venerdì 18 maggio 2018

SCEMOCRAZIA



Massimiliano Parente
SCEMOCRAZIA
Bompiani
2018, brossurato
210 pagine, 16 euro


"Come difendersi dal pensiero comune", recita il sottotitolo. In effetti si tratta di un esilarante vademecum per tenersi alla larga dalle baggianate, che ricorda il "Dizionario dei luoghi comuni" di Gustave Flaubert. Ancora bambino, infatti, Flaubert annotava in una lettera: «siccome c’è una signora che viene da papà e ci racconta sempre delle sciocchezze le scriverò». Per tutta la vita arricchì il catalogo. Un altro paragone possibile è quello con "La prevalenza del cretino", di Fruttero & Lucenti, che scrivono: «Sconfiggere il cretino è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non lo scalfiscono. Il cretino è imperturbabile, la sua forza vincente sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai dubitare di sé». Personalmente sono convinto che guardati da qualche punto di vista siamo tutti cretini (per esempio: perché sto perdendo tempo a scrivere questa recensione invece di lavorare?). Siamo tutti cretini a turno, insomma. Poi ci sono quelli che dimostrano di esserlo costantemente. Massimiliano Parente, scrittore e polemista dalla penna intinta nel cianuro e il gusto (sacrosanto) della provocazione e disperazione, felicemente maestro della scorrettezza politica (lo leggo da anni e mi sorprendo d'accordo con lui anche quando non sono d'accordo) compila un campionario di ritratti di tipi umani in cui è facile non solo riconoscere un sacco di persone attorno a noi (o in cui ci si imbatte in Rete) ma in cui è inevitabile anche riconoscere se stessi. Io infatti rientro assolutamente nella categoria dello "scemo che presenta i libri". Nel novanta per cento dei casi sono del tutto o abbastanza d'accordo con l'autore sul ridere della scemenza altrui (e anche della mia). Come si fa a non dargli assolutamente ragione di fronte allo "scemo omeopatico", "lo scemo vivo per miracolo", "lo scemo astrologico", "lo scemo politicamente corretto", "lo scemo dell'11 settembre", "lo scemo che prega", "lo scemo che l'ha letto su Internet"? Ma anche quando, su qualche posizione di Parente, si resta perplessi o non convinti ("la scema smaltata di rosa", "lo scemo che ama gli animali", "lo scemo palestrato") si ride di gusto. Gli aneddoti abbondano e verrebbe voglia di aggiungerne altri tratti dalla nostra esperienza con i vari complottisti, disinformati convinti di saper tutto loro, i creduloni, quelli che continuano a ripetere fake news smentite e rismentite e per quanto tu possa smentirli di nuovo continuano imperterriti nel loro mantra. Parente ha messo su carta quel che in tanti pensiamo di fronte alla scemenza che domina il mondo, alla cretineria prevalente di Fruttero & Lucenti, al catalogo delle idee chic di Flaubert. E riderne è catartico come, talvolta, lo è essere scemi.

venerdì 11 maggio 2018

LA FINE DELLA RAGIONE



Roberto Recchioni
LA FINE DELLA RAGIONE
Feltrinelli Comics
2018, brossurato
112 pagine, 16 euro

L'idea alla base di questa graphic novel mi ha fatto tornare alla mente, di prepotenza anche se con un collegamento di idee magari forzato, il racconto "Notturno" (Nightfall, 1941) di Isaac Asimov (poi trasformato in romanzo da Robert Silverberg nel 1990). Anche in quel caso assistiamo alla "fine della ragione" e allo scoppio di una sorta di isteria collettiva su un intero pianeta, dove resiste soltanto una cittadella di scienziati che cercano di far sopravvivere un barlume di conoscenza e razionalità. Un tema, questo, presente in altri racconti del "good doctor". Va detto che le trame asimoviane sono appunto trame, c'è insomma una drammaturgia degli avvenimenti. Recchioni propone invece un plot essenziale raccontato per sommi capi. Come si legge in quarta di copertina, "la scienza è diventata un crimine, la cera medicina è stata bandita, hanno vinto 'loro', ma una madre non si arrende". Una trama avvincente, un progetto che avrebbe potuto dar vita a un fumetto assai più sviluppato (o a un film): invece la scelta dell'autore è di ricorrere al suo talento di illustratore per raccontare attraverso flash e suggestioni, riassumendo quel che sarebbe stato troppo lungo da spiegare in brevi appunti da bloc notes. Si tratta appunto di una scelta: il graphic novel è un mezzo che consente una proposta di taglio autoriale e in questo caso, come in "Asso" e in altri, Recchioni è autore completo e quindi dominus della sua opera, libera dai vincoli della serialità e delle convenzioni di un genere in cui inserirsi. Accettata l'ottica di procedere per sintesi grafica (sicuramente efficace) invece che per sviluppo romanzesco della trama, la storia narrata è folgorante: in un mondo in cui i bambini malati si curano con i Fiori di Bach, l'aromaterapia e i chiodi di garofano, una mamma rintraccia gli ultimi (e disillusi) scienziati barricati nei laboratori sotto il Gran Sasso per farsi dare una medicina. Per gli "altri" la guarigione è naturalmente un "miracolo" e non conseguenza del farmaco, ma forse dalla leggenda (che comincia a serpeggiare) che la scienza può curare le malattie ci potrà essere una rinascita.

domenica 6 maggio 2018

I CANTI DI CASTELVECCHIO




Giovanni Pascoli
I CANTI DI CASTELVECCHIO
Oscar Mondadori
1967, brossurato
230 pagine, 350 lire

E’ il mio poeta preferito, il Pascoli. Preferito perché cultore della forma (metrica sempre perfetta, architettura delle composizioni varia ma rigorosa), ma mai artefatto; anzi attento ai moto dell’animo, appassionato, empatico, umano, sensibile, acuto osservatore delle piccole cose. Colto e letterario, pieno di echi e di rimandi, ma lontano dall’Arcadia. Moderno, psicanalitico ante litteram (ma anche post litteram), è talvolta addirittura sensuale se non addirittura audace (“Il gelsomino notturno”, “Digitale purpurea”). Non sa mai di muffa. Ne ho parlato altre volte su questo blog. L’etichetta che gli si mette a scuola è che il Pascoli sia il poeta del Fanciullino, dal titolo di un suo breve saggio del 1897. A patto di intendersi su che cosa sia il Fanciullino e di non limitarsi a questa definizione, il rimando a quello scritto serve a orizzontarsi. 

Secondo il poeta di Castelvecchio la poesia non è “logos”, cioè razionalità, ma consiste in una perenne capacità di stupore tutta infantile, in una disposizione irrazionale che permane dentro di noi anche quando siamo cresciuti. Il Fanciullino dentro si noi “alla luce sogna o sembra sognare ricordando cose non vedute mai, parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle nuvole, popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei”.  Il bambino crede alle favole, crede alla mia, crede all’evocazione. Sente il potere del mistero, dei suoni, della musica; è in comunione con la natura. Sovvertendo le norme dell’angusto e realistico buonsenso che regola la nostra vita, il Fanciullino “rimpicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare”. Questa disposizione alogica (una sorta di sguardo obliquo) fa sì che si scoprano nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose.  E non è necessario che le cose siano insolite o grandiose: anche nelle cose quotidiane o famigliari si scoprono significati nelle cose. Di qui il rifiuto pascoliano, in verità non sempre rispettato, della “letterarietà” per avvicinarsi allo “spontaneità” del linguaggio comune. 

Tuttavia il poeta non è mai naif, vi si atteggia. Il suo enorme background culturale non viene mai meno. Persino ne “La cavalla storna” cita Omero senza farsene accorgere. Ho studiato “I canti di Castelvecchio” per un anno accademico intero, ai tempi dell’università, con il professor Mario Martelli (con cui poi mi sono laureato) e ogni lezione era una scoperta: frequentavo con gioia l’aula di Letteratura Italiana. Di recente, ho riletto i “Canti” e la gioia si è rinnovata. Perciò ho rispolverato qualche appunto e mi sono provato a dare ordine a quel che ho ritrovato.

