grande Diabolik, 1-2008). Nel 2009 pubblica per Dada Editore il graphic novel autobiografico Non è stato un pic nic!. Nel 2010 esce il suo secondo libro, uno sketchbook sempre per Dada,  dal titolo “Welcome bye bye”, che contiene in appendice una storia inedita a fumetti. Collabora al progetto Cinquanta x Cento in occasione del centenario della C.G.I.L., insieme a Vittorio Giardino e Ivo Milazzo, pubblicato da Ediesse. Inizia una collaborazione con la rivista Vanity Fair e nel 2011 pubblica il volume “Cielo di Fuoco” (Dada Editore) che raccoglie le storie uscite sulla rivista Aeronautica. Realizza un manifesto della Turandot e varie copertine di dischi, è ospite di svariate convention fumettistiche e nel 2012 prende parte alla Biennale d’Arte di Venezia. Nello stesso anno realizza un portfolio a tiratura limitata edito da Il Grifo dal titolo "Effe" contenente illustrazioni dedicate alla bellezza femminile. Nel 2013, oltre ad essere ospite in festival del fumetto di mezza Europa, realizza un albo speciale (fuori collana) di Diabolik, occupandosi anche dei testi e della sceneggiatura, intitolato "Colpo alla Little Nemo" (edito dalla omonima galleria d'arte). Nell’estate del 2013, dopo aver preso parte alla trasmissione televisiva Fumettology, crea un nuovo personaggio, Lord Caine e pubblica, con il proprio marchio editoriale Dark Crow, un portfolio a tiratura limitata, dopo aver realizzato il volume edito da Il Grifo dal titolo "Paper Girls". Nel 2015 viene insignito del Romics d’Oro, realizza un racconto sulle Frecce Tricolori e assieme all’amico Lele Vianello pubblica un libro di illustrazioni sui nativi americani dal titolo “Indians” (Dark Crow). Attualmente sta lavorando alla stesura della storia che darà inizio alla saga di Lord Caine.

Stefano Babini


JAMES HOGG

James Hogg, discendente dell’omonimo scrittore e poeta scozzese del ‘700, nasce a Firenze nel 1964 ed esordisce professionalmente come disegnatore  per la “Corrado Tedeschi Editore” di Firenze nel 1987. Oltre a disegnare copertine di libri e dischi negli anni’90 si dedica anche al fumetto sia di genere realistico che umoristico lavorando per “Demon Story”, “L’Intrepido” e “Nick Carter” su testi di Vincenzo Perrone, Adriano Carnevali e Bonvi. Nel 1997 inizia il sodalizio con Massimo Cavezzali sui testi del quale disegna il personaggio di Ava sulle pagine di “Lupo Alberto”, storie libere per “Totem” e vignette per il settimanale “Musica di Repubblica”. Dagli anni 2000 lavora stabilmente come illustratore e fumettista per lo studio E’unidea di Milano. Divide la  sua passione per il disegno con quella per la musica scrivendo fin dagli anni Ottanta testi in inglese per svariati gruppi rock italiani che lo porta negli anni a partecipare alla realizzazione di più di venti album di artisti quali: Strana Officina, Sabotage, Death SS, Bud Tribe, Ancillotti, Nuova Era. Recente è la collaborazione come vignettista e disegnatore di strisce con il mensile satirico “Il Vernacoliere” e il settimanale di Cairo Editore “Enigmistica più” su testi di Moreno Burattini. Inoltre ha pubblicato fumetti, vignette ed illustrazioni  su: “Il Giornale dei Misteri”, “Visto”, “Sorrisi e Canzoni TV”, “Settimana Sudoku”, “Comix”, “Prezzemolo”,“La Nazione”, “Corriere della Sera”, “ La Repubblica”.


