lunedì 20 novembre 2017

ORIGIN





Dan Brown
ORIGIN
Mondadori
2017, cartonato
560 pagine, 25 euro

Se qualcuno mi chiedesse perché, dopo aver letto gli ultimi romanzi di entrambi, non comprerò il prossimo di Paolo Cognetti (Premio Strega 2017) mentre certamente divorerò quello che scriverà Dan Brown (che mai vincerà alcun premio letterario), risponderei così: perché Cognetti (che ho cito soltanto perché è il più recente illustre premiato con la medaglia d'oro) non mi fa venire voglia di andare avanti pagina dopo pagina, mentre Dan Brown sì. Mi rendo conto che il limite è tutto mio, se prima del bello stile viene l'interesse per una trama che avvince e coinvolge, però che ci devo fare? La storia dell'amicizia ritrovata fra due ex ragazzi che si sono conosciuti durante le vacanze estive mi fa sbadigliare, quella della scoperta dell'origine della vita che mette in discussione tutte le credenze religiose mi appassiona. Sarò strano, ma è così. Del resto Dan Brown ha il talento (dal mio punto di vista) di saper scegliere proprio gli argomenti che maggiormente mi intrigano: Dio, il destino dell'umanità, una diversa interpretazione dei Vangeli, l'eterno femminino, la sovrappopolazione, le religioni, le opere d'arte, l'entropia, gli sviluppi della tecnologia (ho messo nel calderone le tematiche dei romanzi più noti dello scrittore statunitense). Premesso tutto ciò, il nuovo titolo di Brown, "Origin", che riporta sulle scene il personaggio di Robert Langdon, insegnante di simbologia religiosa ad Harvard, non è il migliore della sua produzione, pur facendosi leggere tutto d'un fiato nonostante le oltre cinquecento pagine. Lascia tuttavia soddisfatti perché effettivamente, alla fine della storia, le ipotesi che si propongono sulll'origine della vita e sul destino dell'uomo sulla Terra sono non soltanto plausibili ma perfino probabili. Come nel caso di "Inferno" riguardo alla sovrappopolazione, Brown ha (secondo me) perfettamente ragione. Del resto le stesse idee, più o meno, sono state sostenute letterariamente da Isaac Asimov (certi suoi racconti come "L'ultima domanda" o "Biliardo darwiniano" sono del tutto in linea), e scientificamente da parecchi studiosi le cui ricerche sono alla base della documentazione che Brown ha poi rimaneggiato per trasformarle in romanzo. Dunque, lo scrittore dà piena soddisfazione alle curiosità iniziali da lui stesse solleticate. Il nome di Asimov risulta particolarmente significativo dal momento che in "Origin" compare un personaggio insolito: un programma (di computer) senziente chiamato Winston, che rende il romanzo a pieno titolo un giallo fantascientifico avvicinabile ai racconti asimoviani con Multivac o con il detective robot Daniel Olivaw. Quel che un pochino lascia perplesso è il fatto che di nuovo, sostanzialmente, la trama ricalchi il deja vu di altri romanzi: Robert Langdon è in fuga, braccato, con una donna al suo fianco (in questo caso una certa Ambra), seguendo il filo di una sorta di caccia al tesoro destinato a trovare la soluzione a un appassionante quiz. Magari questa volta si poteva sperare in qualcosa di diverso, ecco. Poi sa un po' di "americanata" (uso sempre malvolentieri questo termine, ma in questo caso ci vuole) lo show con cui uno scienziato, Edmond Kirsch, intende annunciare al mondo la scoperta che cambierà tutto, in una sorta di grande party in collegamento con tutti i canali multimediali e con i social. Ecco un punto chiave, in effetti: il romanzo mette in evidenza quanto sia diventata importante la comunicazione via Internet. Però, suvvia, gli scienziati le loro scoperte le presentano in un altro modo. Strano anche che Kirsch fosse uno studioso solitario e indipendente e che soltanto lui fosse a conoscenza dei risultati che vuole, a un certo punto, rendere pubblici tramite un evento in stile hollywoodiano. Poiché qualcuno lo uccide prima della rivelazione, la caccia al tesoro condotta da Langdon punta a scoprire la password che dà accesso alla memoria del suo computer. Nella realtà gli scienziati lavorano in equipe e non c'è computer che un buon tecnico non riesca a violare anche senza password. Stupisce infine l'ambientazione spagnola, e soprattutto il ricorso una famiglia reale (nel senso del Re) del tutto irreale. Dato che l'universo di Langdon dovrebbe essere il nostro, e non una realtà parallela (almeno, vista l'attenzione dell'autore nel ricostruire luoghi e figure storiche), o non si fa cenno ai monarchi madrileni (utilizzando figure fittizie del loro entourage) o li si mette in scena con i loro veri nomi e cognomi.

mercoledì 15 novembre 2017

FACEZIE



Cinque libri in tre anni sono un discreto bottino. E' probabile che diventino sette in quattro, ma questo lo vedremo alla fine del 2018. Per ora, facendo un bilancio, vedo che dal 2015 a oggi sono arrivati in libreria "Utili Sputi di Riflessione", "Tex Secondo Letteri" e "Sarò bre" (editi da Allagalla) e "Dall'altra parte" e "Facezie" (pubblicati da Cut Up). Ci sarebbe in realtà anche il libro intervista della  collana "Lezioni di fumetto" (Comicout) dove rispondo alle domande di Laura Scarpa, ma appunto è un libro di Laura e non mio; e ci sarebbe ancor di più la raccolta di un romanzo e due short-tales "La capanna nella palude e altri racconti" (Cartoon Club) ma soltanto uno dei tre titoli è inedito, il più breve, e dunque lo si può considerare una ristampa (anche se con titolo e copertina nuovi). Lo scaffale dedicato alle mie pubblicazioni letterarie nella casa dei miei ventitré lettori si sta appesantendo sempre più, e siccome "Facezie", l'ultimo libro, è piuttosto ponderoso, bisognerà puntellarlo. Ovviamente scherzo, e sono io per primo a essere stupito della quantità di testi a mia firma dati alle stampe. Però, se gli editori (quei due o tre, ancora piccoli, di cui sono amico prima che collaboratore) me li accettano e talvolta me li chiedono e anzi li sollecitano, vorrà dire che qualcuno li compra e forse li legge. Me ne meraviglio, ma mi arrendo all'evidenza.