Non si può non partire da qualche nota biografica. Del resto il Pascoli è stato per tutta la vita un poeta autobiografico. E si sa che la sua vita è stata segnata dall’assassinio del padre, avvenuto a San Mauro di Romagna il 10 agosto 1867. Questa morte, a cui ho dedicati un articolo sul blog “Freddo Cane in questa palude”, fu solo l’inizio di una serie di tragedie che in pochi anni si abbatterono sulla famiglia Pascoli, fino ad allora così unita e felice. Di lì a poco morivano prima, di tifo, la appena diciottenne sorella Margherita (13 novembre 1858), poi la stessa madre, che mai si era rimessa dal grande dolore della perdita del marito (18 dicembre dello stesso anno). Giovanni, (classe 1955) e i suoi fratelli Giacomo e Luigi avevano fino ad allora frequentato il collegio “Raffaello” di Urbino, diretto dai padri Scolopi; Giovanni, in particolare, aveva acquistato una salda cultura classica. Adesso le difficoltà finanziarie impedivano ai fratelli il proseguimento degli studi nell’Istituto urbinate. Con la morte di Luigi, avvenuta per meningite il 19 ottobre 1871, all’età di 17 anni, Giacomo e Giovanni abbandonano definitivamente il collegio e nello stesso novembre si trasferiscono a Rimini con la famiglia. A Rimini, Giacomo, il fratello maggiore, fu costretto a trovare lavoro ed a trasformarsi in “piccolo padre”, mentre Giovanni continuava a frequentare il liceo. Grazie all’aiuto di un suo vecchio maestro, padre Cei, Giovanni poté entrare nel collegio “San Giovanni” di Firenze e completare lì gli studi liceali, per poi frequentare a Bologna la facoltà di lettere, dopo aver vinto una preziosa borsa di studio – che però gli fu tolta allorché partecipò a una dimostrazione studentesca contro il ministro della Pubblica Istruzione, Ruggero Borghi, in visita all’Università. La serie di disgrazie continuò con la morte del fratello Giacomo, anch’essa avvenuta per tifo, il 12 maggio 1876. Giovanni diventò, per forza di cose, il capofamiglia. Ma la famiglia si era dispersa, il “nido” era distrutto, e ormai da tempo.

Non occorre seguire ulteriormente la cronologia delle vicende biografiche d Giovanni Pascoli, dalla prima esperienza politica presto abbandonata, alla laurea conseguita nel 1882; dai suoi successivi spostamenti per l’Italia (fino al suo definitivo stabilirsi a Castelvecchio di Barga), alla storia dei suoi rapporti con i fratelli e soprattutto con le sorelle Ida (il matrimonio della quale gli provocò un lungo “squilibrio nervoso” perché veniva ad intaccare il mito dell’unità familiare) e Maria (che venne poi ad abitare con lui). Non occorre, perché gran parte della psicologia del Pascoli è già venuta a formarsi, i caratteri che poi saranno i fondamenti della sua opera poetica si sono già costruiti.

Se il Pascoli è il poeta del Fanciullino, il Fanciullino è l’infanzia del nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che la disarticola. E’ nel traumatizzante succedersi di drammatici eventi, che bruscamente strapparono la Pascoli l’affetto delle persone e delle cose più care e la rasserenante sicurezza del nido familiare, l’origine del bisogno del poeta di ricercare nelle cose il loro aspetto più intimo e segreto, e di condurle fuori dalla realtà spazio-temporale della storia colpevole di aver infranto, con i drammi e le necessità del contingente, la serenità di un nucleo di affetti e sensazioni che sembravano eterne.

Le parole vengono svuotate del loro senso immediatamente contenutistico, e assumono sfumature di mistero: la realtà delle cose viene offuscata e trasformata attraverso un filtro ed una visione onirica, che permettono l’acquisizione di una dimensione diversa, quasi archetipica, realizzata nella poesia. Le cose vengono viste al di fuori della loro dimensione reale, fino ad assumere caratteri eterni e nello stesso tempo dimessi, privati, intimi. Il ripetersi delle immagini della casa-nido, delle morti, delle dolorose memorie familiari diventa quasi ossessivo, come se non ne fosse estranea una componente nevrotica.

Il tema del ricordo, che permea tutta la produzione poetica pascoliana conferendole il caratteristico bisogno di collocazione eterna e segreta delle cose, delle immagini e degli affetti, al riparo dalla violenza operata dalla storia, si manifesta più palesemente in alcuni componimenti come profonda necessità di recuperare con la poesia uno stato di cose ormai irrimediabilmente perduto.

Una sezione dei “Canti”, collocata in appendice e chiamata “Ritorno a San Mauro” (in tutto nove componimenti), costituisce l’unica testimonianza superstite di una serie di “Canti di S. Mauro” che il Pascoli aveva promesso nella prefazione ai “Primi Poemetti”, datata 5 giugno 1897, ma che non furono mai realizzati. Essi rimasero, appunto, in questa forma assai ridotta.   Pascoli tornò veramente in visita a S. Mauro, nel maggio del 1897, ma certo comunque che tutta l’opera poetica del Pascoli fu, in forma più o meno consapevole e più o meno accentuata, un continuo ritorno in quell’ angolo di Romagna. O forse potremmo dire che, nell’intimo del suo cuore, da S. Mauro Pascoli non si era mai mosso: tutta la sua poesia potrebbe essere solo un disperato aggrapparsi ad un “nido” che nella realtà non esisteva più. La quercia che cade lascia una capinera senza nido, il tuono che rimbomba rimbalza e rotola cupo cede il posto ad un canto di madre, la cantilena di una nonna si tramuta nella sicurezza del “nido” familiare per il bambino nella zana che dondola piano piano: e potremmo continuare.

E’ del resto lo stesso Pascoli che lo nota, e ne fornisce quasi una scusa, o una giustificazione, allorché nella prefazione del marzo 1903 ai “Canti di Castelvecchio” scrive: “Devo chiedere perdono, anche questa volta, di ricordare il delitto che mi privò di padre e madre, e via via, di fratelli maggiori, e d’ogni felicità e serenità nella vita? No: questa volta non chiedo perdono. Io devo (il lettore comprende) io devo fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti impuniti e ignoti, vollero che un uomo solo innocente, ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua famiglia, morisse. E io non voglio. Non voglio che sian morti. Se poi qualcuna di queste poesie… ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh!, non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalle loro fosse rendono anche oggi, per male, bene”.

“Un ricordo”, “Il ritratto”, “Un nido di farlotti” costituiscono una vera e propria “cronaca familiare”, dove, alla rievocazione dei momenti immediatamente precedenti e susseguenti la tragedia della morte del padre, si intrecciano i temi della premonizione e del presagio luttuoso. Ne “La cavalla storna”, invece, la stessa scena acquista una dimensione diversa, più ampia, oracolare e magica, attingendo ulteriori significati.

 “Un nido di farlotti” presenta la scena di casa Pascoli, a S. Mauro, un mese dopo l’assassinio del capofamiglia: la moglie distrutta dal dolore e gli orfani abbandonati appaiono agli occhi commossi di un popolano proprio come una spaurita nidiata di uccellini. E’, se si vuole, un’immagine paragonabile al nido della rondine che, nella celebre poesia “X Agosto”, raccolta in “Myricae”, cade uccisa tra le spine, con ancora nel becco un insetto per i suoi rondinini, così come il padre portava alle figlie un paio di bambole comprate alla Fiera di Cesena: e le stelle cadenti della notte di S. Lorenzo appaiono al poeta il pianto del cielo sulla malvagità di questo mondo.  

