giovedì 16 febbraio 2017

UN OMICIDIO ALLA FINE DEL MONDO


UN OMICIDIO ALLA FINE DEL MONDO
di Ben H. Winters
Piemme
2016, cartonato
320 pagine, 17.90 euro

Cosa fareste se fosse data la notizia che fra meno di un anno un asteroide di quasi sette chilometri di diametro si schianterà contro la Terra? Il detective Hank Palace, ostinato poliziotto in servizio a Concord, nel New Hampshire, continua a fare il suo lavoro: indaga sui casi di omicidio, mentre il mondo attorno a lui va a rotoli. A sei mesi dall'impatto, ci sono già evidenti segni di disgregazione sociale: ognuno si prepara a modo suo per la fine del mondo, anche se ancora non si sa dove cadrà Maia (così è stata chiamata la pietra in rotta di collisione e in rapido avvicinamento) e non sono chiari gli effetti: di sicuro la maggior parte della popolazione mondiale morirà subito o quasi subito, per i superstiti (se ce ne saranno) si tratterà di resistere a un lungo oscuramento del sole causato dalla polveri sollevate nell'atmosfera, che provocheranno la fine della vita vegetale basata sulla fotosintesi. C'è chi reagisce alla prospettiva drogandosi, chi finendo preda di deliri religiosi, chi abbandona la famiglia per realizzare una lista di ultimi desideri, e chi si suicida. Proprio un caso (fra i tanti) di suicidio attira l'attenzione di Palace: Peter Zell, assicuratore apparentemente impiccatosi con la cintura dei pantaloni nel bagno di un MacDonald's, secondo Hank in realtà è stato ucciso. Ma che senso ha cercare un assassino, ammesso che di omicidio si tratti, mentre il mondo sta per finire? Il giallo, che pure è un giallo coi fiocchi, è soltanto un pretesto per provare a immaginare come potrebbe essere il conto alla rovescia verso l'apocalisse. Attorno a Palace si intrecciano storie personali, d'amicizia, d'amore e di famiglia. Hank ha una sorella, Nico, entrata a far parte di una sorta di setta complottista convinta che il Governo nasconda la verità e ci sia qualcosa riguardante Maia che non viene detta; si innamora di una donna che però gli viene quasi subito uccisa sotto gli occhi; rischia di farsi arrestare per abuso d'ufficio e di attendere la fine del mondo dietro le sbarre di una cella, magari abbandonato dagli stessi carcerieri. Però, nonostante tutto, Palace indaga: e il caso di Peter Zell si rivela sintomatico rispetto appunto al dramma che l'umanità sta vivendo. "Un omicidio alla fine del mondo" è il primo capitolo di una trilogia che scandisce il conto alla rovescia verso l'impatto. Si può leggere autonomamente ma fa venire voglia di scoprire il seguito: anche perché nelle ultime pagine viene rivelato dove cadrà Maia.

venerdì 10 febbraio 2017

IL CASO SAINT-FIACRE



IL CASO SAINT-FIACRE
di Georges Simenon
Adelphi
1996, brossurato
149 pagine, 10 euro

Scritto nel 1932, è uno dei romanzi della fase iniziale della saga di Maigret, quelli in cui il burbero commissario della polizia giudiziaria parigina si sposta dalla capitale francese per svolgere indagini in borghi di provincia sempre diversi. Di solito si tende a considerare migliore la fase successiva, quella in cui invece Maigret investiga sotto la Tour Eiffel (anche se non mancano dei capolavori anche tra le prime prove, come dimostra il formidabile "Il porto delle nebbie"). Per la precisione, "L'affaire Saint-Fiacre" (questo il titolo originario) è iil tredicesimo romanzo (su oltre settanta) dedicato al celebre poliziotto dalla pipa in bocca perennemente accesa. Secondo alcuni, e riporto un giudizio letto in Rete, si tratta di "uno dei più bei libri di Simenon. Imperdibile". Personalmente, dissento. Bisogna comunque partire dal presupposto, credo incontestabile, che qualunque cosa porti la forma di Simenon meriti la lettura, e che i romanzi con le indagini di Maigret sono imprescindibili: magistrali, mai banali, pieni di sfaccettati personaggi indagati nelle loro psicologie, piacevoli da leggere, capaci di trasportarci in atmosfere sempre diverse. Oltre a tutto ciò, "Il caso Saint-Fiacre" ha un ulteriore elemento di attrattiva: scopriamo che il commissario è nato proprio a Saint-Fiacre (località comunque immaginaria), a pochi chilometri da Moulins, e lì ha vissuto la sua giovinezza: suo padre era l'intendente e amministratore del castello dei Conti Saint-Fiacre, ed è sepolto nel cimitero della locale parrocchia. Così, il viaggio del corpulento poliziotto in quel borgo di provincia è una sorta di ritorno alle origini. Così, quando a Parigi arriva una lettera anonima che dice: "Vi informo che nella chiesa di Saint-Fiacre, durante la prima messa del giorno dei Morti, sarà commesso un delitto", Maigret parte subito. E in effetti, sotto i suoi stessi occhi, muore l'anziana contessa, che lui, da bambino, aveva ammirato come splendida donna in gioventù. Apparentemente si tratta di un infarto, di un cedimento del cuore. Le indagini mettono in luce come il patrimonio della vedova (il conte era morto molti anni prima) veniva da tempo rosicchiato da parassiti e approfittatori di ogni risma, tra cui l'unico, sconsiderato figlio Maurice. Uno di loro ha architettato un piano diabolico che ha provocato la morte della contessa, ma chi? Ecco, mentre Simenon resta insuperabile nell'analisi interiore dei probabili assassini, della vittima, dei personaggi di contorno (l'albergatrice Marie Tatin, l'avvocato, il chierichetto), non riesce a congegnare un altrettanto impeccabile meccanismo poliziesco. Non è cercando di fare il verso ad Agatha Christie o a John Dickson Carr che lo scrittore francese troverà la sua strada: fortunatamente da lì a poco imboccherà quella giusta: il giallo psicologico. Per di più, a un certo punto è Maurice Saint-Fiacre a prendere in mano la conduzione delle indagini e a organizzare una drammatica riunione di tutti i sospetti attorno a un tavolo su cui è posata una pistola. Maigret fa solo da spettatore, senza essere venuto a capo di nulla. Non è lui il risolutore. E la soluzione (il modo con cui vi si arriva, la tecnica stessa del delitto, l'indecifrabile invio dei biglietto che lo anticipa, le mosse del colpevole) è convince. So già però che il prossimo caso di cui leggerò sarà migliore, anzi, un capolavoro.