La lettura di "Facezie" sarà, per chi vorrà cimentarsi nonostante le 320 pagine, forse più gradevole e divertente, se non esilarante, di tutte le altre. Ci ho messo quaranta anni a scrivere questo libro, considerando che ci sono dentro anche testi comici che ho scritto quando frequentavo il liceo. Oltre a quelli (una intervista a Giulio Cesare, un poema goliardico in venti canti endecasillabi) sono finiti nel calderone le canzoncine di Cico, i monologhi di cabaret con protagonista una certa sboccatissima Bianca Bandiera, le vignette realizzate insieme a James Hogg (comprese le strisce del ginecologo Gustavo La Passera), le interviste a Zagor e a Dylan Dog apparse su "Collezionare", il dizionario degli insulti, le recensioni del Kamasutra e di altri testi sacri. 

Subito dopo la fantastica copertina di Walter Venturi e la  dotta e ironica (ironicamente dotta) prefazione di Stefano Fantelli, troverete una mia introduzione che vi copio qui sotto (così potete leggerla, se volete, senza comprare il libro). Vorrebbe essere un testo comico anche questoVolendo potete già ordinare il libro presso il sito della Casa editrice: fino al 15 novembre lo otterrete scontato (14 euro invece di 15) e con spedizione postale gratuita. Cioè vi basta un clic e vi arriva a casa. Ecco il link:



IL TEATRO DEI BURATTINI
di Moreno Burattini

In cognomen omen, si potrebbe dire. Chiamandomi Burattini, scappa da ridere a me che mi presento e a quello a cui tendo la mano. Tempo fa ho telefonato al teatro Colla per prenotare: “Vorrei dei posti per lo spettacolo di marionette”. “Va bene, a che nome?”. “Burattini”. Gelo dall’altra parte della linea. Avrà pensato che stessi prendendoli per i fondelli. E così mi devo trattenere nel prendere in giro gente che si chiama in modo strano, tipo Banana Yoshimoto: magari Burattini in giapponese significa cetriolo. Chissà se è per questo (per il cognome che mi è toccato in sorte) che ho sempre avuto il vezzo di cercare di far ridere. Il che non significa che ci sia sempre riuscito, anche perché ognuno ride a modo suo. Non intendo discutere su ciò che fa o che non fa ridere perché è un argomento scivoloso (e le scivolate, comunque, tranne quando capitano a me, mi fanno ridere). Una volta ho assistito a un esperimento in TV, in cui un italiano raccontava una esilarante barzelletta a un gruppo di arabi: neppure un accenno di risata. Quindi uno di loro raccontava all’italiano una loro storiella, che faceva sbellicare quelli con lui, ma che lasciava estremamente perplesso il nostro concittadino (e me). Quindi, noi e loro ridiamo in modo diverso. 

Ma anche tra di noi i pareri sono discordi e c’è chi, con mio estremo stupore, non ride guardando Fantozzi, chi storce la bocca di fronte a Checco Zalone e chi non tollera le gag di Cico. Perciò non mi illudo che le mie facezie riscuotano il plauso generale, mi accontento di quello colonnello (risate). Fatto sta che personalmente sono di bocca buona e rido di tutto (divertendomi moltissimo), poi ci sono quelli sofisticati e schizzinosi che ridono di molto meno o di quasi niente (divertendosi, temo, pochissimo). Io la penso come Stan Laurel, che scrisse una poesia dal titolo God bless all clowns, Dio benedica i clown. Venne letta alle sue esequie, insieme all’ultima frase detta dal grande comico: “Se qualcuno si azzarda a piangere al mio funerale, giuro che non gli rivolgerò mai più la parola”. Secondo Dostoevskij, si conosce un uomo dal modo in cui ride. Chissà che cosa pensano di me, allora, quelli che mi vedono sghignazzare di tutto. Penseranno che ci provi con ogni donna, basta che respiri. Il che purtroppo è vero, del resto. Secondo Umberto Eco, “quello che esce indenne dal riso, è valido; quello che crolla, doveva morire”. Quant’è vero. Se una verità non supera la prova dell’ironia, non è una verità. 

Un’altra verità è che, com’è chiaro, ho citato Dostoevskij e Umberto Eco per nobilitare questa introduzione, destinata a presentare un libro vergognoso. Del resto, non ho argomenti per giustificarlo e dunque finora ho divagato. Adesso non mi resta che cercare di spiegarvi qual è la tragica realtà. La casa editrice Cut Up si è accorta che vado in giro per l’Italia a presentare dovunque i miei libri di aforismi (pubblicati da un altro editore) e dunque si è detta: “Stampiamogli anche noi una raccolta di qualcosa di umoristico così nelle stesse presentazioni si porta dietro anche il nostro titolo, e facciamo promozione a costo zero”. Perciò mi è stato chiesto se avevo del materiale comico. Figuriamoci. Scrivo facezie da una vita. Le scrivevo sul diario di scuola dei miei compagni di liceo, facevo filastrocche per i commilitoni durante il servizio di leva, a tutti i matrimoni a cui sono invitato mi pregano di comporre una satira sugli sposi. Ho riempito di stupidaggini tutti gli spazi disponibili. Sul mio blog, su Facebook, su Twitter non faccio altro che piroette verbali. Per non parlare dei testi di cabaret, di quelli per il “Vernacoliere”, delle rubriche su Lupo Alberto e su Cattivik che ho curato per anni. Mettere insieme questa raccolta è stata una cosa da ridere, nel senso di molto facile. Che poi faccia ridere qualcuno tranne me, è tutto da dimostrare. Però, confido sulla quantità della proposta: fra tutte le stupidaggini che troverete (parolacce, doppi sensi dozzinali e volgari, allusioni erotiche e sessiste, gag politicamente scorrette, rutti e suoni di flatulenze fatti con le ascelle) una almeno sono quasi certo che vi farà abbozzare un mezzo sorriso. Se siete italiani. Se siete arabi, non lo so (risate islamofobe). 