Il contenuto di “Un ricordo” è invece così esposto da Benedetto Croce: “Il padre del Pascoli fu assassinato, una sera, sulla via campestre, mentre tornava alla sua casa. La mattina di quel giorno d’inenarrabile strazio e di terrore, l’ultima volta che i suoi lo videro vivo, è ricordata in ogni minimo particolare: con quel perduto dolore dell’animo che dice: potevamo non lasciarlo andare via, quel mattino, e sarebbe ancora tra noi!  E la memoria scopre, o l’illusione fa immaginare, particolari quasi profetici. Il padre stava per salire sulla carrozza, circondata dai suoi, dalla moglie, dai figli grandi e piccini, che escono sulla strada a salutarlo. Ma, nell’appressarsi che egli fece al cavallo, ‘la più piccina a lui toccò la mazza’. Gli prese il bastone, come per tirarlo indietro, e ruppe in pianto. Non voleva ch’egli andasse via: non voleva così, irragionevolmente, come bambina che era; ed egli dovette ingannarla, per acchetarla: farle credere che rientrava in casa e riuscire da un’altra porta. Quella manina di bimba è indimenticabile”. 

Lo stesso si può dire della poesia “Il ritratto”, la quale presenta una notevole comunanza di elementi, a partire da quello del presagio, qui costituito dalla improvvisa e immotivata interruzione delle pittura di un ritratto del padre che Giacomo Pascoli stava eseguendo ad Urbino, dove si trovava a studiare con i fratelli, nella stessa ora in cui Ruggero veniva ucciso.
Siamo di fronte dunque ad una ulteriore costante pascoliana: se il carattere dimesso della poesia del poeta è volto a ricercare gli elementi più intimi ed eterni delle cose, in una visione pessimistica della realtà, e se ciò, insieme al ripetersi ossessivo di certe immagini e certi temi, ha una origine in cui si può rintracciare una componente nevrotica, da notare è che tutto questo assume una forma poetica a dir poco singolare. Una apparente semplicità ed un fascino d’immediata percezione ottenuto con metri, artifici retorici, richiami classici che di naif e di primitivo non hanno proprio nulla

“La cavalla storna” fu una delle ultime poesie composte per i Canti di Castelvecchio, e pubblicata fin dalla prima edizione del 1903. Si tratta di una delle opere pascoliane più popolari e sentimentalmente più celebri. E’ facile intuirne i motivi: la chiave di lettura più immediata è facilmente accessibile ad ogni categoria di lettori; il patetico, il melodramma, la storia di lacrime, sangue e mistero, il tono narrativo e la struttura, la stessa orecchiabilità del metro colpivano e commovevano la sensibilità popolare. Tuttavia, letta con attenzione, "La cavalla storna" rimanda direttamente a Omero, e al cavallo parlante Xanto che rivela ad Achille il nome dell'uccisore di Patroclo. Ci sono persino precise citazioni testuali dei versi omerici. 

“Valentino”, un altro grande classico, commuove perché vediamo il ricco poeta, ammirato dal mondo, a cui non manca nulla, invidiare in silenzio la spensieratezza del povero contadinello che cammina senza scarpe, a piedi nudi, come un uccello: “come l’uccello venuto dal mare, / che tra il ciliegio salta, e non sa / ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare, / ci sia qualch’altra felicità”. Ci sono poi tutti i versi onomatopeici che il Pascoli si inventa per replicare i suoni della natura, c’è l’osservazione della natura, il meravigliarsi di fronte al mistero, lo stupore per il rinnovarsi del ciclo delle stagioni o della vita (in “Ov’è?” il titolo stesso interpreta in forma di domanda, la domanda che il bambino appena nato si pone, il pianto del neonato). Ma il capolavoro resta “Il gelsomino notturno”, e qui rimando a una analisi più dettagliata che ho già scritto a suo tempo.

sabato 5 maggio 2018

IN ALASKA



Raffaella Milandri
IN ALASKA
Ponte Sisto
2017, brossura
150 pagine, 14 euro

Viaggiatrice solitaria, attivista in favore dei popoli indigeni, giornalista giramondo, adottata da una tribù di pellerossa americani, autrice di reportage geografici e antropologici, Raffaella Milandri racconta in questo suo libro un viaggio compiuto in Alaska sulle tracce di Jack London e dei cercatori d'oro lungo il corso dello Yukon ma anche alla ricerca di ciò che rimane delle tradizioni degli Inuit. Ma c'entrano anche i fumetti, dato che nella sua nota finale l'autrice confessa un debito di riconoscenza verso Tex Willer, "personaggio che da bambina ha nutrito i miei sogni d'avventura, alimentando i miei principi di giustizia. La coerenza e la integrità morale dei personaggi dei fumetti bonelliani sono infatti le fondamenta di un mondo romantico dove i protagonisti si muovono su binari di eroica e nobile avventura, e dove gli ideali trionfano. Tex mi ha spinto ai miei primi viaggi tra i Navajos, alle esplorazioni di miniere d'oro, su su fino al leggendario Klondike, dove eravamo in tre: io, Tex e London". La Milandri non racconta di un viaggio con finalità sportive estreme, come discendere lo Yukon in canoa o raggiungere il Polo in slitta, ma fa piuttosto la cronaca di un itinerario alla portata di tutti, sia pure correndo qualche rischio. Lei, di sicuro ha rischiato la vita quando il suo fuoristrada si è piantato nel guado di un fiume, a causa del permafrost in disgelo, e si è trovata da sola, a piedi, a centinaia do chilometri dal carro attrezzi più vicino, con il cellulare senza campo. Colpiscono le messe in guardia più volte ricevute sul pericolo degli orsi (bianchi, grigi e bruni), con tutte le avvertenze nel caso di un incontro ravvicinato: non fuggire, alzare le braccia per sembrare più grossi, oppure fingersi morti rannicchiati in posa fetale, arrampicarsi sugli alberi dato che i grizzly non lo sanno fare ("ma neppure io", confessa Raffaella). Inquieta l'invito ad allontanarsi se solo si vede muovere "qualcosa di bianco", cioè un orso polare. D'altro canto ci sono però i magnifici scenari descritti molto bene, anche se attraversati dagli oleodotti, e gli incontri con le persone, bianche o indigene, con cui l'autrice entra subito in empatia riuscendo a documentate persino la caccia alla balena degli Inuit, che dei cetacei si nutrono (e hanno il permesso di cacciarli). La Milandri affronta il tema del riscaldamento globale e della progressiva perdita di diritti e delle tradizioni delle popolazioni locali. Arricchiscono il libro una sezione fotografica (in bianco e nero) e una guida per chi volesse fare un viaggio del genere. Io, per esempio.

giovedì 3 maggio 2018

ONDE GRAVITAZIONALI LA SCOPERTA DEL SECOLO




Christian Corda

ONDE GRAVITAZIONALI
LA SCOPERTA DEL SECOLO
PM Edizioni
2017, brossurato
160 pagine, 18 euro

Sono quasi imbarazzato nel dirlo, ma io al professor Christian Corda, astrofisico di fama internazionale, do del tu. Lo conosco da vent'anni come grande appassionato della Spirito con la Scure e addirittura mi sono servito della sua consulenza per la storia "La banda aerea", un Maxi Zagor basato su una esotica roccia "antigravitazionale".Tale fu il contributo dell'esperto Corda che diedi il suo nome (in inglese, Rope) allo scienziato pazzo coprotagonista, con l'eroe di Darkwood, del racconto e addirittura chiesi a Christian delle foto con la faccia da cattivo perché i fratelli Di Vitto, disegnatori della storia a fumetti, potessimo dare a quel personaggio proprio il suo volto. 
Adesso, eccomi però a recensire, dal basso della mia ignoranza, il suo libro "Onde Gravitazionali" con il quale ho cercato di chiarirmi le idee su quella che, a detta di tutti gli esperti, è stata la "scoperta del secolo"- E' come, spiega l'autore, se finora gli scienziati avessero guardato l'universo in uno schermo televisivo muto e adesso per la prima volta qualcuno sia finalmente in grado di alzare il volume. L'interferometro LIGO che nel 2015 ha registrato le onde gravitazionali previste cento anni prima da Einstein, ma anche l'impianto Virgo collocato in Italia (vicino a Pisa) e molto di pi, certamente, l'apparecchiatura LISA che verrà installata nello spazio, consentiranno nei prossimi anni di svelare scenari clamorosi. Christian Corda ricostruisce, in maniera comprensibile anche per i non addetti ai lavori, il lavoro di decine e decine di scienziati che per anni si sono dedicati allo studio delle leggi fondamentali che regolano l'universo e che hanno portato ai risultati fin qui raggiunti. Sono proprio gli uomini della comunità scientifica, talvolta litigiosi e fallaci (persino Einstein sbagliò qualche calcolo, i protagonisti del libro di Corda, al pari delle loro scoperte. Uomini chiamati a "pensare fuori dalla scatola", per poter avere intuizioni che superano gli orizzonti del passato, ma con il rischio di entrare a far parte dei gruppi dei "crackpots" (strambi) o dei "cranks" (fissati). Un saggio con lo stesso titolo e sullo stesso argomento, ma di autore diverso (Sandro Ciarliarello), è già stato recensito in questo blog:
http://utilisputidiriflessione.blogspot.it/2018/04/onde-gravitazionali.html