mercoledì 8 febbraio 2017

MEMORIE DI ADRIANO



MEMORIE DI ADRIANO
di Marguerite Yourcenar
Einaudi
2014, brossurato
340 pagine, 13 euro

Affascinante e a tratti sorprendente per la descrizione "dal vivo" di realtà storiche lette come "morte" sui libri di scuola, "Le memorie di Adriano" non sono però né un romanzo, né un saggio storico. Pubblicata per la prima volta nel 1951 in Francia (dopo essere stata concepita dalla Yourcenar già negli anni Venti e poi a lungo rielaborata dopo una lunga fase di minuziosa documentazione), l'opera ha vinto il Prix des Critiques. Il libro è suddiviso in sei parti (prologo ed epilogo compresi) ed è immaginato come una lunga epistola scritta dall'anziano imperatore Publio Elio Traiano Adriano, nato in Spagna nel 76 dopo Cristo e morto a Napoli nel 138, indirizzata al giovane Marco Aurelio, a sua volta futuro sovrano. Nella lettera, Adriano si confessa sentendosi giunto ormai prossimo alla morte e racconta la sua vita. Adriano fu indubbiamente uno dei migliori imperatori romani: conservò le conquiste del suo predecessore Traiano, e sotto il suo governo si praticarono e si svilupparono la tolleranza, l'efficienza, le arti e la filosofia. Del resto, educato ad Atene (città a cui fu sempre legatissimo), Adriano era imbevuto di cultura ellenica, illuminata e cosmopolita. Stupisce il numero e la diversità di mete dei sui ininterrotti viaggi in tutte le regioni dell'Impero e la capacità con lui l'imperatore riusciva a trattare con popoli diversissimi fra loro, da quelli delle isole inglesi ai Parti ai confini sud orientali. Le riflessioni contenute nella lettera spaziano dai trionfi militari (spesso conclusi con trattati di pace convenienti per entrambi i contendenti) all'amore verso la musica e la poesia. Ma colpisce anche la storia d'amore omosessuale con il giovanissimo amante Antinoo, morto prematuramente e celebrato con l'imbalsamazione del corpo in una piramide egizia. Né Antinoo fu l'unico, in una società molto più aperta (da questo punto di vista) della nostra. Il senso dell'opera sta forse proprio della scelta, non casuale, dell'autrice di un'epoca in cui non si credeva più negli dei, ma il Cristianesimo non si era ancora imposto con i suoi dogmi e le sue regole e costrizioni, per cui c'era spazio per l'umanità. La Yourcenar cita a qesto proposito Flaubert: "Quando gli dèi non c'erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c'è stato un momento unico in cui è esistito l'uomo, solo". Dal mio punto di vista, c'è però un difetto nelle "Memorie di Adriano": consiste nel suo non essere un romanzo, per cui manca la tensione drammatica, mancano i dialoghi, mancano i colpi di scena, manca la costruzione letteraria con i climax che fanno la gioia dei lettori. Tutto resta piatto e sommesso, pur trattandosi di un'opera di fantasia (benché documentata e realistica). Da leggere, comunque, e meditare dopo aver sottolineato frasi come questa: "Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri".

venerdì 3 febbraio 2017

DOSSIER MAGENTA



DOSSIER MAGENTA
di Nik Guerra
Edizioni Di
2016, brossurato
120 pagine, 20 euro

Se accettare un consiglio, non fatevi sfuggire nessun volume di Nik Guerra: e non lo dico solo ai maschietti, che si beano gli occhi di fronte alla bellezza intrigante dei personaggi femminili che escono dalle sue matite e dai suoi pennelli, ma anche alle fanciulle che sicuramente sapranno apprezzare acconciature, abbigliamento e accessori delle eroine raffigurate (e mai raffigurate del tutto nude o in pose oscene: solo seducenti). Con "Dossier Magenta", Guerra riporta sulle scene il suo personaggio più celebre e celebrato in mezzo mondo (quello almeno che non vela le donne): Magenta. E lo fa con una storia d'azione, di spionaggio, di sparatorie, di inseguimenti e vendette che si si susseguono dalla prima all'ultima pagina, senza che mai, però, le esplosioni e le sparatorie riescano a far passare in secondo piano la sinuosità delle forme delle belle donne sulla scena. Eric Stanton, Bill Ward, John Willie, Gene Bilbrew e chissà quanti altri autori fetish fanno parte dell'immaginario di Nik Guerra quando disegna le sue amazzoni dominatrici e volitive ma anche ammiccanti e seducenti. In "Dossier Magenta" le donne sono assolute protagoniste, sia dalla parte del bene che da quella del male. Gli uomini sono assolutamente superflui. Siamo a Parigi nel 1962: qualcuno distribuisce film hard con protagonista una sosia di Magenta, per screditare la dark lady che vive a Londra (ladra come nei migliori fumetti neri italiani, ma anche detective, alla maniera di Zakimort). L'attrice però muore strangolata sulla scena e il film, vero e proprio snuff movie, utilizzato per ricattare il riccastro colpevole dell'omicidio. Sembra di ritrovare Magnus & Bunker, nei loro migliori episodi di Kriminal. Anzi, di Satanik.

mercoledì 1 febbraio 2017

LE VACANZE DI MAIGRET



LE VACANZE DI MAIGRET
di Georges Simenon
Adelphi
1999, brossurato, 
180 pagine, 10 euro