Cut Up mi ha cercato dunque di nuovo dopo la raccolta di racconti inquieti “Dall’altra parte”, segno che la prima ho fatto buona impressione. Non posso che ringraziare per la fiducia l’editore e il mio supervisore Stefano Fantelli. Altri ringraziamenti vanno a Walter Venturi, autore della fantastica copertina (che da sola vale il prezzo del volume) ma anche mio consulente per il romanesco dell’Intervista a Giulio Cesare (che troverete più avanti). Eternamente grato sarò poi a James Hogg, disegnatore più toscano di me a dispetto del nome, mio sodale nelle vignette che da tempo andiamo realizzando insieme, alcune delle quali raccolte in queste pagine (in attesa di un libro tutto nostro che proponga l’opera omnia di Burattini & Hogg). Infine, una menzione speciale a Valentina Uccheddu che mi ha aiutato a tradurre in italiano testi scritti originariamente in vernacolo fiorentino. Essendo lei sarda, non capirò mai come abbia fatto. Baci, abbracci e scuse a tutti voi.



venerdì 10 novembre 2017

MAXMAGNUS





Max Bunker
Magnus
MAXMAGNUS
1000voltemeglio Publishing
2017 - 68 pagine

brossurato, 9.99 euro

Come scrive Max Bunker nella sua presentazione di questa nuova edizione del suo capolavoro, "dopo quasi cinquant'anni queste storie sono ancora fresche a dimostrazione di quanto nulla cambi nella gestione del potere".
La "controfavola" delle avventure di Re Maxmagnus e del suo malefico braccio destro si dipana lungo una serie di short-stories, pubblicate uno dopo l'altra sulla rivista Eureka a partire dal marzo 1968. Il racconto è un capolavoro di satira, la "summa" dell'umorismo amaro e grottesco di Magnus & Bunker, il loro prodotto più riuscito. In un reame immaginario e in un medioevo da metafora senza date, dove si rispettano le leggi della favola più che quelle della storia, un Re avido e approfittatore, Maxmagnus, e il suo Amministratore Fiduciario sfruttano e derubano in maniera ignobile i poveri contadini, tra i quali maturano lentamente i germi della rivolta. Nel contorno, si muove un teatrino di altri personaggi, quali la Regina manesca e megera, la figlia dei sovrani bruttissima e stupida, il "vicino di regno" Re Porcione, maghi e streghe, briganti, un gruppo di rivoluzionari di professione di chiaro stampo marxista. Ma il personaggio più riuscito è senza dubbio l'Amministratore Fiduciario, vero e proprio Machiavelli degli intrighi di corte, astuto, ladro e imbroglione, degna spalla, comunque, dell'altrettanto turpe Re. Quando negli ultimi episodi della serie scoppia la rivolta e la sorte arride agli insorti, l'Amministrazione non esita a cambiare bandiera schierandosi contro il sovrano. Alla fine, dopo la rivoluzione, tutto rimane com'è: il popolo continua a essere sfruttato, l'Amministratore continua a estorcere balzelli, ma questa volta in nome della "repubblica popolare" anziché della monarchia; i poveracci sono rimasti poveracci ma hanno la grande opportunità di essere tutti uguali, e di chiamarsi l'un l'altro "cittadino". La musica, insomma, è sempre quella: sono solamente cambiati i suonatori.
Significativa, a questo proposito, l'ultima scena di "Capitolazione!", l'episodio che chiude la serie delle short-stories. I rivoltosi hanno occupato il palazzo e mandato in esilio il re. "Siamo noi che comandiamo, ora le tasse le pagheranno solo i ricchi", dice il primo rivoluzionari.; "I poveri saranno esentati, solo i ricchi pagheranno a favore dei meno abbienti", dice il secondo. "Una cosa vi è sfuggita - li corregge l'Amministratore, appena passato dalla loro parte - vi dimenticate che ora i ricchi siamo noi". Così l'ultima vignetta della serie ricalca la prima, dalla quale tutto era iniziato. L'Amministratore riscuote i tributi della plebe, ma adesso sul suo cappello è appuntata la stella rivoluzionaria. "Ecco qui, è tutto quanto possiedo, cittadino amministratore", dice il primo dei tartassati. "E che altro ti serve, cittadino straccione? Hai fatto il tuo dovere e puoi morire contento".
Non sfugga la valenza anticomunista di questo finale, così come la lunga serie di malefatte del Re e dell'Amministratore avevano una chiara connotazione anticapitalista. Insomma, se è vero che Maxmagnus è un fumetto che non a caso nasce nel Sessantotto, è vero anche che riesce a far satira in tutte le direzioni, colpendo a destra e a manca senza doppiopesismi né cerchiobottismi. Insomma, se con il Sessantotto va in crisi il principio di autorità e l'imperativo della satira è dissacrare, il sarcasmo di Magnus e Bunker dissacra anche il Sessantotto.
Analizzando il contenuto umoristico, Maxmagnus può essere considerato come la "prova generale" di Alan Ford. Le avventure dell'avido Re Maxmagnus, in quei brevi ma ficcanti episodi che sono un gioiello di sintesi narrativa, sono la più divertente satira politica dei rapporti fra governanti e governati che mai sia stata realizzata. Probabilmente ancora più divertente dello stesso Alan Ford, nel quale la satira politica è solo un elemento di una più ampia satira sociale.
«Il medioevo di Maxmagnus - ha scritto Francesco Manetti sulle colonne del "Fumetto" dell'Anafi - è in realtà l'Italia odierna, dove il cittadino è costantemente tartassato da uno Stato ingordo, qui incarnato dall'Amministratore, che passa il suo tempo a scovare nuovi modi per truffare il popolo e persino Sua Maestà. Due personaggi negativi, due antieroi per una saga dal sapore profetico».
A dar retta al calendario, Magnus & Bunker avrebbero creato la coppia Re-Ministro qualche tempo prima di dar vita ad Alan Ford. Maxmagnus infatti esordì sulle pagine di Eureka nel 1968, mentre le avventure del Gruppo TNT avrebbero cominciato a essere raccontate solamente nel maggio dell'anno successivo. Tuttavia il "prima" ha in questo caso un valore piuttosto limitato, perché se si considera la lunghissima gestazione di Alan - la cui preparazione durò parecchi mesi, come ha più volte testimoniato Bunker - la nascita dei due personaggi può essere considerato un parto gemellare. Si potrebbe dire, con questo, che l'approdo del duo Secchi-Raviola sul pianeta del fumetto comico e satirico era inevitabile, quasi un'esigenza richiesta dalla natura stessa della loro ispirazione. Va del resto segnalato come il marchio di fabbrica dell'osannata coppia Magnus & Bunker è così evidente che non solo il nome del re e del reame (Maxmagnus, appunto) si rifà agli pseudonimi dei due creatori, ma gli stessi personaggi hanno le sembianze del soggettista (il Re) e del disegnatore (l'Amministratore).
Il segno di Magnus ha qui raggiunto la maturità, scivolando in un tratto grottesco e caricaturale che - pur con le successive correzioni - rimarrà per sempre una delle caratteristiche del disegnatore bolognese. Le caratterizzazioni grafiche dei vari personaggi (il re pancione ed ozioso, il rivoluzionario segaligno e con gli occhiali spessi da intellettuale, la plebe cenciosa e ignorante, i banchieri grassi ed eleganti) costituiscono anzi un sicuro elemento della buona riuscita del personaggio. L'episodio del luglio 1970 è l'ultimo della serie: alcuni mesi dopo tutte le avventure del Re e del suo fido amministratore vennero raccolte in volume, ottenendo nel 1971 il "Dattero d'oro" al 24° Salone dell'Umorismo di Bordighera come miglior fumetto dell'anno. Un seguito, tuttavia, ci fu. Alla fine degli anni settanta Bunker tentò infatti di riproporre le avventure di Maxmagnus in una nuova edizione, "rivista e corretta" sotto forma di storie lunghe che però ricalcavano l'intelaiatura di fondo della serie di short-stories. I soggetti erano sempre firmati da Max Bunker, ma i disegni - non essendo Magnus più disponibile - vennero affidati a Leone Cimpellin.