mercoledì 2 maggio 2018

CONTRO (VERSI)!




Franco Lana
CONTRO (VERSI)!
Book Sprint Edizioni
2018, brossurato
40 pagine, 15.90 euro

In una breve intervista pubblicata sul sito Web della Casa Editrice, Franco Lana spiega come è stato spinto a scrivere questa silloge poetica: "Una persona, molto colta, mi disse: Franco, perché non fa il poeta?". In realtà, Franco un poeta lo è quotidianamente nella multiforme attività con cui esprime se stesso e il suo modo di essere. Si tratta davvero di un personaggio fuori dal comune, come sa bene chi lo conosce di persona e chi ha imparato a conoscerlo in Rete. Un minimo contributo alla sua fama l'ho dato anch'io creando la rubrica dedicata a "Il Solito Franco Lana" sulla mia pagina Facebook dove ho pubblicato le battute fotografiche dedicata a Zagor che in mandava. Ho fatto anche in modo che le battute venissero raccolte in un opuscolo di cui ho scritto la prefazione (le potete comunque rintracciare sul mio blog a questo indirizzo: 
Tuttavia Franco è soltanto quel "Solito" lì.
Frequentandolo si scopre tutto un mondo di altre cose che lui ha realizzato (e continua a realizzare): cortometraggi, alcuni con lui stesso nel ruolo di attore, sceneggiature di fumetti, articoli per riviste come "Il veliero", dedicata al disagio sociale, ma anche collaborazioni a siti Internet come Dime Web con interviste a personaggi famosi. E' comparso persino, con un suo contributo, nel film-documentario "Springsteen and I" di Ridley Scott. Vittima lui stesso di una sindrome da "mal di vivere" (la stessa che, chi in maggior grado chi in minore, colpisce quasi tutti, sottoscritto compreso), la supera facendo parte di una associazione che aiuta gli altri, quelli che il disagio rischia di annichilire. "Sono nato a Torino, dove tuttora sopravvivo", scrive di sé in quarta di copertina del suo libro di poesie (nella prima c'è una foto appunto della Mole). Ad aiutarlo a sopravvivere ci sono le sue passioni per i fumetti (Zagor in primis), cinema e musica. "Leggere e scrivere sono per me tra le cose più belle del mondo", dice. E spiega: "Le poesie che compongono il libro, sono state scritte nel corso di diversi anni, e rappresentano la voglia di comunicare con il mio prossimo, soprattutto per quanto riguarda tematiche attuali, ma anche personali. Il messaggio che (spero) vorrei trasmettere è quello che chi vive un senso di inadeguatezza verso la vita, può comunque riuscire (o tentare), di fare cose utili per sé e per il prossimo". In tutto, sono 33 i componimenti racconti in "Contro (Versi)!", tutti molto brevi, semplici, comprensibili e nella maggior parte dei casi toccanti (cioè, giungono al punto). In "Non so dove andare" scrive: "La vita è là / io dove sono? / Senza una strada / poche indicazioni / cosa farò da grande?".
Se lo chiede persino Gino Paoli un una canzone scritta in età matura, figuriamoci. E appunto a testi di canzoni posso essere accomunati queste i versi di Lana, che del resto in "Canzoni allo specchio" conferma: "Sono un cantante di strada / e ho composto (...) questi versi che parlano del mondo / ma li ho scritti per me". Una poesia è dedicata a Zagor ("L'uomo dalla casacca rossa"), identificato in un eroe "sempre in cerca del giusto equilibrio". In cerca, appunto, come tutti noi, "under construction", per citare il titolo di un altro componimento di Franco. Non c'è la pretesa di ritenersi un grande poeta, ci sono le confessioni di uno che ha sopportato "medicine / cure e sofferenze / le visite infinite / la pazienza, la speranza". E che conclude: "sono ancora qui / ormai da lunghi mesi / ma ora va meglio / sono under construction".

martedì 1 maggio 2018

LE AVVENTURE DI GORDON PYM




Edgar Allan Poe
LE AVVENTURE DI GORDON PYM


Rizzoli
2009, brossurato
240 pagine, 8 euro

Si tratta dell'unico romanzo di Poe, che per il resto scrisse soltanto racconti e poesie. Risale al 1837, quando l'autore aveva ancora 28 anni e, come scrive Michele Mari nella sua bella introduzione, "è una dimostrazione eloquente di come la vocazione possa più dell'intenzione". Infatti lo scrittore era partito con il proposito di scrivere un romanzo d'appendice da pubblicare a puntate, secondo la moda dell'epoca, sul "Southern Literary Messenger" di Richmond (solo successivamente uscì l'edizione in volume, con il titolo di "The Narrative od Arthur Gordon Pym of Nantucket"). Si sarebbe dovuto trattare di un racconto marinaresco, d'avventura, teso a cavalcare l'onda dell'interesse suscitato nel pubblico dei lettori dai resoconti delle esplorazioni di Cook e dalle cronache di naufragi e viaggi per mare. Anche in questo caso Poe sarebbe stato comunque un precursore, dato che sia il Moby Dick di Melville che i libri di Verne, London e Salgari sarebbero arrivati dopo (addirittura, molto dopo). Fatto sta che allo scrittore non riuscì di scrivere "solo" avventura. Quello che venne fuori fu un romanzo contaminato dall'orrore, dagli incubi, dall'angoscia ma anche, persino, nelle pagine finali, dal fantastico se non dalla fantascienza. Alcune delle scene a cui Poe ci fa assistere sono inquietanti fino a risultare intollerabili: penso soprattutto al cannibalismo fra i naufraghi che tirano a sorte chi di loro debba farsi uccidere dagli altri per venire mangiato e dare ai compagni una possibilità di sopravvivere. Ma sono horror anche la parte in cui si racconta dell'ammutinamento (con il cuoco di bordo che uccide decine di persone a colpi di mannaia), quella in cui il protagonista è prigioniero della stiva e rischia di morire di fame e di sete, quella della nave colpita dall'epidemia che va alla deriva con il suo carico di morti così come quella del vascello che non si ferma a soccorrere gli occupanti di un relitto, fino all'attacco degli abitanti dell'isola di Tsalal. Costoro, proprio come in un romanzo di Verne, vivono in una terra misteriosamente calda nell'Oceano Antartico (ancora quasi inesplorato negli in anni in cui uscì il romanzo) e dove si trovano piante e animali sconosciuti: si accenna persino al mito di Atlantide. Il racconto procede attraverso una narrazione in prima persona, senza dialoghi, come se stessimo leggendo un diario che riassume i fatti senza romanzarli, e infatti una prefazione e una postfazione danno l'idea che si tratti di una sorta di manoscritto trovato in una bottiglia (in senso metaforico), affidato da Gordon Pym allo stesso Poe. Il finale è incompleto: al lettore viene detto che al testo originale mancavano le pagine conclusive. Da leggere tutto d'un fiato, con gli occhi sbarrati. Da questo romanzo ho tratto una avventura di Zagor con Poe protagonista, dal titolo "Il mostro di Philadelphia".