"Les vacances de Maigret", questo il titolo originale, è stato pubblicato per la prima volta in Francia nel 1948 ed è il ventottesimo (su oltre settanta) romanzo dedicato da Simenon al suo burbero commissario parigino, che qui sembra inizialmente un pesce fuor d'acqua e si muove impacciato, almeno inizialmente, in ambienti in cui non si trova a suo agio, come l'ospedale gestito da suore dove è stata ricoverata sua moglie (la "signora Maigret" citata in tanti racconti), vittima di un attacco di appendicite proprio al suo arrivi a Les Sables d'Olone, là dove la coppia ha deciso di trascorrere qualche settimana al mare. La località marittima (in Vandea) non è stata scelta a caso da Simenon, che ci era stato varie volte (tra il 1944 e la fine della Guerra vi era addirittura rimasto bloccato dagli eventi bellici). Benché vi si trovi in ferie, Maigret non può fare a meno di interessarsi a due morti misteriose che si verificano a Les Sables, entrambi riguardati due giorni donne, Emile e Lucille. La prima sembra solo un tragico incidente (la portiera chiusa male di una automobile fa cadere fuori la passeggera), la seconda è chiaramente un caso di strangolamento. Apparentemente non c'è nessun rapporto fra i due casi, essendo le vittime di diversa e lontanissima estrazione sociale. Ma la morte di Emile, alcune ore dopo la caduta dall'auto, avviene nell'ospedale dove è ricoverata la signora Maigret, e una delle suore ha ascoltato le enigmatiche parole pronunciate dalla ragazze nel suo ultimo delirio. Le indagini sono svolte dalla polizia locale, tuttavia Maigret vi partecipa da dietro le quinte, come consulente coinvolto per caso (lui, lo dice continuamente, è lì in vacanza), e fa subito dei progressi che lo portano a superare i colleghi e arrivare per primo alla soluzione del caso. E' interessante vedere come il commissario, man mano che vieni coinvolto nella vicenda, torna nei suoi panni di sempre e lo riconosciamo dopo averlo visto spaesato e a disagio fra suore, bagnanti e paesani. Il caso è insolito anche perché sembra di assistere una indagine del tenente Colombo: chi sia l'assassino lo si intuisce quasi subito, anche perché gioca a sfidare il commissario come i colpevoli telefilm americano fanno con il poliziotto di Peter Falk, ma l'interesse deriva dal modo in cui Maigret arriva a ricostruire le vicende, individuare il movente, incastrare il responsabile e farlo confessare. Si scopre persino l'esistenza di una terza vittima, un giovane creduto partito per Parigi e che invece giace cadavere in una cisterna a casa del suo uccisore. Come al solito, Simenon è maestro nel descrivere tipi umani (a partire dall'odiosa compagna di camera della signora Maigret, per arrivare al dottor Philippe Bellamy passando per la pescivendola Popin, il cameriere Francis, i giocatori di bridge, il suo albergatore, la vicina di casa di Lucille, le varie suore). Un giallo psicologico pieno di risvolti, un piccolo gioiello.

sabato 21 gennaio 2017

MAI 'NA GIOIA




MAI 'NA GIOIA
di Stefano Guerrera
Rizzoli
2015, 162 pagine, 
cartonato, 10.90 euro

L'idea non è nuova: già nei primi anni Ottanta Boris Makaresko pubblicava su Eureka una esilarante rubrica in cui scriveva le battute inserite come ballon ai personaggi dei quadri celebri. Stefano Guerrera si è messo a fare lo stesso, e riesce a far ridere abbastanza spesso, a sorridere quasi sempre. In più, le opere d'arte scelte per fornire una interpretazione alternativa dell'immagine sono davvero belle, e recano le necessarie indicazioni perché chi vuole possa rintracciare in un museo o in qualche catalogo. Non tutte sono famosissime: ci si può imbattere in numerose sorprese. Peccato per due cose: la prima, che i "suoi" quadri parlino in romanesco; la seconda, che il suo libro debba aver bisogno della scritta in copertina attestante l'origine dal Web. Trovo sempre più insopportabile l'andazzo per cui i libri si vendono sulla base dei "mi piace" su Facebook. Ma tant'è.

venerdì 23 dicembre 2016

DOPO UN LUNGO SILENZIO



DOPO UN LUNGO SILENZIO
di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 144 pagine, 
2016, 19 euro

L'ho letto e ho ritrovato Dylan Dog, almeno quello che piace a me (che so di non fare testo, e ogni lettore ha il "suo" Dylan preferito, così come chi legge le avventure dello Spirito con la Scure ha il "suo" Zagor preferito - basterebbe solo non pretendere che il resto del mondo si debba adeguare, e io non lo pretendo). Il titolo allude alla lunga assenza di Tiziano Sclavi dalla scrittura dell'Indagatore dell'Incubo, da lui creato nel 1986 senza immaginare il travolgente e clamoroso successo a cui il charatcter (scritto con il pennino intinto nel proprio sangue, nelle proprie lacrime, nel proprio sudore) sarebbe stato destinato. Però allude anche al silenzio delle persone amate dopo la morte, al silenzio della solitudine, al silenzio di Dio, al silenzio dei segreti inconfessati, al silenzio degli abbandoni. Al silenzio che è una delle paure e dei dolori più grandi, quando si cercano risposte, aiuto, motivazioni, appigli, e non si trovano. Sclavi torna da maestro e sembra non aver perso lo smalto di un tempo. Cavalca del resto un suo cavallo da battaglia: la disperazione, l'abisso, il pozzo senza fondo dell'alcolismo. Chi lo abbia letto in passato, in romanzi, interviste, fumetti, lo sa. Io ero presente a una riunione in Bonelli in cui, dando il suo assenso a una campagna contro la tossicodipendenza proposta dal Comune di Firenze e denominata "Droga out", Tiziano volle rimarcare come premessa il dato statistico secondo il quale sono molte (ma molte) di più le vittime dell'alcool di quelle dell'eroina o di qualunque altro veleno del genere. Dylan Dog, ex alcolista, da sempre ben determinato a non bere neppure un bicchiere di birra per accompagnare la pizza, cade quasi per caso (con una facilità sconcertante - ma conforme a quanto si riscontra nella realtà) in un crescendo di bevute che lo portano di nuovo in fondo al baratro. Per uscirne, serve la consapevolezza del proprio stato e il coraggio di ammettere a voce alta "io sono un alcolista". L'altra vicenda che si intreccia con la prima è quella di un altro bevitore, che cerca nell'alcool la voce della moglie morta anni prima, che continua a non rispondergli nonostante ne avverta la presenza. Bello e straziante l'alternarsi delle due trame, e la soluzione (che soluzione non è, o almeno non è rassicurante) che con tempi perfetti porta alla chiusura di un racconto magistrale. Casertano non delude, chiarezza esemplare per efficacia narrativa nella sua interpretazione grafica. Da notare come Sclavi non tenga in considerazione il recente restyling della serie, quasi come si sia voluto riallacciare al punto in cui lui si era fermato, dicendoci: "Dove eravamo rimasti?". La storia è apparsa in contemporanea in edicola, nella serie regolare di Dylan Dog con una copertina completamente bianca, bella idea, (mentre questo volume ne ha una nera) ed è corredata da una prefazione di Roberto Recchioni, da vari schizzi preparativi e dal testo della sceneggiatura. Esiste una anche terza versione (una sorta di varianti cover) per il circuito Mondadori.