martedì 31 ottobre 2017

FUGGIRE



Guy Delisle
FUGGIRE
MEMORIE DI UN OSTAGGIO
Rizzoli Lizard
2017, brossurato

432 pagine, 22 euro

Guy Delisle è il mio graphic journalist preferito. L'ho deciso anni fa dopo aver letto "Cronache di Gerusalemme" (o forse era "Pyongyang"?) e non ho più cambiato idea. Il talento di Delisle nel descrivere con pochi segni e poche parole, in assoluta e solo apparente levità, una realtà drammatica è straordinario e coinvolgente. A differenza di altri cronisti, il disegnatore non ha bandiere da sventolare o armamentari ideologici a cui far ricorso per interpretare la realtà. Appunta ciò che vede con gli occhi puri di uno che quasi se ne meraviglia, ascolta tutti, resta perplesso al pari dei suoi lettori. Dopo aver descritto la vita un punti problematici de mondo, adesso (nel 2016) ci racconta della Cecenia. Un paese davvero inquietante, stando a quel che ci viene mostrato narrando la vicenda di Christopher André, un attivista francese di Medici Senza Frontiete in una missione umanitaria in Inguscezia (una microscopica repubblica della Federazione Russa). Christopher viene rapito dal suo letto una notte di luglio del 1997 da una banda di ceceni che lo trasportano oltreconfine, nella loro terra, e lo tengono prigioniero per alcuni mesi. Lo scopo dei banditi è, a quanto pare, quello di chiedere un riscatto (e chiederlo a dei medici che curano chi ne ha bisogno, e che magari hanno curato anche qualche loro parente o amico). André però non sa niente delle trattative in corso: nessuno dei rapitori parla la sua lingua e le giornate per lui trascorrono lente e tutte uguali, con un polso legato a un termosifone in una stanza vuota. In questa situazione ogni minimo avvenimento è degno di nota: le voci che giungono dalle stanze accanto, i pochi minuti concerti per mangiare o per lavarsi. Il cervello di Christopher macina progetti, piani di fuga, ipotesi sul futuro, speranze, delusioni. Il racconto che ne fa Delizie, frutto di una lunga intervista con André, è ipnotico e coinvolgente benché fatto di disegni che sembrano tutti uguali come tutti uguali sono i giorni del rapito. Non ci sono disamine sull'ideologia dei criminali o sulla situazione politica in Cecenia. Quel che della Cecenia si capisce basta e avanza nella descrizione dei banditi e in ciò che accade ad André quando, per un caso fortuito (una distrazione dei sorveglianti) riesce a fuggire. Una volta fuori, nessuno sembra in grado di dargli aiuto e anche il suo recupero da parte di Medici Senza Frontiere deve essere clandestino, come se fosse una operazione militare in terra nemica: i ceceni sembrano assolutamente conniventi con i rapitori. In realtà c'è una famiglia che soccorre il fuggiasco, ma lo fa con tutta la prudenza che serve nel maneggiare una patata bollente e infatti, a causa delle minacce di cui è fatta oggetto, deve chiedere asilo in Francia. Il risultato della bella impresa dei banditi è la chiusura della missione umanitaria nel Caucaso di cui Christopher faceva parte. Il numero di pagine può apparire spropositato per una storia in cui non succede quasi niente (le sequenze del rapimento e della fuga sono davvero una piccola parte del libro) ma è proprio nel fluire del niente che si capisce il dramma della prigionia di un ostaggio raccontata dal suo punto di vista.