lunedì 30 aprile 2018

BRIGITTE




Stefano Fantelli
BRIGITTE
Nicola Pesce Editore
2018, brossurato
290 pagine, 14 euro

"Brigitte vuole fare la disegnatrice di fumetti, le piace leggere romanzi, guardare le serie TV. Ed è una morta vivente". Accattivante fin dalle grida in copertina (o forse, sibili) e dalla grafica della medesima, si capisce subito che questo è un romanzo per young adults. Ovvero, per giovani lettori, per adolescenti o post tali. Tuttavia, come insegna Harry Potter, la narrativa young adults non è necessariamente per i millennials ma per chi si sente giovane dentro. "Brigitte" si fa leggere con piacere anche dai babbioni. E dai babbani. E' un romanzo horror ma non fa paura, anche se un po' di inquietudine la mette (del resto la protagonista non sarebbe una adolescente se non fosse inquieta). Brigitte comunque non è morta. È diversamente viva, come lei stessa preferisce essere chiamata. Non è neppure una zombie nella tradizionale accezione del termine. Non ricorda niente di cosa le sia accaduto, del perché abbia dovuto morire (forse è annegata? L’ha messa sotto un’automobile?) ma non è diventata una morta vivente per un misterioso virus o per un esperimento sfuggito di mano a uno scienziato pazzo. Perciò, il suo corpo obbedisce a regole diverse rispetto a quelle stabilite dalla tradizione. Perde pezzi come gli abitanti della Zona del Crepuscolo di Dylan Dog, e con accade a quelli lì anche i suoi si possono riattaccare cucendoli con ago e filo e facendo rientrare le ossa nelle loro sedi. Brigitte non racconta niente di quel che le sta succedendo ai genitori o ai nonni: quando mai una ragazza della sua età si confida con il papà o con la mamma, se non è proprio indispensabile? In fondo a lei basta cercare di vivere la storia d’amore che le sta facendo battere il cuore, anche se “vivere” e “battere il cuore” sono parole ben strane dette di una zombi, sia pure postmoderna. L’aggettivo “postmoderno” si usa quando si recuperano cose del passato in contesti all’avanguardia o contemporanei. Così, se qualcuno decide di raccontare in chiave attuale il mito del vampiro o dell’uomo lupo, prova a farlo cercando di immaginare come sarebbero quei mostri se esistessero sul serio e se si muovessero per le strade dei nostri giorni. Se gli zombi esistessero magari sarebbero proprio come Brigitte e non come quelli dei film e delle serie TV. Il vero dramma non è tanto quello di essere degli zombi, ma di doverlo nascondere. Di non poterlo dire a nessuno. Di rimanere soli con il nostro segreto. Stefano Fantelli è uno scrittore di razza, di solito crudo e crudele, in questo caso garbato e delicato nell'affrontare il tema dell'adolescenza (soprattutto trattato da un punto di vista femminile) e della formazione dell'io in modo originale, accattivante, coinvolgente. Il fatto che io mi sia occupato della prefazione (come Stefano si è occupato di introdurre le mie "Facezie") non comporta che questo sia un giudizio di parte. Complimenti anche all'editore, Nicola Pesce, che affianca ai suoi volumi a (e sui) fumetti anche testi di narrativa.

venerdì 27 aprile 2018

LO STAGNO DEI CAIMANI



Emilio Salgari
LO STAGNO DEI CAIMANI
E ALTRI RACCONTI PERDUTI
Bompiani
2018, cartonato,
192 pagine, 12 euro

Chi era Guido Altieri? A sentire Emilio Salgari, un giovane di cui lui era zio. Tant'è vero che quando sottoscrisse un impegno con la casa editrice Bemporad che lo vincolava a far cessare le pubblicazioni con quella firma, scrisse: "Il Signor Guido Altieri, mio nipote, non pubblicherà nessun lavoro col proprio nome, nel periodo di durata dei contratti che mi legano alla Ditta R. Bemporad & Figlio. Mi impegno ad assumere pienamente verso di voi quest'obbligo, in nome del mio nipote". Esistono anche lettere di Altieri al "Sig, Cav. Bemporad" in cui il medesimo parla di Salgari come di suo zio. In realtà è stato dimostrato come Guido Altieri, o anche Cap. Guido Altieri, fosse uno pseudonimo usato frequentemente da Salgari stesso, per racconti ma anche per romanzi, per non farsi concorrenza da solo e non inflazionarsi, oltre che per sfuggire a vincoli contrattuali che lo legavano in esclusiva (per esempio, quello con l'editore genovese Donath). Un interessante saggio sull'argomento, firmato da Giuseppe Bonimi e da Claudio Gallo, corredato per giunta da un bibliografia completa degli scritti di Altieri, compare in appendice a questa antologia che prende il titolo del primo dei racconti contenuti, "Lo stagno dei caimani". Antologia che comprende sì racconti rari o rarissimi (perché stampati su riviste dei primissimi del Novecento difficili da reperire) scritti da fantomatico Capitano, ma anche tre attribuiti ad altri pseudonimi salgariani come Enrico Bertolini e Giulio Retadi, quest'ultimo nome-de-piume di recentissima scoperta. Ci si è accorti del fatto che si tratta di Salgari perché "Giulio Retadi" è l'anagramma di "Guido Altieri" - e del resto lo stile lo conferma.
In tutto, nove eccellenti racconti, tra cui uno western e uno di fantascienza (va detto che come Altieri, Salgari aveva scritto un intero romanzo di science-fiction, "Le meraviglie del Duemila"). "Lo stagno dei caimani", quello western, che narra la vendetta di un pellerossa, Mocassino Sanguinoso, contro l'ucciso di suo padre, e la controvendetta della figlia di questi,Wallalka, benché innamorata del vendicatore, è davvero tosto. Ma anche "La lupa maledetta", di ambientazione greca, con un fratello che ruba con l'inganno la fidanzata all'altro e ne subisce poi l'ira funesta, si fa ricordare. Sempre sorprendente il nostro Emilio. O Giulio. o Guido, O Enrico.

giovedì 26 aprile 2018

OH DIO MIO!


Anat Gov
OH DIO MIO!
Giuntina
2016, brossurato,
100 pagine, 10 euro

Scritto come un testo teatrale ma sicuramente da leggersi anche e soprattutto come un testo letterario (del resto i testi teatrali fanno parte a pieno titolo della letteratura), "Oh Dio mio!" è un piccolo capolavoro di umorismo yiddish ma certamente non si può etichettare come scritto comico. Anzi, il drammatico prevale, visti i temi trattati. L'autrice, israeliana di Tiberiade (1953-2012), mette in scena l'incontro impossibile tra un psicoterapeuta, Ella, madre di un ragazzo autistico di dodici anni anni, Lior, e un insolito paziente venuto a farsi psicanalizzare, che si rivela essere Dio. Il Creatore fa un po' di fatica a convincere Ella che si tratta proprio di Lui, ma poi, di fronte all'evidenza di tante cose di lei che solo Colui Che E' può sapere, la psicologa accetta il dato di fatto e, con grande professionalità comincia il suo lavoro. Dio sembra vittima di una sindrome depressiva, dato che le cose, con l'Uomo, non sono andate per il verso giusto. Ella scava con metodo freudiano cercando di capire se alla base del mal di vivere divino ci siano i genitori assenti, e provoca con veri e propri colpi ai fianchi la reazione del paziente, messo sotto accusa. Tanto per cominciare, perché il Creatore ha voluto creare? Si sentiva solo? "Cerchi di ricordare il momento prima della decisione". E poi, possibile che creato l'Uomo, al primo sgarro sia stato così brutalmente punito e abbandonato? E i dieci comandamenti? Perché il primo non è "non uccidere" ma "non avrai altro Dio all'infuori di me"? Paura dell'abbandono? E che dire dell'odio verso le donne, fatte partorire con dolore? Gelosia perché Adamo preferiva Eva a Lui? Dio finisce quasi per perdere le staffe. Alla base della depressione divina sembra esserci il pasticciaccio brutto accaduto con Giobbe. Prima di quel fatto, Dio interveniva, parlava, era presente; dopo, quasi scompare dalla Bibbia. Non parla più. Che accadde, veramente? Alla fine, però, anche Ella si rende conto di venire psicanalizzata da Dio, per il dramma che vive con il figlio autistico. E sembra che il confronto sia terapeutico per entrambi. Dio non può fare a meno dell'uomo e l'uomo non può fare a meno di Dio?