martedì 20 dicembre 2016

CHIEDI ALLA POLVERE



CHIEDI ALLA POLVERE
di John Fante
Einaudi
2004, 234 pagine
brossura, 13 euro

Bisognerebbe non fare il confronto fra John Fante e Joh Ernt Steinbeck, nonostante siano tutti e due scrittori americani della stessa generazione (1909 l'anno di nascita del primo, 1902 quello del secondo) e abbiano entrambi raccontato, in romanzi e racconti pubblicati negli anni Trenta e Quaranta di ambientazione californiana ("Chiedi alla polvere" di Fante è del 1939, "Pian della Tortilla" e "Uomini e topi" di Steinbeck sono rispettivamente del '35 e del '37). In tutte queste storie si narra di miseria e di disperazione, di uomini che si arrabattano per un tozzo di pane e un bicchiere di vino, e dello squallore di una vita condotta in quartieri poveri da cui si possono soltanto sognare case meno fatiscenti in strade riservate a chi è riuscito a riscattarsi socialmente. Però mentre Steinbeck, americano purosangue, è scrittore da Nobel, ebbe una vita agiata e borghese e un'ottima educazione, Fante assomiglia tragicamente al suo alter ego Arturo Bandini, protagonista di molti suoi racconti, scrittore figlio di immigrati italiani stabilitisi a Boulder, nel Colorado. La famiglia Fante era originaria di Torricella Peligna, in provincia di Chieti, mentre quella della madre (il cui cognome era Capoluongo) veniva dalla Basilicata. La vita difficile e turbolenta in condizione di povertà e gli scontri con il padre portano John Fante a decidere di cercare fortuna a Los Angeles, dove spera si poter vivere vendendo racconto alle riviste letterarie (che all'epoca erano molto diffuse) e soggetti per il cinema. La stessa cosa fa Arturo Bandini, che campa mangiando arance (che si possono comprare a dozzine per pochi centesimi) in una squallida camera d'albergo di Bunker Hill di cui stenta a pagare l'affitto ed è sempre sul punto di essere cacciato fuori. Probabilmente Bandini ha quel minimo di talento che gli basta per venire occasionalmente pubblicato, e questo alimenta il suo amor proprio (si crede un grande scrittore) ma quando incassa qualche dollaro sperpera immediatamente ciò che ha guadagnato tornando quasi subito alla vita miserabile di prima, pur guardando con disprezzo i poveracci come lui. Leggendo "Chiedi alla polvere" si resta colpiti e inquietati dalla vita miserevole della Los Angeles durante la Grande Depressione, e questo è uno dei meriti del romanzo, che descrive bene, con efficacia, quel tipo di realtà. Una realtà fatta anche di razzismo nei confronti, per esempio, dei messicani considerati una razza inferiore, al pari di tanti altri stranieri di origine diversa (Bandini ci tiene però a dire che lui, nonostante il nome, è americano del Middle West). Però poi fanno davvero cadere le braccia i pensieri, i discorsi e i comportamenti assurdi, sgradevoli, stupidi, ridicoli di Arturo Bandini, personaggio antipatico quanto pochi altri. A volte si ha la voglia di gettare via il libro esclamando: "ma no! Ma questo è imbecille!". Davvero difficile arrivare in fondo senza detestare l'aspirante scrittore, descritto impietosamente da John Fante come se comunque, identificandosi con lui, volesse dare dell'idiota a se stesso. Per questo non si resta coinvolti nella storia d'amore che si snoda per tutto il libro: quella a senso unico fra Arturo e Camilla Lopez. appunto una messicana (che ama un altro, il barista Sam, da cui è disprezzata per le sue origini). Camilla, tossicodipendente e psicolabile, sì che è un bel personaggio: però quando per due o tre volte si offre di darsi ad Arturo e questi è assolutamente incapace di concludere alcunché,il lettore è tentato di bruciare il libro nel primo caminetto. La storia peraltro ha un non-finale (Camilla scompare e non si sa che fine abbia fatto). L'impotenza sessuale (di chiara origine psicologica) di Bandini si manifesta in un altro paio di occasioni, a testimonianza della sua incapacità di gestire i rapporti con le donne (così come è incapace di gestire il denaro). Più che a Steinbeck, appunto, John Fante si può accostate a Charles Bukowski, che dichiarò di considerarlo "il migliore scrittore che abbia mai letto" e "il narratore più maledetto d'America". Steinbeck, ecco, non era maledetto e nella sua visione delle cose dalla povertà e dall'abbrutimento ci si poteva redimere.

martedì 13 dicembre 2016

CHIAMATE JEEVES




CHIAMATE JEEVES
di Pelham Grenville Wodehouse
Collana Grande Universale Mursia
Prima edizione marzo 1989
brossurato - 230 pagine
lire 10.000

Jeeves è forse il personaggio più celebre di Wodehouse, anche se io preferisco tutti quelli del ciclo del castello di Blendings. Così l'impareggiabile maggiordomo viene descritto da Guglielmo Zucconi, nella presentazione: "Conosce il latino, cita a proposito Tennyson e Shakespeare, è rigoroso custode delle differenze di classe, è sempre disponibile a salvare con geniali pensate il suo padrone, ma proprio perché i tempi sono duri, le tasse terribili, i castelli diroccati, le rendite prosciugate, è costretto a suggerire agli avviliti padroni azioni perverse che mal si conciliano col suo stile". In questo romanzo, Jeeves non è al servizio di Bertam Woster Wooster detto Bertie, che è assente per studi (raccontati in un altro romanzo), ed è stato da lui "prestato" al nono conte di Rowcester, nobile ancora più rovinato e sconvolto di Bertie. Proprio costui è il coprotagonista, con Jeeves, del romanzo. Insieme, i due si improvvisano allibratori (clandestini e mascherati, e pronti a fuggire con i soldi delle scommesse) per ramazzare i soldi indispensabili al sostentamento del maniero in rovina della famiglia, Rowcester Abbey. Spiega il riassunto in quarta di copertina: "La comica vicenda si svolge in un fatiscente castello, emblema della decadente aristocrazia inglese del dopoguerra, che viene messo in vendita per rinsanguare le dissestate finanze del giovane lord. Allorché il maniero, Rowcester Abbey, ed il suo sprovveduto signore vengono concupiti da un'ereditiera americana, appassionata di parapsicologia, che trova quelle antiche mura un'ideale riserva per la caccia dei fantasmi, tutto sembra risolto. Ma ecco che ad ingarbugliare la matassa intervengono fidanzate gelose, cacciatori bianchi della Malesia, biscazzieri di Ascot... solo un Jeeves in forma strepitosa potrà venire a capo di un simile intreccio di equivoci, gags e colpi di scena ed avviare la storia verso il suo meritato lieto fine". In realtà, l'intreccio e le  battute sono al di sotto del livello che Wodehouse raggiunge con i romanzi del castello di Blandings. In ogni caso, le situazioni buffe ci sono: per esempio, lord Rowcester si ritrova in casa il maggiore Biggar uno degli scommettitori da lui truffati quando aveva una maschera sul volto. Jeeves salva diverse volte la situazione con buone trovate sfoggiate con britannico aplomb. Nel finale, il maniero diroccato viene venduto all'ereditiera, che sposa Biggar e si porta in America il castello (smontato e rimontato) e il marito. 