lunedì 30 ottobre 2017

A TUTTOMETZ



Vittorio Metz
A TUTTOMETZ
Sugarco Edizioni
Prima edizione 1985
A cura di Delfina Metz
cartonato - 342  pagine
lire 25000


"Chi potrebbe reggere ai giorni nostri il confronto con uno come Metz?" si chiede Oreste Del Buono nella sua prefazione. Proprio per farci capire chi fosse Vittorio Metz, la figlia Delfina ha raccolto alcuni aneddoti relativi alla vita paterna (gli scherzi, per esempio) e quindi pagine scelte delle famose rubriche del "Marc'Aurelio" e del "Bertoldo", per poi passare a un'antologia della narrativa e del teatro, senza trascurare cinema e TV. Il tutto corredato da spiegazioni puntuali del contesto per cui furono scritti quei pezzi. Fra i lavori da ricordare, l'esilarante scenetta "Abbasso il Frolloccone" e la parodia del romanzo d'appendice "Il fiacre n° 13". Nato a Roma nel 1904 e lì morto nel 1984, Metz è stato anche regista cinematografico ma soprattutto sceneggiatore (suoi i copioni di molti film di Totò, tra cui "Totò Sceicco" e "Totò cerca moglie").  A lui si devono commedie musicali e spettacoli di varietà, televisivi e radiofonici (molte le macchiette e i personaggi di sua invenzione). Spesso lavorava in coppia con un altro grande autore, Marcello Marchesi. Celebre la sua collaborazione con Erminio Macario. Legato al suo nome è "Giovanna, la nonna del Corsaro Nero", del 1961, un serial per ragazzi andato in onda sull'unico canale RAI dei primordi. Peccato che Metz sia oggi un po' dimenticato e che, comunque, i suoi scritti (seppur divertenti) trovassero certo maggior efficacia sulle riviste umoristiche degli anni che furono piuttosto che raccolti in volume. In ogni caso, alcuni testi appaiono oggi un po' invecchiati rispetto invece a quelli di Achille Campanile, umorista di maggior spessore. Commovente il resoconto della morte del padre scritto da Delfina.


mercoledì 25 ottobre 2017

SOLE DI MEZZANOTTE





Jo Nesbø
SOLE DI MEZZANOTTE
Einaudi
2016, brossura
202 pagine, 16.50 euro

A dispetto della difficoltà di trovare il simbolo ø con cui scrivere il cognome dell'autore, e quello å per indicare la località della Lapponia dove il protagonista del romanzo si rifugia, Kåsund, "Sole di mezzanotte" è una lettura straordinariamente gradevole, scorrevole senza mai essere banale. E' un thriller insolito, ambientato nella contea del Finmark, duemila chilometri a nord di Oslo, in Norvegia, durante l'estate del 1977, quando il sole non tramonta mai e dove quindi è anche più difficile nascondersi per un uomo braccato dai killer della mala. Jo Nesbø (norvegese, classe 1960) è celebre per la serie di romanzi di Harry Hole, ma questo libro è scollegato dalla saga del poliziotto alcolizzato. Il talento di Nesbø tuttavia è sempre il medesimo (e si tratta di un talento multiforme, essendo l'autore, oltre che scrittore, anche musicista e attore). La trama è semplicemente perfetta nel suo meccanismo implacabile: non c'è un solo elemento fuori posto. Forse, in realtà, si potrebbe eccepire sul fatto che Jon Hansen, un piccolo spacciatore di hashish nei suburbi di Oslo, venga assunto tra sua manovalanza dal Pescatore, il boss della droga norvegese, convinto che si tratti di un killer (un amico di Jon si è suicidato con la pistola di Hansen e tanto basta a far credere che l'abbia fatto fuori lui), mentre il nostro non è in grado di uccidere nessuno. Anzi, è un vero cuore tenero visto come si è accollato una figlia non sua, che però si è ammalata e necessita di soldi per le cure. Così Jon deruba il Pescatore di un grosso quantitativo di denaro, che non basta a salvare la ragazza ma gli garantisce la caccia spietata da parte degli uomini del suo ex-capo. Hansen fugge verso l'estremo Nord della Scandinavia e si rifugia nel villaggio di Kåsund, fingendosi un cacciatore di nome Ulf agli occhi degli abitanti, quasi tutti di etnia Sami e seguaci di una setta religiosa ultra conservatrice. Ma, ovviamente, i killer lo inseguono anche lì. Lui però non può o non vuole andarsene perché nel frattempo si è innamorato di Lea, figlia del rigoroso pastore della setta, moglie di un marito violento che picchia lei e il figlio Knut. Intrigante, ipnotico, coinvolgente, tachicardico come tutti i romanzi, ciascuno a suo modo, dovrebbero essere.