venerdì 20 aprile 2018

L'IDEA FISSA (IL TROIO 5)





IL TROIO 5
L'IDEA FISSA 
di Andrea Camerini
Edizioni del Vernacoliere

2010

Le scritte di copertina "Tutto a colori" e "Contiene un sacco di roba inedita" dovrebbero invogliare all'acquisto gli acquirenti esitanti, ma ovviamente io non ho avuto alcuna esitazione, anche se avevo già letto sul "Vernacoliere" tutte le storie già apparse . A questo punto servono però due parole proprio su questa mitica rivista, "Il Vernacoliere". E' vero che è stampata a Livorno e presenta testi in gran parte in livornese, ma si trova ormai in quasi tutta l'Italia (vedo sempre le irriverenti locandine persino nelle edicole milanesi) e decifrare il vernacolo toscano non è mai stato un problema per nessuno. Si tratta di un mensile satirico che alterna testi e disegni. Ovviamente, bisogna essere pronti a trovarsi di fronte di tutto, parolacce, oscenità e blasfemie. Però, si tratta sempre di un tipo di trivilialità "colta", di un registro stilistico, che va contestualizzato in una tradizione. Il "Vernacoliere" è dissacrante, demistificante, politicamente scorretto, anticlericale. E' "di sinistra" ma fa ridere anche quelli "di destra". Sulle pagine della rivista livornese è nato, per esempio, "Don Zauker" di Daniele Caluri ed Emiliano Pagani, il duo che oggi realizza "Nirvana" per la Panini (i nuovi Magnus & Bunker, li ho definiti io). Un altro pezzo da novanta della rivista, insieme a Federico Sardelli, è Andrea Camerini. Il quale è noto ben oltre i confini del "Vernacoliere" come regista di corti cinematografici e animatore di sigle TV (sono suoi quelle delle rubriche di "Striscia la Notizia", da "I nuovi mostri" a "Fatti e rifatti"). Di Andrea sono amico da una vita (anche se, in effetti, è un po' che non vado a trovarlo nel ristorante di famiglia che gestisce sul golfo di Baratti), ricordo ancora quando, giovanissimo, veniva a farmi vedere un suo fumetto con protagonista un antico etrusco. Da vent'anni, Camerini disegna, fra le altre cose, le avventure del Troio, di cui questa è la quinta raccolta. Un personaggio pessimo e negativo come pochi altri mai (battuto forse solo da Don Zauker), una sorta di coatto livornese, un tamarro al cacciucco, uno Zanardi labronico, ma anche uno che i coatti e i tamarri (e forse anche gli Zanardi) li stende con un rutto, perché lui, indiscutibilmente, è superiore. Trenta/trentacinque anni, bello e biondo, senza voglia di lavorare, totalmente disinteressato ai problemi del mondo se non ai suoi, che sono soltanto quelli di evitare le ire del babbo che lo vuol buttare fuori casa e di trovare compagnia femminile, con qualunque mezzo lecito e meno lecito. Dunque, è questa l'idea fissa del titolo, com'è facile capire fin dalla copertina che cita la locandina del film su Larry Flint. "Ner mondo c'è tanta superficialità e menefreghismo - dice il Troio - ma tanto a me m'importa una sega: mi basta trombà". Scrive Paolo Ruffini nella sua introduzione: "Si legge, si ride e poi ci si sente meglio: una catarsi che sgorga fluente in nome di un concetto molto più alto della libertà: la libertà di essere delle teste di cazzo".

mercoledì 18 aprile 2018

PYONGYANG






Guy Delisle
PYONGYANG 
Fusi Orari

2006
176 pagine
Come descrive il mondo Guy Delisle, nessuno.  L'ho scoperto anni fa seguendo l'autore nel suo viaggio a Pyongyang, la capitale della Corea del Nord, il paese più isolato del mondo, un luogo davvero ai confini della realtà. Anni fa, intendendo nel 2006 quando uscì in Italia il libro di graphic journalism "Pyongyang" realizzato nel 2003: vale a dire quando della Corea del Nord non parlava nessuno e Kim Jong-un non era ancora salito al potere (lo avrebbe fatto nel 2011). Delisle ha vissuto (praticamente guardato a vista) nella città coreana per due mesi, dovendo controllare la lavorazione di una serie di cartoni animati francese affidata agli intercalatori locali, lavoratori particolarmente a basso costo. Gli stranieri sono ammessi con il contagocce dal regime, vengono alloggiati tutti in due o tre alberghi da cui non possono uscire se non sotto scorta. Da questa esperienza, l'autore ha tratto un reportage a tratti esilarante, a tratti drammatico. E' incredibile il grado di alienazione in cui una dittatura (in questo caso, comunista) possa ridurre milioni di persone, costrette a vivere in funzione dello stato e nel culto del "caro leader", la cui immagine campeggia dovunque come l'occhio del Grande Fratello. E se qualcuno non ne spolvera l'icona in cornice obbligatoriamente posta in casa propria, può essere denunciato dal vicino e deportato con tutta la famiglia in un campo di lavoro. Spero proprio che Karl Marx avesse in mente ben altro. Ai nord coreani il regime fa credere che le opere del fondatore dello stato, Kim Il-Sung, vengono studiate nelle università di tutto il mondo e che stanno facendo proseliti in vista del trionfo planetario della sua ideologia. Scrive Delisle (pagina 74): "C'è una domanda che vorrebbero fare tutti gli stranieri che visitano questo paese, una domanda che ci guardiamo bene dal fare a voce alta, una domanda che alla fine ci rivolgiamo in silenzio da soli: ma ci credono veramente a tutte queste stronzate che cercano di propinargli?". Fra le stronzate c'è la convinzione che gli abitanti della Corea del Sud vorrebbero tutti riunirsi entusiasticamente a quelli del Nord e che sono gli Stati Uniti a impedirglielo con la forza. Intanto, a Pyongyang la notte non c'è luce (salvo che quella che illumina la statua del dittatore), nei negozi non c'è merce, nelle autostrade non circolano le macchine, ma l'esercito è potentissimo e si testano continuamente nuovi missili in grado di colpire il Giappone. Un libro divertente ed inquietante che dimostra una volta di più come il fumetto possa servire a raccontare qualunque cosa, anche a fare reportage giornalistici. 

martedì 17 aprile 2018

ONDE GRAVITAZIONALI





Sandro Ciarlariello
ONDE GRAVITAZIONALI
Edizioni Cento Autori
2017, brossura,
190 pagine, 12.80 euro

Il 14 settembre del 2015, gli inteferometri del LIGO, negli Stati Uniti, hanno registrato per la prima volta le onde gravitazionali la cui essenza era stata ipotizzata da Albert Einstein cento anni prima. L'osservazione seguiva un colossale scontro fra due buchi neri in una galassia lontana, evento apocalittico che ha appunto scatenato un'onda cosmica che, viaggiando alla velocità della luce, è giunta fino a noi ed è stata captata grazie a un apparecchio finalmente messo a punto e tarato nel modo giusto (in passato non avevamo interferometri del genere e anche la prima versione del LIGO non aveva ottenuto risultati). In seguito, altri eventi del genere sono stati registrati e il continuo aggiornamento dei dati apre una porta in grado di farci affacciare su scenari che prima era possibile soltanto ipotizzare. Oltre a spiegare in maniera chiara che cosa sono le onde gravitazionali e com'è stato possibile osservarle, Sandro Ciarlariello (astrofisica molisano autore del blog "Quantizzando") traccia un quadro d'insieme comprensibile anche ai profani sull'evoluzione delle teorie legate alla gravitazione partendo da Faraday e passando per le principali scoperte astronomiche (buchi neri, stelle di neutroni, pulsar), ma soprattutto entusiasma il lettore su quanto sarà possibile scoprire in un prossimo futuro. Sembra davvero che siamo sul punto di grandi scoperte sull'origine dell'universo, la struttura della materia, la teoria unificata del tutto. Attendiamo curiosi.