lunedì 12 dicembre 2016

IL MIO CARO WEST


IL MIO CARO WEST
di Moreno Chiacchiera
Fabrizio Fabbri Editore
2014, brossurato
56 pagine, 15 euro

A parte il fatto che tutti i Moreno sono persone speciali e d'ingegno fuori dal comune, Moreno Chiacchiera è davvero strepitoso. Umbro di Foligno, classe 1957, persona di grande umanità e simpatia, faccia da attore comico, meraviglia il fatto che non sia considerato un fumettista di prima grandezza (ma già che oggi la gente preferisce i disegnatori umoristici che scarabocchiano invece di disegnare). In ogni caso non risulta che abbia disegnato dei gran fumetti (nel suo curriculum trovo solo qualche accenno), mentre sicuramente è un illustratore di prim'ordine noto e attivo soprattutto all'estero (Inghilterra, USA, Canada, Australia, Giappone, Spagna, Francia, Austria, Paesi Arabi). Illustra libri per ragazzi con garbo e ironia, e basta vedere una delle sue opere per rendersi conto del suo talento. In Italia si rintracciano una serie di divertenti libri pubblicati da Fabrizio Fabbri Editore, tutti consigliati, e dedicati ciascuno a una particolare tematica: i pirati, il medioevo o, come in questo caso, il West. Si tratta di singole tavole con una sola illustrazione umoristica a colori, regolarmente azzeccata (fa ridere) e comprensibile al primo sguardo. Esilaranti i suoi Cavallo Pizzo e Cavallo Puzzo, senza dimenticare Toro Sudato e Toro Sedato. Sono lieto di essergli amico, ma si sa che fra Moreni ci si intende.

domenica 11 dicembre 2016

LA POSIZIONE DELLA MISSIONARIA





LA POSIZIONE DELLA MISSIONARIA
TEORIA E PRATICA DI MADRE TERESA
di Christopher Hitchens 

Minimun Fax

II edizione riveduta e ampliata
2003, brossura
134 pagine, 8,50 euro


Spero di riuscire a parlare di questo libro senza scatenare travasi di bile soltanto nell'accennare all'argomento, e assicuro che lo farò senza sposare la tesi dell'autore, ma soltanto per illustrarla, per far sapere che esiste, poi ognuno giudicherà da sé. Io, personalmente, dubito delle "icone" così come dubito di Hitchens, per cui non ho problemi ad affiancare al "santino" ufficiale di Madre Teresa il parere opposto di un testimone che l'ha conosciuta di persona e che, soprattutto, ne ha studiato il "fenomeno" (un parere espresso, va detto, in modo mai sguaiato o volgare e sempre sorretto quanto meno da un ragionamento logico e lineare, anche se non sempre esercitato su circostanze davvero clamorose). Questa premessa va fatta, dato che qualcuno ha reagito commentando così: "Se esiste un inferno, Hitchens ci andrà per questo libro. E anche i suoi editori". Peraltro, trovo più grave la seconda delle due maledizioni (anche se chi crede all'inferno dovrebbe sapere che è soltanto Dio a decidere chi ci debba finire e non ci si può arrogare il diritto di stabilirlo in vece sua). Di Hitchens sono celebri il saggio "Dio non è grande" e il libro "Processo a Dio", scritto con Tony Blair: il celebre giornalista e polemista inglese sé è comunque scomparso (per cui il suo destino oltretombale, qualunque sia stato, si è già compiuto). Va anche detto, preliminarmente, che Hitchens ha esercitato la sua vena iconoclasta anche con un libro su Lady Diana e dunque non sia nuovo nella pratica di mettere in crisi i ritratti preconfezionati delle icone venerate praticamente da tutti. Prima di leggere "La posizione della missionaria", non avrei mai creduto che si potesse scrivere qualcosa del genere su un personaggio come Madre Teresa, da tutti portato in palmo di mano (in effetti, un po' troppo portato e un po' troppo da tutti). E appunto per questo ho comprato il libro e l'ho letto nel giro di poche ore, per cercare di capire che cosa potesse contenere. 


Devo dire che, in realtà, il fatto che perfino sull'operato di Madre Teresa si possano esprimere delle riserve, mi sembra scontato già che non sono propenso ai tabù. Nel libro-intervista a Paolo Villaggio "Non mi fido dei santi",  il comico genovese ricorda un suo soggiorno in Algeria per le riprese di "Brancaleone", e dice: "Nella località dove era stato allestito il set, un giorno incontro una signora belga che stava attraversando il deserto in pullman. Era stata l'assistente di Albert Schweitzer, quel medico che fece il famoso ospedale a Lambarenè, in Gabon. Io, incuriosito da questo personaggio molto famoso le chiedo: 'Com'era lui?'. Risposta: 'Non lo dica in giro, ma Schweitzer era cattivissimo'. Ma ne racconto un'altra. Vado a Calcutta con mia moglie. Il console onorario italiano ci porta, su mia richiesta, a vedere l'ospedale di Madre Teresa. Durante questa visita, dove tutto è ordinato e pulito, chiedo a suor Angela, una italiana che ci fa vedere il lebbrosario: 'Mi dica la verità, com'è Madre Teresa?'. La suora si guarda attorno e sottovoce mi dice: 'La verità? Una carogna!'. Madre Teresa ha ottenuto una delle più rapide beatificazioni mai viste. Non mi fido dei santi". Sul caratteraccio di Madre Teresa esistono comunque altre testimonianze (ma certo sono tanti i santi dai modi bruschi e magari qualcuno avrà pure avuto ragione). In TV, poi,  ho visto un documentario (realizzato da Roberto Giacobbo) in cui si accennava alla lunga crisi di fede della religiosa confidata al padre spirituale e di cui si è saputo di recente, grazie alla pubblicazione delle sue lettere. Madre Teresa, pare, era disperata di fronte al silenzio di Dio, al fatto che non riusciva più a sentirlo. Lavorava ugualmente esortando gli ammalati ad avere fede, ma lei questa fede non l'aveva più. La si può capire: di fronte al dolore non è facile convincersi che lassù qualcuno ci ama, e anche i deportati di Auschwitz si chiedevano dove fosse Dio in quel momento. 