martedì 24 ottobre 2017

IL MAESTRO GIO' E MAU






Mautorr
IL MAESTRO GIO' E MAU
Algra Editore
brossurato, 2017
100 pagine, 12 euro

Mautorr sta per Maurizio Torrisi, di Catania. Il Mau del titolo è lui. Il Gio' invece è Giovanni Romanini, divenuto co-protaginista del fumetto di un allievo ideale, anche se non proprio ideale, dato che nessuno vorrebbe avere come allievo lo straripante Mau, ma ideale in quanto il Torrisi si è scelto come maestro il grande Romanini e cerca di ricavarne utili insegnamenti a distanza, interpellandolo (eufemismo per "rompendogli i coglioni") per telefono. Da queste lezioni di fumetto telefoniche nasce appunto un fumetto, questo, esilarante e "fumettoso" come pochi altri. Mautorr racconta se stesso e la sua voglia di fare il fumettista attraverso il suo grande amore per il fumetto, quello vero, quello vissuto e goduto negli anni in cui c'erano Magnus, Bonvi, Andrea Pazienza, i fumetti neri e quelli sexy. Il risultato, agli occhi di chi abbia lo stesso amore, è straordinario. In quegli anni Mautorr avrebbe avuto un successo stratosferico. Mi è stato chiesto di scrivere una prefazione, che ben volentieri ho scritto. Eccola qui di seguito.

HISTORIETAS AL TELEFONO
di Moreno Burattini

“Favole al telefono”, intitolò una volta Gianni Rodari una sua raccolta di racconti per bambini. “Historietas al cellulare” potrebbe oggi Maurizio Torrisi intitolare questa sua antologia di storie a fumetti, visto che spesso e volentieri le tavole lo mostrano al telefono con Giovanni Romanini, suo nume tutelare e mentore, ma anche considerando il fatto che “historietas” è il termine spagnolo con cui si definiscono, appunto, i fumetti. Guarda caso, spagnolo è Carlos Giménez, il fumettista che nel 1983 creò la serie “Los profesionales”, che racconta attraverso brevi aneddoti disegnati la vita tragicomica sua e dei suoi colleghi disegnatori (tra i quali Luis Garcia e Pepe Gonzàles) che durante gli anni Sessanta e Settanta lavoravano per l’agenzia Selecciones Ilustradas, costretti a ritmi assurdi e sottopagati.
In pratica, Giménez (da non confondere con l’argentino Juan) narra, in modo autoironico e spesso esilarante del proprio lavoro e dei suoi sforzi per realizzare fumetti nonostante le costrizioni e le difficoltà. “Los profesionales” è dunque un fumetto che parla di fumetto. Del resto, il fumetto può parlare di qualunque cosa, e a fumetti si può tenere il proprio diario come spiegare la fisica quantistica (c’è chi l’ha fatto: il fisico teorico Thibault Damour e il disegnatore Mathueu Burniat nel volume “Le mystére du monde quantique”, edito in Francia nel 2016 da Dargaud).
Un altro spagnolo, Paco Roca, è l’autore invece del graphic novel “L’inverno del disegnatore” (2011): anche in questo caso si raccontano le vicende di una casa editrice di fumetti e la vita dei suoi autori. Siamo nella Spagna franchista degli anni Cinquanta: fumetti della Bruguera vendono centinaia di migliaia di copie per numero, i suoi personaggi sono tra i più popolari. Però, i disegnatori che li realizzano vengono considerati semplici impiegati obbligati a consegnare le loro tavole secondo rigidi quantitativi in cambio di uno stipendio fisso, senza alcun tipo di riconoscimento del successo ottenuto.
Leggendo le pagine che seguono, se avete un minimo di infarinatura fumettistica, vi sembrerà subito chiaro come Maurizio Torrisi sia uno sfegatato appassionato di un paio di autori e di un eroe di carta: Bonvi, Magnus e Kriminal. Il primo, tanto per dare delle essenziali coordinate spazio temporali, è il creatore delle Sturmtruppen; il secondo, il disegnatore dei primi settantacinque albi di Alan Ford; il terzo, il più affascinante degli characters neri degli anni Sessanta. Ebbene, in uno dei suoi “Incubi di provincia”, Bonvi si immagina alle prese con i suoi personaggi che hanno preso vita mentre li sta disegnando. Convinto di essere impazzito, telefona (guarda caso) proprio a Magnus, il quale, illustrando se stesso nella striscia conclusiva di quella storia, è alle prese con Kriminal, anch’esso uscito come se fosse vero dalle tavole appoggiate sul tavolo da disegno. Insomma, tutto torna.
Con una differenza. Maurizio Torrisi è convinto di non saper disegnare, diversamente dai disegnatori fin qui citati.
In realtà, a sentir lui, a ripeterglielo come un mantra è proprio Giovanni Romani, al telefono: “Ricordati sempre che disegni come un cane, se tieni a mente questo senza offenderti imparerai qualcosa...ti sei offeso?". Al che Maurizio risponde: "No, no ...se Romanini dice che sono un cane, io mi metto ad abbaiare. Quindi insegnami, o maestro!”.
Tuttavia, tutti sanno che oggi come oggi saper disegnare non è affatto un requisito fondamentale, nel realizzare fumetti. Davide La Rosa, per esempio, pubblica opere come “Ugo Foscolo, Indagatore dell’Incubo” (una esilarante parodia delle parodie) che sembrano scarabocchiate, ma sono efficacissime, e di se stesso dice di essere il principale esponente di una scuola chiamata “disegnomalismo”. Sulla stessa linea si possono allineare (mi si scusi l’eccesso di semplificazione) autori come Sio, Labadessa o Daw. Non mi pare però che Torrisi possa essere accostato ai disegnomalisti, mentre senza dubbio si può affiancare, sia pure un passo indietro, a Zerocalcare: anche lui raffigura se stesso e il proprio mondo raccontandosi ai lettori sia come autore che come personaggio, prendendosi in giro ma anche scavando nelle proprie manie, nei propri deliri, nelle proprie ossessioni e perversioni, ma anche disegnando i propri sogni, come sul lettino dello psicanalista (e se ne potrebbe trarre una diagnosi non rassicurante). Da questo punto di vista metterei nel calderone anche i fumettisti underground, che poi tanto underground non sono (o non sono più): Robert Crumb, Gilbert Shelton, Peter Bagge, alternativi a tutto, anche al bel disegno. Di suo, Maurizio, ci aggiunge la descrizione (contagiosa) della sua grande passione per il fumetto: inteso come opera da disegnare, ma anche opera da leggere. Torrisi ha i suoi miti nel suo scaffale ideale, e sono gli eroi e le eroine dei fumetti popolari, quelli di una volta, di cui in tanti (più di quanto si creda) abbiamo la nostalgia. Tanta, nostalgia.