James Hogg



lunedì 31 luglio 2017

IL COLLEZIONISTA DI OSSA






IL COLLEZIONISTA DI OSSA
di Jeffery Deaver 
BUR Rizzoli
2013, 460 pagine, 4.90 euro


Ho recuperato la prima indagine di Lincoln Rhyme approfittando di una edizione speciale a meno di 5 euro, e ovviamente sottolineo il prezzo per rimarcare come chi dice di non leggere libri (o fumetti) perché costano troppo cari evidentemente parli a vanvera. Detto ciò, a lettura ultimata, il maggior pregio del romanzo consiste appunto nella figura del protagonista, il criminologo tetraplegico che gestisce le sue indagini dalla propria camera da letto, riuscendo a muovere soltanto la testa e il mignolo della mano sinistra. Deaver, molto abile nel gestire i cambi di scena e a mantenere tesa la narrazione, scava senza pietà nella psiche e nella sofferenza di Lincoln Rhyme: per tutta la storia lo vediamo teso a realizzare due obiettivi, quello di catturare un serial killer e quello di suicidarsi, prima che un peggioramento delle sue condizioni lo muri vivo nel proprio corpo e gli impedisca qualunque altre tentativo. Un motivo per vivere gli viene offerto dal suo incontro con Amelia Sachs, bellissima detective dai capelli rossi che si innamora di lui. "Amelia già dormiva. I capelli di una donna gli ricadevano sulla faccia per la prima volta da anni. Gli facevano il solletico. Aveva dimenticato che succedeva così. Ora, naturalmente, non avrebbe potuto spostare i capelli di Sachs nemmeno se Dio in persona gli avesse chiesto di farlo. Ma non gli passava neanche per la testa di fare una cosa del genere. Anzi, tutto l'opposto: avrebbe voluto prolungare quella sensazione sino alla fine dell'universo". Rhyme è rimasto paralizzato quando, ispezionando la scena di un crimine, un trave gli era caduto addosso mettendo fine alla sua carriera nel reparto scientifico della polizia. Adesso, a distanza di anni, i suoi colleghi tornano a chiedergli aiuto per risolvere un caso inquietante che si configura come una vera e propria corsa contro il tempo: un pazzo rapisce delle vittime e prepara trappole mortali che scatteranno se, sulla base degli indizi lasciati a bella posta, i poliziotti non capiranno in fretta dove e come. Lincoln capisce che c'è un collegamento fra il modus operandi del folle e quello di un serial killer newyokese del XIX secolo, soprannominato "il collezionista di ossa". Accanto al tetraplegico, oltre ad Amelia (che Rhyme assume proprio in questo libro) c'è un assistente chiamato Thom, che si occupa delle sue funzioni corporali, e una squadra di tecnici e analisti che esaminano per lui i campioni raccolti sul terreno (polvere, peli, liquidi, impronte). Si tratta della prima indagine dopo l'incidente che ha immobilizzato il criminologo, e nella Polizia c'è anche chi non è contento che un civile (tale Lincoln è tornato a essere) dia degli ordini a uomini in divisa, dunque non manca chi rema contro cercando di strappare il caso al tetraplegico. Dopo l'inaspettata soluzione del caso, le Autorità chiederanno aiuto al genio di Rhyme in maniera costante e sistematica, e sempre Thom e Amelia Sachs saranno al suo fianco. Il tipo di gialli che la serie inaugura è quello "alla CSI", ma con il supporto di una narrazione matura e con un buon approfondimento psicologico dei personaggi, e continui colpi di scena.

sabato 15 luglio 2017

IL CASO O LA SPERANZA?