Chiusa la parentesi, torniamo a Hitchens. Abbiamo accennato al rapidissimo processo di beatificazione di Madre Teresa, poi sfociato alla gloria degli altari quando è stata fatta santa. Ecco, il giornalista inglese vi ha preso parte. E' stato infatti convocato dal Vaticano per fare, in qualche modo, l' "avvocato del diavolo" e testimoniare contro la candidata agli altari. Il che dimostra come sia legittimo anche in questi casi, e anzi, soprattutto in questi casi, cercare di appurare la fondatezza delle voci contrarie alla canonizzazione. Dunque, proprio la Chiesa ha ritenuto Hitchens un testimone abbastanza attendibile da mettere a verbale la sua testimonianza, avendo il polemista conosciuto personalmente la futura santa e realizzato su di lei un documentario, oltre che scritto molti articoli, riassunti poi ne "La posizione della missionaria", i cui argomenti sono basati sul proposito dell'autore di voler giudicare Madre Teresa dai fatti e non sulla base dell'immagine propagandata acriticamente dai media. Quali sono, in buona sostanza, le accuse di Hitchens? La principale è quella di non voler lenire il dolore o sconfiggere la povertà, ma soltanto voler convincere i malati e i poveri a sopportare la loro condizione in nome di un fondamentalismo cattolico ultraconservatore. Negli ospedali di Madre Teresa sarebbero banditi macchinari e strutture mediche moderne, analgesici e terapia del dolore e perfino i letti comodi, al punto che interi edifici avuti in donazione sono stati spogliati delle suppellettili (gettate per strada a partire dal linoleum, con meraviglia di tutti) per puro disprezzo di ogni parvenza di comodità, scambiata per "lusso". Alcune suore che avevano fatto della conserva con i pomodori ricevuti in dono furono maltrattate perché bisognava aver fiducia nella Provvidenza e non mettere da parte niente per il futuro. In molti aneddoti (sempre rigorosamente documentati) si intravede in effetti un po' di fanatismo. Scrive il giornalista, facendo un esempio riguardante una struttura chiamata 'La Casa dei Moribondi': "Le entrate complessive di Madre Teresa bastano e avanzano per attrezzare svariati ambulatori di prim'ordine nel Bengala. La decisione di non farlo, e di gestire invece un centro improvvisato e inefficiente che rischierebbe denunce e proteste se fosse diretto da qualsiasi branca della professione medica, è deliberata. Lo scopo non è quello di dare un'onesta assistenza ai sofferenti, bensì di promulgare un culto basato sulla morte, la sofferenza e la sottomissione". Non sfugge all'analisi di Hitchens il discorso pronunciato dalla futura santa durante la cerimonia della consegna del Nobel per la Pace (l'autore, peraltro, si chiede che cosa, in effetti e praticamente, abbia fatto Madre Teresa per la pace): prendendo la parola, la religiosa paragonò lo sterminio per fame all'aborto, ritenendo anzi l'aborto e la contraccezione i principali mali del mondo. Dunque, colpevolizzando in primo luogo le donne che, spesso, ad abortire sono costrette dalla necessità (e lo fanno con dolore) e non rendendosi conto che una politica di controllo delle nascite limiterebbe di molto lo sterminio per fame. 


Inoltre, è interessante l'analisi che Hitchens fa sui rapporti di Madre Teresa con dittatori, truffatori, criminali di mezzo mondo, tutti fotografati con lei e da cui lei mai avrebbe preso le distanze. Ovviamente, quando la religiosa è stata invitata a restituire ai legittimi proprietari donazioni avute in dono da gente che le ha dato denaro rubato, lei non lo ha fatto (e del resto, sulla sorte di milioni e milioni di dollari ricevuti in anni e anni di apostolato, non è mai stata fatta chiarezza e non si sa come i fondi vengano utilizzati). Così come colpisce la si disamina del giornalista su come la fama della futura santa sia stata costruita con un sapiente uso dei media, a partire dalla pubblicità data a dei miracoli che le sono stati attribuiti e che in realtà non sono mai avvenuti. Un'altra accusa è quella di non fornire un'assistenza umanitaria disinteressata, ma finalizzata al proselitismo, e ci sono anche testimonianze precise di battesimi impartiti in punto di morte su indù e musulmani, prendendo come un assenso la risposta "sì" data alla domanda: "vuoi andare in Paradiso?". Per finire, è significativo un aneddoto: un povero sta per morire straziato dal cancro, rantola e si contorce ripreso da una telecamera; Madre Teresa gli dice: "Stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando". E il moribondo: "Allora, per favore, digli di smettere di baciarmi".

sabato 10 dicembre 2016

IL MANUALE DELLE GIOVANI MARMOTTE


IL MANUALE DELLE GIOVANI MARMOTTE
a cura di Mario Gentilini
Mondadori
1969, cartonato
254 pagine, 1500 lire

Ho una copia originale in ottimo stato di conservazione, ritrovata su una bancarella dell'usato (cinque euro, per la cronaca). Inutile dire della quantità di ricordi legati a un libro come questo. Da bambino leggevo gli albi di Topolino e invidiavo moltissimo Qui, Quo e Qua non perché andavano al campeggio ma perché potevano avere le risposte a tutte le domande proprio consultando il loro "Manuale delle Giovani Marmotte". Nell'universo Disney, il Manuale delle Giovani Marmotte ("Junior Woodchucks Guidebook") è una sorta di prontuario in formato tascabile, in dotazione a tutti i membri (appunto) delle Giovani Marmotte, che costituisce una vera e propria enciclopedia dello scibile umano, utile per cavarsi d'impiccio in tutte le situazioni. In una canzone di Eugenio Finardi, "Vil Coyote", il cantautore accenna a "chi vorrebbe avere tutte le risposte, come nel Manuale delle Giovani Marmotte". Io, appunto. Sarebbe molto utile anche per cavarsela alla mia età, se esistesse. Fatto sta che a sette o otto anni, quando vidi la pubblicità del Manuale realizzato dalla Mondadori feci carte false per farmelo comprare. Ammetto che restai un po' deluso. Il libro era (ed è) delizioso, però tutte le risposte non c'erano. Si parlava soprattutto di campeggio e di bricolage (come costruirsi un arco, come orientarsi nel bosco, come allestire un bivacco per il picnic, come fabbricarsi un piffero). Però c'erano anche consigli su come lavare il cane, suonare i calici con il dito sul bordo, collezionare francobolli. E non mancavano notizie storiche e scientifiche presentate come aneddoti o curiosità divertenti. In pratica è una sorta di almanacco per ragazzini svegli e curiosi - quali eravamo noi negli anni Settanta, indubbiamente. Oggi stupisce la qualità di riferimenti ai pellerossa, che all'epoca andavano di moda nei giochi dei ragazzi ("facciamo a indiani e cowboys?") grazie ai film e ai telefilm western - che non ci sono quasi più, in ogni caso i ragazzi odierni gli Apaches non sanno neppure che siano mai esistiti. Il tutto corredato da decine e decine di gradevolissime illustrazioni di Giovan Battista Carpi. Sarebbe interessante capire cosa pensano di un Manuale come questo i nativi digitali, che per orientarsi nel bosco hanno un'app nel telefonino e non soltanto non si fabbricano pifferi ma non desiderano neppure suonare la chitarra (quelli con chitarra una volta acchiappavano le ragazze e in ogni compagnia ce n'erano almeno un paio). Figuriamoci poi chi colleziona francobolli fra quelli con meno di quarant'anni. Il libro di cui stiamo parlando è comunque solo il primo di una lunga serie: la Mondadori Editore ha pubblicato dal 1969 al 1989 una collana in otto volumi curata da Elisa Penna e Mario Gentilini. Nel 1991 è uscito anche un "Maxi Manuale delle Giovani Marmotte" contenente una selezione del "meglio del meglio", e nel 2002 la Disney Italia ha pubblicato "ll Nuovo Manuale delle Giovani Marmotte".