venerdì 20 ottobre 2017

RAPA & NUI



Augusto Rasori
Giorgio Sommacal
Laura Stroppi
RAPA & NUI
Sbam!Libri
2017, brossurato,
80 pagine, 9.50 euro

Viva le strisce! Viva le riviste di carta che le pubblicano! Viva gli editori di carta che le raccolgono! Essendo il sottoscritto cultore di strip, ed essendomi anche molto divertito a leggere "Rapa & Nui", ben volentieri ho accettato l'invito a scrivere l'intriduzione di questi libro (che inaugura, con altri due, una collana di volumi a fumetti destinati alle librerie pubblicati da Sbam!). Ecco un estratto di quel che ho scritto.

Così come le faccine di Internet esprimono giudizi sul mondo, così i faccioni dell’Isola di Pasqua scrutano l’orizzonte degli eventi (che è anche il nome del bordo estremo di un buco nero, perfetta metafora della realtà che collassa su se stessa e ci rinchiude in una gabbia, la Rete, da cui non si può più uscire). Augusto Rasori, lo sceneggiatore (un autore del gruppo di "Lercio"), Giorgio Sommacal e Laura Stroppi (matite il primo, chine la seconda, ma a volte lui da solo a volte lei da sola – e non si nota la differenza, tanto per dire quanto una coppia possa essere unita e affiatata nel lavoro come nella vita), dal canto loro ci mettono tutta l’espressività fumettistica e fumetto da di cui sono capaci, e sono capaci parecchio. Nasce così una striscia, Rapa & Nui, appunto, pubblicata ininterrottamente su “Skorpio” dal 2012. Una rivista su carta: evviva, ne esistono ancora (del resto sono archeologia anche le sculture in pietra). Rapa è viscerale e lunatico, grande amante della birra, mentre Nui è più pacato e riservato: su Internet si esporrebbe di meno. Certo, anche la vita dei commentatori da panchina o da divano qualche volta si movimenta: arriva un DM su Twitter o un messaggio privato su Facebook, un bel flame su Facebook piuttosto che un tête-à-tête fra followers: così nella striscia dei tre fanno capolino altri personaggi: la patella Gladys perdutamente invaghita di Rapa, il gabbiamo giramondo Jonathan (il cui cognome non è noto, ma sarà inevitabilmente Swift), i sassi Mike e Bill, il pinguino ipocondriaco Felix. E c’è anche un anonimo e irriducibile detrattore epistolare, dato che nella vita i detrattori non mancano (e non muoiono) mai. Sono loro i veri monoliti che passano la vita giudicando tutto ciò che si muove nel raggio del visibile e non di rado dell’invisibile. Altro che Moai.

giovedì 19 ottobre 2017

PALLA




Paolo Bacilieri
PALLA
Edizioni UDWFG
60 pagine, cartonato,
2016, 12 euro


Tiratura di 850 copie, formato Bonelli ma cartonato, in bianco, nero e grigio più il rosa. Il rosa colora una misteriosa palla che il protagonista del racconto, Fabrizio, trova in un momento difficile della sua vita nell'acqua stagnante di un canale. E' una palla grande come una valigia, di carne liscia e calda, senziente. Comunica telepaticamente e crea una grande empatia. Fabrizio la porta a casa e ne ricava sopporto morale per affrontare una crisi sentimentale (è omosessuale), le difficoltà in famiglia e sul lavoro. Si crea quasi un amore totalizzante, come se la palla gli offrisse un rifugio, una catarsi, soltanto abbracciandola e ascoltandola, chiara allusione all'importanza del contatto fisico, alla centralità della carne, prima che di quella del corpo. L'empatia si trasmette attraverso la pelle. Finché... 
Questa vicenda onirica e surreale si alterna a pagine che raccontano a fumetti alcuni brani del Vangelo, peraltro raccontati molto bene, come il ritrovamento del sepolcro vuoto e una apparizione di Gesù agli apostoli dopo la resurrezione. Quale sia il collegamento di queste sequenze con la storia principale non è immediatamente comprensibile. Forse il messaggio evangelico è in grado di consolare e cambiare la vita come fa la palla con Fabrizio? Ho chiesti lumi a Paolo Bacilieri con la seguente mail: "Fermo restando che sei un grande autore e che mi è piaciuta ogni singola vignetta, non ho capito il collegamento fra le sequenze che illustrano brani del Vangelo e la vicenda principale. La storia della palla di carne senziente è intrigante e poetica, piena di sfaccettature pur nella sua brevità. Ma il Vangelo? Forse la palla è la metafora di un messaggio totalizzante che cambia la vita?". Mi risponde l'autore: "Ci sono delle sotterranee analogie tra le due parti, il tema dell'amore, quello della fisicità, della 'carne', insomma, e poi il fatto che quelle parti dei Vangeli che riguardano la resurrezione sono ai miei occhi le più assurde, non intendo inverosimili (quella è un'altra faccenda), dico proprio strambe dal punto di vista del racconto (se li leggerai vedrai che non ho inventato nulla, zero), come assurda era la mia palla aliena. Però non ti nascondo che uno dei motivi o forse IL motivo per il quale ho fatto questo accostamento è la sua natura stessa, ossia l'alternanza arbitraria di due vicende che apparentemente 'non c'entrano' l'una con l'altra e la terza cosa che (a volte) ne esce fuori".