IL CASO O LA SPERANZA?
UN DIBATTITO SENZA DIPLOMAZIA
di Paolo Flores D'Arcais e Vito Mancuso
Garzanti
2013, 160 pagine, 14 euro

Davvero senza esclusione di colpi, questo scontro fra filosofi sul sempiterno tema del rapporto fra la fede e la scienza. Flores D'Arcais (ex leader sessantottino e direttore della rivista "Micromega") invita Mancuso (il controverso ma illuminato e illuminante teologo laico de "L'anima e il suo destino") a dialogare su Dio e sulla trascendenza e ne viene fuori un testo bellissimo da leggere e da meditare. Tutt'altro che facile, va detto: i due contendenti sono preparatissimi in campo sia filosofico che scientifico, e le citazioni dotte si alternano a riferimenti culturali di amplissimo respiro, sia a pensatori del passato (questi, più facili da cogliere) che nostri contemporanei (questi, più ostici ma di grande interesse). Tuttavia, il botta e risposta tra i due agguerriti disputanti è efficace e coinvolgente e il saggio basta a se stesso, cioè si può leggere anche senza aver letto Wittgenstein o Kant (di cui si parla spesso). Volendo riassumere in nuce le posizioni dei due, Mancuso non difende alcun dogma della Chiesa Cattolica ma semplicemente (se "semplicemente" si può dire in questo caso) la fede in un Dio creatore che guida l'evoluzione in direzione del Bene; Flores D'Arcais, dal canto suo, professa la non necessità di un ente divino per spiegare un universo che si spiega da solo e che, anzi, testimonia piuttosto l'insussistenza di qualunque prova di una trascendenza che vada al di là delle leggi fisiche (quelle che conosciamo e quelle che conosceremo). Mancuso scrive: "All'interno di questo mondo dai molti possibili significati io credo un Dio e nell'anima immortale perché credo al bene e all'amore come significato ultimo dell'essere e della vita; credo in Dio e nell'anima immortale in quanto attribuisco al bene e all'amore il primato ontologico, e non solo etico, della vita". D'Arcais risponde: "Nulla da obiettare, fatti pure il tuo film ma non lo spacciare però come un 'sapere'". Da leggere, se vi attizza l'argomento.

domenica 2 luglio 2017

REX



David Herbert Lawrence
REX
Orecchio Acerbo
2017, brossurato
40 pagine, 8.50 euro


E' la confezione grafica che fa venir voglia di comprare e leggere questo libretto. Si tratta di poche pagine che propongono soltanto un breve racconto di David Herbert Lawrence (1885-1930), l''autore de "L'amante di Lady Chatterly", ma il testo lawrenciano è confezionato insieme a delle belle e affascinanti illustrazioni di Fabian Negrin (curatore anche della collana "Pulci nell'orecchio" in cui il libretto è inserito) così che viene facile sollevarlo dal banco della libreria e desiderare di portarselo a casa. "Piccoli capolavori ritrovati, grandi autori classici che ci consegnano schegge d'infanzia indimenticabili. Bambini che si misurano con un mondo severo, estraneo e spesso assurdo e incomprensibile: quello degli adulti", si legge nell'aletta di copertina riguardi agli intenti delle "Pulci". Rex, il protagonista del racconto, è un cane (un fox terrier) che un burbero zio ("dato che ogni famiglia ha una pecora nera, ne consegue quasi inevitabilmente che ogni uomo debba avere uno zio nero come la pece") affida a una famiglia di congiunti perché venga allevato. Il cane crea scompiglio in casa, ma alla fine entra nel cuore di tutti (genitori e figli), finché lo zio, anni dopo, viene a riprenderselo. Il finale è amaro, perché Rex non ne vuol sapere di obbedire al nuovo padrone, che lo abbatte. Pare che si tratti di una storia vera.