venerdì 9 dicembre 2016

L'INFINITO IN BREVE



L'INFINITO IN BREVE
di Edoardo Boncinelli
Rizzoli
2016, cartonato
160 pagine, 16 euro

"Scrivo aforismi da venticinque anni", confessa Boncinelli nella sua introduzione, "perché mi diverto e perché è l'unico modo che ho per esprimere, seppure in forma scherzosa, quello che penso, in un mondo che vieta sempre più espressamente di farlo, anche se afferma il contrario. Il politically correct da una parte e l'ipocrisia sempre più raffinata dall'altra soffocano ogni riflessione di qualche portata e ci obbligano a dire tutti le stesse cose, o il loro contrario esatto, che è sempre l'espressione di una coazione. Si direbbe quasi che c'è in giro soltanto sgarbo o retorica, e non se ne esce. O meglio, se ne esce solo scherzando". 

Quale autore a mia volta di migliaia di aforismi (duemila dei quali ho anch'io racconto in una antologia, "Utili sputi di riflessione"), non posso che sottoscrivere. Tuttavia "L'infinito in breve" (fantastico come titolo) non raccoglie soltanto aforismi, ma anche considerazioni di una decina di righe, il che ne fa una sorta di piccolo zibaldone (Leopardi e il suo libro di annotazioni sono espressamente citati a pagina 69), comunque incentrato su riflessioni riguardanti la scienza (e il metodo scientifico) e i suoi rapporti con la filosofia, la religione, il costume, la società. Boncinelli, infatti, è uno dei massimi genetisti italiani. Le frecciate al trascendente sono frequenti, così come la critica verso gli atteggiamenti antiscientifici diffusi dovunque soprattutto in Italia. "L'intelligenza è un'arma, ma gli italiani sono pacifisti", si legge a pagina 33. Altre chicche: "Se pensi di non farcela, non ce la farai". "Con Dio ho un rapporto molto famigliare: io gli parlo e lui non mi risponde. Proprio come succede con mia moglie". "Sono venticinque secoli che la filosofia inquadra i problemi, ma non scatta mai la foto". "Nell'intento di raggiungere la trascendenza, molti italiani si fermano al trash".

giovedì 8 dicembre 2016

L'ERBA DELLE NOTTI



L'ERBA DELLE NOTTI
di Patrick Modiano 
Einaudi
2014, cartonato
140 pagine, 18 euro

Lo scrittore francese Patrick Modiano (classe 1945) è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 2014: questo, purtroppo, è il suo più evidente limite. Lo etichetta cioè per quel che sicuramente è, vale a dire come un grande autore, ma noioso. Quando si tratta di romanzieri, non credo si possa vincere il Nobel senza essere pallosi, non c'è nulla da fare. A Stephen King, per esempio, non lo daranno mai. Se Modiano non fosse stato un autore in grado di interessare gli svedesi, e si fosse limitato a scrivere thriller, "L'erba delle notti" (2012) gli sarebbe riuscito benissimo (almeno ai miei occhi, beninteso). Perché, in effetti, si tratta di un perfetto noir. Jean, io narrante ormai anziano, cerca di ricostruire, sulla scorta della memoria e di una serie di appunti scritti su dei taccuini, fatti accaduti alcuni decenni prima. I suoi ricordi sono confusi, e ruotano attorno a una donna misteriosa, Dannie, conosciuta per caso nella Parigi degli anni Sessanta ed entrata per pochi mesi nella sua vita per poi scomparire senza che Jean abbia potuto intessere con lei una storia d'amore (nonostante lui se ne sia invaghito), né gli sia stato possibile capire chi fosse realmente. Dannie lo mette n contatto con una serie di personaggi equivoci, francesi e marocchini (Gérard Marciano, Paul Chastagnier, Aghamouri, Duwelz, Georges), di cui non sono chiare le attività: tutto è fumoso, come se tramassero qualcosa di illegale e di pericoloso, ma Jean non riesce a venirne a capo, forse anche a causa della sua giovane età che lo rende un po' ingenuo. Che ci siano dietro loschi intrighi è chiaro quando Jean viene interrogato da un poliziotto, Langlais, che gli chiede conto delle sue frequentazioni. Il giovane esce comunque quasi subito dalle indagini perché gli investigatori capiscono la sua estraneità. Presente e passato si mescolano di continuo, ed è a mezza strada che Langlais, ormai andato in pensione, consegna a Jean il fascicolo con i documenti dell'inchiesta incompleta e ormai archiviata. Per l'io narrante esaminare quei fogli è come leggere la vita di un altro: quasi non ci si riconosce perché si accenna a servizi segreti, a un omicidio, a falsi nomi. Alla fine non se ne viene a capo: il velo di nebbia che grava sul passato non si dissolve. Le vicende restano oniriche. Forse Jean è stato utilizzato per qualche motivo, gli è stato dato un ruolo a sua insaputa negli ambienti equivoci che per caso si è trovato a frequentare, Dannie lo ha usato come copertura o chissà che. Qualcosa si chiarisce ma molto resta confuso. Sembra questo il destino della nostra vita: cercare di recuperare ciò che è stato e che abbiamo vissuto senza consapevolezza. La mescolanza tra passato, presente e sogno è tipica della poetica di Modiano, così come la ricostruzione di ambienti malinconici e persi nella memoria. Senza il Nobel, forse l'autore avrebbe potuto concludere il suo romanzo facendo invece chiarezza, e consegnandoci il nome dell'assassino, oltre a descrivere come si deve la vittima, le modalità dell'omicidio, il movente e tutti i retroscena. Invece, alla fine si sbadiglia e ci si rende conto di aver capito ben poco della vicenda. Lo so, sto scrivendo sciocchezze, ma primo non punto al Nobel, secondo vorrei sempre che tutte le storie finissero consegnandomi quelle rassicuranti certezze e tutte le spiegazioni che mancano nella mia vita.