venerdì 13 aprile 2018

ARTICOLO PER ALDA MERINI




Per colpa della scuola, soltanto a sentir dire la parola “poesia”, l’istinto è quello di darsela a gambe. Però, dài, mi sembra che almeno qui, su questo blog, l’argomento sia sempre stato trattato in modo accattivante (almeno, me ne illudo). Comunque sia, mi è tornata voglia di parlare di poesia perché per caso ho messo un CD nello stereo (ascolto ancora i CD e non la musica scaricata ebbene sì), ed era “Canzoni e cicogne” di Roberto Vecchioni: un doppio album live. Tra i brani, ce ne sono addirittura due dedicati ad altrettanti poeti (ma per me è un poeta anche lui, il cantautore), vale a dire “A.R.” (iniziali di Arthur Rimbaud) e “Canzone per Alda Merini”.

Addirittura, durante il concerto registrato nel disco, Vecchioni canta il suo pezzo e poi dice: “Signori, Alda Merini”. Al che l’anziana poetessa compare sul palco e legge due sue poesie. Applausi a scena aperta, perché le poesie, secondo me, sono fatte per essere ascoltate, prima che per essere lette. E se sono recitate bene, entrano nel cuore a tutti. Facciamo che di Rimbaud e della sua gamba ne parliamo un’altra volta e adesso provo a dire qualcosa sulla Merini. Giusto per inquadrare cronologicamente il personaggio, basterà dire che la poetessa è nata a Milano nel 1931 (il 21 marzo, per la precisione, vale a dire lo stesso giorno di Gallieno Ferri, quello che segna l’inizio della primavera), e sempre a Milano è morta nel novembre del 2009. Magari però che la storia della sua vita ve la leggete su Wikipedia.

Settantotto anni di esistenza, dunque, di cui alcuni passati in manicomio, alcuni accanto a Giorgio Manganelli, altri insieme a vari compagni che hanno tutti lasciato un segno su di lei e sulla sua poesia, oltre che ad averle dato diversi figli. La sua autobiografia si intitola "Reato di vita", ed è edita da Melusine. Nell'introduzione, la Merini ci viene descritta così: "Non ha telefono, Alda Merini, per trovarla bisogna fare una sorta di pellegrinaggio nei mille possibili luoghi sui Navigli che poeticamente abita col sui quotidiano errabondare tra vecchie librerie, fumose osterie, botteghe di artisti, cenciaioli, accattoni". 

Ecco l'idea della Merini sulla Poesia. 

O poesia, non venirmi addosso
sei come una montagna pesante
mi schiacci come un moscerino;
poesia non schiacciarmi
l'insetto è alacre e insonne
scalpita dentro la rete
poesia, ho tanta paura,
non saltarmi addosso, ti prego.

(Da "Poesie per Charles")


Su  "Reato di vita",si legge questo brano: "Io sono vissuta in un'altra epoca, quando si educava una donna a essere una madre, una moglie. D'Annunzio disse: 'la mano che regge la culla, è la mano che regge il mondo'. Credo che per ogni donna il fine erotico dell'amore è sempre il figlio. Non è una donazione sterile, è la passione corporea che però diventa materia, diventa possibilità di un figlio. Ci sono diversi tempi nell'amore, nella passione, ma la richiesta è quella di un figlio. Poi nasce la difficoltà, la divisione stressante in madre e amante così come quella del marito in padre". Ecco, queste parole mi sembrano il miglior corollario possibile a un’altra sua breve poesia che mi va di proporvi. E' meravigliosa, secondo me. Si intitola "Genesi" . E’ proprio una delle due che l’autrice legge al concerto di Vecchioni pubblicato su "Canzoni e cicogne".


Vorrei un figlio da te che sia una spada
lucente, come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue e che risolva
più quietamente questa nostra sete.

Ah, se t'amo, lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo
e fiorita son tutta e d'ogni velo
vo scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.
Ma il mio cuore, trafitto dall'amore
ha il desiderio di mondarsi vivo.

E perciò dammi un figlio delicato,
un bellissimo, vergine viticcio
da allacciare al mio tronco, e tu, possente
olmo, tu padre ricco d'ogni forza pura
mieterai liete ombre alle mie luci.

(da"Fiore di Poesia", Einaudi Tascabili)

Alda Merini è stata ricoverata per anni in manicomio perché stava male, soffriva di sindrome bipolare, la stessa patologia che ha afflitto altri grandi della letteratura, come Virginia WoolfCharles Baudelaire o Lord Byron. La poetessa ha sempre detto di non essersi sentita perseguitata, e le si deve credere. Semmai si lamentava che  i medici non le spiegassero meglio cosa le stava accadendo. Comunque bisognerebbe prima intendersi su che cosa sia una patologia e capire quali patologie si possono curare con il ricovero in una clinica psichiatrica e quali no. Per alcuni è una patologia l'ansia di libertà. Sotto tutti i regimi lo è, i manicomi degli stati totalitari sono pieni di pazzi che sono pazzi soltanto perché combattono il dittatore di turno. Per altri è patologia l'omosessualità. Per altri ancora, è pazzia l'arte. La Merini ha vissuto a lungo in povertà, prima che, nei suoi ultimi anni, un certo successo mediatico la risollevasse dallo stato di bisogno. Tra i suoi amori, va ricordato il pittore Charles, uno degli uomini che nel corso della sua vita ha amato disperatamente e perdutamente. Ecco una poesia per Charles: "Il canto dello sposo".

Forse tu hai dentro il tuo corpo
un seme di grande ragione,
ma le tue labbra gaudenti
che sanno di tanta ironia
hanno morso più baci
di quanto ne voglia il Signore
come si morde una mela
al colmo della pienezza.
E le tue mani roventi
nude, di maschio deciso
hanno dato più abbracci
di quanto ne valga una messe,
eppure il mio cuore ti canta,
o sposo novello
eppure in me è la sorpresa
di averti accanto a morire
dopo che un fiume di vita
ti ha spinto all'argine pieno.


(da "Vuoto d'amore", Einaudi, p. 60)

Sono molte le poesie straordinarie scritte dalla Merini per Charles. Un’altra che giudico stupenda è quella parla dei rumori dell'amore. Fatemela copiare, dopodiché potete andarvene, ve lo concedo.