martedì 17 ottobre 2017

ADOLF





ADOLF
di Walter Moers
Edizioni e/o, 1998

L'ho trovato su una bancarella dell'usato, e mi ha colpito perché, sfogliandolo, mi è parso un magnifico esempio di scorrettezza politica, un po' come "Hitler = SS", la serie umoristica di Jean-Marie Gourio (testi), e Philippe Vuillemin (disegni) pubblicata sul mensile francese "Hara-Kiri" nel 1980, e poi raccolta in volume anche in Italia. In realtà, i disegni di Vuillemin sono magistrali (nella loro deformazione grottesca) quanto sono banali e perplimenti (come direbbe Rokko Smitherson) quelli del tedesco Moers, che certo non ha lo spessore grafico del collega e punta all'estrema essenzialità dello scarabocchio piuttosto che alla costruzione di una vignetta (e men che mai di una tavola). Ma del resto oggi in campo umoristico imperversa il "disegnomalismo", per cui Moers potrebbe essere un antesignano. La storia, raccontata per la prima volta nel 1997 sulla rivista "Titanic" è quella di Adolf Hitler che, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, si è rifugiato nelle fogne meditando sui suoi errori ("sarebbe stato meglio attaccare la Russia sui fianki") e ne esce quando i suoi reati sono caduti in prescrizione. Comincia quindi a cercare di rifarsi una vita nonostante le angosce esistenziali che lo opprimono. Per questo si rivolge a uno psicoterapeuta, il dottor Forunkel, che come strumento per liberarsi dell'ansia gli prescrive il tamagochi. Hitler se ne innamora finché non scopre che si tratta di una invenzione giapponese: "Vili traditori! Gettare la spugna per due misere atomike!". Così, lascia morire il pulcino. Il dottore gli prescrive allora una "bella scopata", ma la prostituta a cui Adolf si accosta si rivela essere un travestito, e per la precisione il fido Goering che si veste da donna per sbarcare il lunario. Durante un viaggio a Parigi, Hitler sale sulla macchina di Lady Diana e provoca l'incidente mortale, scendendone illeso e fuggendo prima che arrivino i soccorsi. Quindi, il nostro viene rapito dagli alieni e, a bordo di un disco volante, si diverte a disegnare svastiche nei campi di grano. Gli alieni, ritenendolo un esempio di maschio perfetto, vogliono farlo accoppiare con una donna perfetta, individuata in Madre Teresa di Calcutta, alla quale, perché si attizzi, viene fatto credere che Adolf sia il papa. Il fuhrer getta la santa donna giù dall'FO, lotta con gli alieni e li fa precipitare in Giappone, dove ritrova il suo psicoterapeuta. Dopodiché, un delirio da feulleton: il dottor Forunkel si rivela essere Lady Diana mascherata, che non è morta nell'incidente parigino: tutta una messinscena per poter scomparire e dedicarsi allo scopo della sua vita, quello di distruggere il mondo. Per realizzarlo, il dottore imbarca Hitler sull'Air Force One, dove c'è il pulsante rosso dell'apocalisse. Forunkel uccide tutto l'equipaggio e vuole che sia proprio Adolf a premere il bottone che scatenerà la guerra globale (chi, meglio di lui?). Il fuhrer riesce a mettere il pazzo fuori combattimento, ma quando cerca di avvisare le autorità a terra che sull'aereo presidenziale americano sono tutti morti e che lui, Adolf Hitler, ne è alla guida, parte un missile terra-aria che abbatte il velivolo. Il nostro eroe si salva con il paracadute e giunge in America del Sud, dove ritrova Goering (ancora vestito da donna), con il quale si accasa. E vissero felici e contenti. Questa è la storia, disegnata male, ma disegnata. Fa ridere? Non so. Qua e là. Certo, Vuillermin era un'altra cosa. C'è da chiedersi comunque se, tutti e due, Moers e Vuillermin, oggi li pubblicherebbe qualcuno.

venerdì 13 ottobre 2017

L'EX AVVOCATO




L'EX AVVOCATO
di John Grisham
Mondadori
2013, cartonato
370 pagine, 20 euro

Con Grisham si va sul sicuro, e su questo non ci piove. Sa scrivere, è intelligente e garbato, coinvolge il lettore con personaggi e vicende credibili, non esagera alla ricerca forzosa dell'effetto speciale o del colpo di scena, ma quel che ottiene è comunque un costante climax da cui è impossibile non lasciarsi trascinare. Questo nuovo romanzo non fa eccezione. Probabilmente non è all'altezza de "Il socio" o del "Rapporto Pelican", ma diverte e appassiona. Malcom Bannister è un avvocato di colore che si è buscato dieci anni di galera pur essendo innocente, stritolato da un perverso meccanismo per cui né ai giudici né agli indagatori dell'FBI importa della vita delle persone, e la giustizia diventa un tritacarne disumano. La detenzione fa perdere la moglie e gli affetti famigliari, e comporta la rovina civile e finanziaria per Malcom che, dietro le sbarre, organizza la sua vendetta contro il sistema che l'ha condannato. Una vendetta congegnata come un meccanismo a orologeria, un piano perfetto messo a punto da chi ha avuto molti anni per pensarlo...