mercoledì 7 dicembre 2016

L'OPERA AL NERO





L'OPERA AL NERO
di Marguerite Yourcenar
Universale Economica Feltrinelli
2003, brossurato
304 pagine, 9 euro


Si tratta di un romanzo scritto nel 1968, da cui nel 1988 è stato tratto un film con Gian Maria Volonté nei panni di Zenon Ligre. Zenone è il protagonista di una trama avventurosa, storica e filosofica al tempo stesso, intendendo per "avventura" un susseguirsi di spostamenti, di fughe, di anni passati sotto mentite spoglie in varie regioni dell'Europa rinascimentale, ma con un centro di gravità permanente nelle Fiandre e nella città di Bruges in particolare. E' inutile ricapitolare per filo e per segno le traversie di Zenone, uomo di scienza e di libero pensiero in un'epoca (il Cinquecento) dove la Controriforma mandava al rogo i presunti eretici al pari dei fornicatori, degli omosessuali e degli atei. Preferisco buttare giù di getto qualche considerazione immediata da lettore che ha appena chiuso l'ultima pagina con un groppo alla gola. La prima cosa che mi viene in mente di dover dire è che si tratta di un libro molto bello. Però, per tutta la durata della prima parte, ho proceduto con fatica nella lettura, e sono stato più volte tentato di lasciar perdere per passare ad altro. Mi rendevo conto che la lingua sontuosa e le lunghe dissertazioni filosofiche erano utili e da ammirare, ma i capitoli mi sembravano di una noia mortale. Tuttavia, non ho ceduto alla voglia di smettere e sono andato avanti, venendo ampiamente ripagato. Da un certo punto in poi, la storia è diventata ipnotica e affascinante, pur nella sua lentezza e nella sua assenza di accadimenti clamorosi e di dialoghi serrati. La prosa ricercata, i vocaboli scelti con precisione certosina, l'eleganza formale della narrazione, la ricchezza di particolari nella descrizione di mille sfumature e il ricorso a ricercate metafore, alla fine mi hanno portato a una sbalordita ammirazione per l'autrice, in grado di descrivere la vita quotidiana così come i moti dello spirito e del pensiero di un'epoca così complessa come quella di Filippo II. Chi è, alla fine, Zenone? E' un libero pensatore che non si rassegna a tenere la bocca chiusa celando le sue convinzioni (che non sono neppure blasfeme), e finisce per pagare con una vita trascorsa braccato dal Santo Uffizio, dagli inquisitori, dai filosofi della Sorbona, dai procuratori dei sovrani cattolici. Uno che fino all'ultimo secondo, quando sente la vita sfuggirgli dalle vene tagliate, cerca di riflettere sulle sue sensazioni per approfondire su se stesso i suoi studi di anatomia. Zenon Ligre è un laico guidato dalla ragione in un mondo strangolato dall'irrazionalità delle sovrastrutture religiose che imbrigliano il pensiero della sua epoca, uno che si chiede il perché delle cose, e indaga sui moti dell'animo come sulla meccanica dei fluidi. Un medico che fa della filosofia una ragione di vita, ma non esita ad aiutare una donna, che lo supplica, ad abortire per evitargli di essere uccisa dal marito che, tornando da un viaggio, avrebbe scoperto il tradimento di lei, che cura i ricercati rischiando di finire sulla forca con loro, che consiglia la prudenza a chi rischia l'arresto per una storia d'amore ma che non alla fine si consegna da solo ai suoi persecutori che hanno fatto roghi con i suoi libri, convinto di dover essere coerente con le proprie idee e smettere di nascondersi. Dopo qualche giallo, qualche romanzo di fantascienza, qualche racconto gotico e qualche graphic novel, un testo impegnativo come questo, basato sulle idee che hanno fondato il pensiero moderno (una conquista costata la vita a tanti), è un'esperienza da fare.

sabato 3 dicembre 2016

HI & LOIS FAMIGLIA S.P.A



HI & LOIS FAMIGLIA S.P.A
Testo: Mort Walker - Disegni: Dik Browne
Oscar Mondadori
Novembre 1979 - brossurato


Il curatore Beppi Zancan, come già in altri libri da lui messi assieme, continua ad attribuire queste deliziose strip (iniziate negli USA a partire dal 1954) al solo Mort Walker, scrivendo unicamente il nome di questi in copertina. In realtà (si vede e viene detto nella prefazione) i disegni sono di Dik Browne, validissimo cartoonist della scuola di Walker, in seguito destinato a essere conosciuto in proprio con Hagar il Vikingo. Il motivo della scelta di Zancan sembra chiaro: Walker è l'autore di Beetle Bailey e il suo nome in copertina attira di più. Ma qui Dik Browne fa un lavoro notevolissimo in efficacia e pulizia si tratto, in sintesi e in eleganza, senza cercare grafismi esasperati, puntando solo e semplicemente a comunicare. I testi di Walker brillano comunque per humor e per efficacia. Chiunque abbia una famiglia e dei bambini non puï non riconoscersi nelle vicende della famiglia di Hi e Lois, lui (Hiram) il marito e lei la moglie, contornati da quattro figli e un cane. I figli sono ben assortiti in modo da creare problematiche diverse a seconda dell'età: si va dall'adolescente Chip fino alla neonata Trixie, passando per i bambinetti gemelli Macchietta e Ditto. La differenza fra questa strip e "Blondie e Dagoberto" (a cui pure somiglia molto per tematica, eleganza e pulizia di tratto, e tipo di humor) consiste principalmente nel fatto che lç sono messi sotto il riflettore soprattutto i due coniugi, qui è il complesso della famiglia a recitare in gruppo. Le battute sono quasi tutte azzeccate, divertenti. A volte sono anche poetiche, come quelle che vedono Trixie giocare con un raggio di sole.