La casa non geme più
sotto lo scricchiolio dei tuoi passi,
la casa non geme più
e datemi dei rumori
dei rumori pesanti
datemi i rumori di Charles;
datemi il suo pensiero
e il suo lento fuggire.
Ridatemi i rumori
della sua carne perfetta.

giovedì 12 aprile 2018

LA VENDETTA DEL DIAVOLO





Joe Hill 
LA VENDETTA DEL DIAVOLO
Sperling & Kupfer
2012, cartonato 
390 pagine



Ogni autore dovrebbe essere scelto per quel che è e non per quello a cui assomiglia, però non  si può non leggere "La vendetta del diavolo" senza tenere in considerazione il fatto che Joe Hill è il figlio di Stephen King (il suo nome per esteso è Joseph Hillstrom King). Va detto che gli fa onore aver scelto uno pseudonimo che lo differenzia dal padre e aver rivelato la sua identità solo dopo il successo dei suoi primi lavori. Nei ringraziamenti de "La vendetta del diavolo", Stephen King non è neppure rammentato. Eppure il racconto grida trasuda kinghianità da tutte le virgole: romanzo di formazione, mito dell'infanzia, amori adolescenziali, scontro con la realtà crudele del mondo degli adulti, continuo flashback tra passato e presente, presenza della magia e degli incantesimi di forze arcane, cattive amicizie con coetanei crudeli che crescendo diventano infidi ancora di più: sembra di leggere "It", "Carrie" o "A volte ritornano". Hill non riesce a staccarsi dall'immaginario del padre (anche su uno dei personaggi del romanzo ha la casa piena dei libri di Dean Koontz). Fa un po' sorridere il tentativo della Sperling & Kupfer di spacciare per "thriller" (così dice la scritta in copertina) un romanzo horror che comincia così: "Ignatius Martin Perrish vide il proprio riflesso nello specchio sopra il lavabo e si rese conto che durante il sonno gli erano spuntate le corna. Dalla sorpresa fece un balzo all'indietro e si pisciò sui piedi". Come incipit, lo trovo straordinario: impossibile, almeno per me, non andare avanti e scoprire il perché di quella trasformazione e come il protagonista decide di affrontarne le conseguenze. La prima parte del libro mostra appunto la scoperta da parte di Ig Perrish (una persona fino al giorno prima assolutamente normale, e con un passato di ragazzo buono e irreprensibile) della sua nuova condizione di demone umano dotato di sconvolgenti poteri, il più disturbante dei quali è l'incapacità di chiunque, di fronte a lui, di mentire e l'assoluta necessità di confidargli, anzi, tutti i più inconfessabili segreti. Così, Ig si rende conto di come nessuno dica realmente quello che pensa e come tutti condividano, appunto perché umani, ipocrisie, bassezze, debolezze e turpitudini: per la gioia di Freud, molte delle confessioni riguardano pulsioni sessuali e istinti di sopraffazione. Ma Ig non si sta trasformando in un diavolo per caso: c'è un motivo, legato a una casa su un albero da lui scoperta nel bosco quando era poco più che un ragazzo insieme alla fidanzatina Merrin, l'amore della sua vita. Una casa in cui i due fecero l'amore giurandosi che sarebbero rimasti insieme tutta la vita, e che però, dopo, scomparve: o almeno, non furono più in grado di ritrovarla. Un altro forte personaggio del romanzo è Lee, l'amico del cuore di Ig, a cui il giovane Perrish si sente legato per sempre perché l'altro, una volta, lo ha salvato dalle acque del fiume in cui lui stava per annegare. In apparenza, Lee è solo un ragazzo strano: in realtà è sociopatico e psicopatico, abituato a fingere e mentire, in grado di manipolare chi gli è vicino e fargli credere qualunque cosa. E' Lee il vero diavolo della storia, mentre Ig è un angelo ingenuo. Le cose cambiano quando Merrin, improvvisamente, tronca la storia con Ig che dura da anni e Ig litiga di brutto con lei per andarsene disperato a ubriacarsi. La ragazza sembra avere una storia con un altro. Il mattino successivo, Merrin viene trovata morta, uccisa dopo uno stupro. Ig è il rampollo di una famiglia facoltosa e gli avvocati pagati dal padre lo scagionano dopo che è stato accusato del'omicidio della ragazza. Ma, come il giovane Perrish scopre dopo che gli sono spuntate le corna e tutti gli dicono la verità, non c'è persona in città e nella sua famiglia che non lo ritenga un colpevole che l'ha fatta franca. Grazie ai suoi nuovi poteri, tenendosi nascosto come un reietto, Ig comincia a indagare per proprio conto, scoprendo come sono andate veramente le cose. E alla fine le corna che gli sono cresciute in testa si rivelano ciò che serve per saldare i conti con i veri assassini. Non solo: ci si rende conto come l'opera dell'apparente diavolo sia positiva non solo perché vendica Merrin (che aveva deciso di lasciare Ig covando un segreto ben diverso da quello che si poteva immaginare), ma perché aiuta a trovare la giusta strada e la giusta soluzione ai loro problemi a diverse persone travagliate e imprigionate in una vita che non è quella che vorrebbero: l'aspetto demoniaco non è necessariamente collegato al male assoluto, anzi. Il racconto è ipnotico e coinvolgente, anche se la prima parte è migliore della seconda e, alla fine, la posta in gioco è minimale: alla base di tutto c'è un solo omicidio da risolvere (anche se ci sono altre morti abbastanza sconvolgenti che restano sullo sfondo). Insomma: bravo Joe Hill, ma ne hai di strada da fare prima di poter competere con il tuo papà. 

lunedì 9 aprile 2018

IL MERCANTE DI LIBRI MALEDETTI





Marcello Simoni
IL MERCANTE DI LIBRI MALEDETTI
Newton Compton
351 pagine, 2011

Siccome sono un sostenitore della mia stessa massima seconda la quale i film di serie B sono meglio di quelli di serie A, non si potrà ritenere offensivo il giudizio per cui "Il mercante di libri maledetti" è un B-novel. Del resto, se un romanzo vince il Premio Bancarella (è successo nel 2012), dà vita a una trilogia, arriva in testa alle classifiche e ci resta a lungo, viene tradotto in mezzo mondo, qualche merito ce lo avrà. Di sicuro, si legge con divertimento e non mancano i colpi di scena. Va detto che se si fa il confronto con "Il nome della rosa" (a cui per certi aspetti si potrebbe paragonare) non c'è trippa per gatti e lasciamo perdere. Se si fa il confronto con Dan Brown (il paragone è meno facile ma la religione, la caccia al tesoro e le società segrete ci sono), vince ancora Dan Brown. Se la partita è fra Simoni e Matilde Asensi, quella dell' "Ultimo Catone", allora lo scrittore italiano se la può giocare. Protagonista de "Il mercante di libri maledetti" è Ignazio da Toledo, avventuriero dal passato turbinoso, specializzato nel commercio di reliquie e di antichi manoscritti nei primi anni del Duecento (quando lo vediamo entrare in scena è il 1218). Al suo fianco ha il giovane francese Willalme de Béziers, scampato ancora bambino al massacro di Beziers (1209) durante la guerra contro i Catari, unitosi alla crociata dei bambini, finito tra i pirati musulmani e quindi salvato da Ignazio che ne fa la sua guardia del corpo. Ma Ignazio Toledo, reduce da lunghi viaggi e in particolare da alcune peripezie in Terra Santa, è in realtà un uomo in fuga braccato dai sicari di un tribunale segreto noto come Saint-Vehme. La caccia all'uomo era cominciata nel 1205 quando lui e il suo amico e socio in affari, padre Vivïen de Narbonne, erano entrati in possesso di un libro, l'Uter Ventorum, che, a quanto si dice, consente di evocare gli angeli e attingere alla loro sapienza. Il libro è per di origine pagana e gli angeli sono divinità di religioni orientali: da cui l'accusa di pratiche negromantiche. Vivïen de Narbonne si crede morto, ucciso dai giustizieri di Dominus (il gran capo della Saint-Vehme) Ignazio cerca di far perdere le proprie tracce finché proprio Vivïen si fa vivo con una misteriosa lettera che lo mette sulle tracce dell'Uter Ventorum, da lui diviso in quattro parti e nascosto lungo il Cammino di Santiago. Naturalmente anche Dominus cerca di impossessarsi del testo magico, mentre la vicenda è complicata dalle trame di un altro personaggio misterioso, un monaco dal volto sfregiato noto come Scipio Lazarus. Ci sono i classici enigmi da decifrare che conducono in luoghi sempre diversi sulle tracce del libro da recuperare, i riferimenti a fatti storici (l'assedio di Tolosa da parte dei crociati, la morte di Simone IV di Montfort), gli assassini dal coltello sguainato, le storie d'amore e di morte, le trame nei monasteri. Soprattutto, ci sono parole come gualdrappa o brando, che fanno andare in brodo di giuggiole.