sabato 1 luglio 2017

L'ALBERO




Shel Silverstein
L'ALBERO
Salani
cartonato, 2000
60 pagine, 14.90 euro

C'è tutto un mondo, nella produzione libraria per bambini, da scoprire ed esplorare. Cinquant'anni fa, avevamo soltanto le favole dei fratelli Grimm o di Hans Christian Andersen, ma anche del precursore Gianni Rodari, da cui passavamo ai romanzi per ragazzi, partendo da Collodi e da Vamba, magari, per arrivare a Verne e Salgari, e a tutti quei classici scritti per gli adulti ma che in versione rimaneggiata venivano fatti passare come romanzi per la giovane età (le opere di Dumas, Dickens, la Alcott, London, Defoe). Da molto tempo le cose sono cambiate e fin dalla più tenera infanzia i pargoli hanno a disposizione testi di grandi autori (scrittori e illustratori) considerati talvolta dei maestri nel loro campo, come Leo Lionni con il suo "Piccolo Blu e Piccolo Giallo" (tanto per fare un esempio). Anche Shel Silverstein (scomparso nel 1999) viene considerato un punto di riferimento nel settore dei libri illustrati per l'infanzia (da lui scritti e disegnato). La cosa singolare è che è stato anche vignettista di "Playboy" (oltre che poeta, musicista, autore di canzoni e di colonne sonore). "L'albero", uno dei suoi libri più pubblicati in tutto il mondo, colpisce anche gli adulti per la sua amarezza di fondo: non è una favola a lieto fine, e forse non è neppure una favola. I bambini forse riescono a vederci qualcosa di rasserenante, io fossi in loro mi spaventerei. La storia è quella di un melo che fa amicizia con un bambino venuto a giocare sotto i suoi rami. Poi il fanciullo cresce, e quando torna (prima da adolescente, poi da uomo maturo, poi da vecchio) non lo fa con lo spirito spensierato che aveva nell'infanzia: è tormentato da mille problemi. L'albero invece è sempre lo stesso e si offre in dono per aiutare l'amico: prima si lascia depredare dei frutti, poi dei rami, poi del tronco, che servono all'inquieto essere umano per fare soldi, costruirsi una casa, partire per mare. Alla fine il bambino è diventato vecchio: il melo, ridotto a ceppo, si offre per fargli da sedia. Metafora della donazione gratuita, ma anche dei cambiamenti e della volubilità umana, del tempo che passa e della morte che arriva. Poetico ma anche, ai miei occhi, terribile.


venerdì 30 giugno 2017

MERCURIO LOI




Alessandro Bilotta e Matteo Mosca
MERCURIO LOI
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2017
130 pagine, 23 euro

Uscito per la prima volta in bianco e nero come albo della collana da edicola "Le Storie" (n° 28, gennaio 2015), questo racconto viene adesso ripubblicato in volume di grande formato e a colori, con il corredo di schizzi inediti e di testi a commento. Quando lessi per la prima volta "Mercurio Loi" (il nome del personaggio principale dava anche il titolo all'avventura) ricordo di aver subito pensato che sarebbe stato bello poter ritrovare quel protagonista in altri racconti, e a distanza di due anni sono stato accontentato perché la Bonelli ha inaugurato una sua testata (nel tradizionale formato Tex, ma a colori): in contemporanea con il varo della serie ecco la riproposizione del primo episodio. L'idea di partenza è accattivante: una sorta di Sherlock Holmes nella Roma papalina. Al posto di Watson, il giovane Ottone, allievo del professor Loi, segretamente affiliato alla carboneria. C'è anche una sorta di Moriarty, chiamato Tarcisio, ex assistente dello stesso Mercurio. La prima avventura, quella riproposta in questo volume, chiarisce le caratteristiche del personaggio e lo presenta: è pertanto un necessario prologo alla serie mensile. Anzi, forse fin troppo necessario perché leggendo il primo albo della collana non è così agevole districarsi senza conoscere gli antefatti, ma i lettori si presuppongono scafati. Ognuno, a partire da me, valuterà la produzione mensile come crede: il volume cartonato resta un gioiellino. Il primo caso del professor Loi (erudito insegnante universitario dal bizzarro aspetto) riguarda le apparizioni del fantasma di Beatrice Cenci sugli spalti di Castel Sant'Angelo (quanto di più romanesco si possa immaginare) collegate con le trame di una società segreta capitanata da Tarcisio, che ha ai suoi ordini una schiera di luperci. Davvero affascinante. Non resta che sperare in una serie che mantenga le premesse.