mercoledì 29 marzo 2017

PEANUTS



PEANUTS
UNA STORIA DI LOTTA E DI GOVERNO
di Marco Iacona
Algra Editore
2016, brossura
60 pagine, 5 euro

Colpiscono in questo breve saggio l'agilissimo formato tascabile (11x15 cm) contrapposto alla profondità della dotta disamina, quella che sempre vorremmo veder dedicata a qualunque opera a fumetti. Iacona dimostra infatti, se mai ce ne fosse bisogno, come della comic art si possa parlare con gli stessi strumenti culturali utilizzati per esaminare qualunque altra opera letteraria, anche se si tratta, come diceva Pratt, di letteratura disegnata. Otto brevi capitoli bastano al saggista per offrire una buona introduzione a una lettura consapevole dei Peanuts di Charles "Sparky" Monroe Schulz, partendo da come l'intellighenzia italiana inizia a occuparsene, fin dal 1961 con "I fumetti" di Carlo Della Corte, il primo a parlarne in nel Bel Paese dove ancora Charlie Brown nessuno sapeva chi fosse (benché negli USA venisse pubblicato già da undici anni). Della Corte inserisce i Peanits fra i "fumetti intellettuali", e di lì a qualche tempo (un lustro, più o meno) ne parlano Umberto Eco ed Elio Vittorini ed esce la rivista "Linus". Iacona dimostra come il "conservatore" Schulz fosse anche "rivoluzionario" e in ogni caso descrivesse nelle sue strisce le varie sfaccettature della società americana ma anche universale (o non si spiegherebbe il successo mondiale della serie), consentendo una lettura assolutamente politica dei Peanuts (che comunque non ne esaurisce l'analisi).

sabato 25 marzo 2017

LE BEATRICI





LE BEATRICI
di Stefano Benni
Feltrinelli
2011, brossura
92 pagine, 9 euro

Si comincia con la Beatrice, quella vera, la donna amata da Dante, che propone il suo punto di vista in un esilarante vernacolo fiorentino. Poi, però, non ci sono altre figure storiche o puntualmente identificabili, ma altre figure femminili senza nome, sette tipi simbolici e archetipici: una adolescente moderna senz'anima, una suora schizofrenica posseduta dal demonio, una vecchia e bisbetica antifascista ma fascista lei stessa verso il mondo che odia per come è diventato (e per come è diventata lei), una manager sproloquiante e vuota, una vittima dell'ansia, e infine e una donna-lupo che rimanda forse più di ogni altra all'archetipo della femminilità legata alla luna e alla natura, all'anima del mondo. Con Beatrice Portinai si ride, con le altre donne un po' meno (la più divertente è la suora), ma far ridere non è, in questo caso, lo scopo di Benni. E', casomai, raccontare una donna sfaccettata e tutt'altro che debole e gentile, per niente "angelicata" così come la dipingeva l'Alighieri, ma caleidoscopica, stronza, perversa, fuori da ogni schema, contro ogni convenzione, pronta all'invettiva, grottesca e luciferina. Fra un monologo e l'altro, poesie e canzoni sempre efficaci come nello stile di Benni. Si tratta comunque di testi più adatti alla recitazione che alla lettura, che in teatro trovano sicuramente la loro collocazione ideale (e che prova stuzzicante per le attrici chiamate a interpretarli).

venerdì 17 marzo 2017

GEORGES SIMENON, L'INDAGINE DEL VUOTO



GEORGES SIMENON 
L'INDAGINE DEL VUOTO
a cura di Marco Vichi
Edizioni Clichy
2016, brossurato
112 pagine, ero 7.90

Premesso che l'argomento è interessante, che Simenon è uno dei miei autori preferiti, che Marco Vichi è scrittore intelligente e gradevole e che la lettura è agile, non riesco a considerare questo opuscolo nient'altro che uno stuzzichino in attesa di un pasto da cercare altrove. Infatti, non si tratta di una biografia del grande narratore belga (nato a Liegi nel 1903 e trasferitosi poi in Francia appena ventenne). Non si tratta neppure di un saggio sulla sua opera e men che mai di un compendio che renda conto della sterminata bibliografia di e su di lui (c'è, a onor del vero, una "bibliografia essenziale" di una quindicina di facciate). Di che si tratta, allora? Una decina di pagine scandite da una divisione per anni forniscono i tratti biografici essenziali; poi, un articolo di venti pagine di Marco Vichi parla essenzialmente della scoperta di Simenon da parte del giallista toscano, ed è quindi più autobiografico che di analisi esaustiva sul maestro francofono (riguardo al quale si sottolinea giustamente come non ci sia da ricordare solo Maigret, essendo decine e decine i romanzi "altri", la cui cifra stilistica è sempre quella dell'indagine psicologica coinvolgente ed efficace di personaggi descritti in modo affascinante). Quindi, seguono alcuni incipit tratti dalle opere di Simenon, tra cui quello straziante di "Memorie intime" dedicato alla figlia Marie-Jo morta suicida. La "bibliografia essenziale" è davvero essenziale, per quanto utile, ma per approfondire bisogna rivolgersi altrove. Diciamo che si tratta di una breve introduzione a una più lunga introduzione a Simenon, che forse Vichi potrebbe convincersi a scrivere.


giovedì 16 marzo 2017

EROS & COMIC ART



EROS & COMIC ART
a cura di Giuseppe Pollicelli
Little Nemo
2017, brossurato
280 pagine, p.n.i.

Ci sono cataloghi preziosi come alcune delle opere di cui offrono la riproduzione. Questo, per esempio, raccoglie le immagini di tavole e illustrazioni di un gran numero di disegnatori italiani e stranieri (ma soprattutto italiani, che nel genere siamo dei maestri), riguardanti l'erotismo a fumetti, radunate per essere messe all'asta Torino il 24 marzo 2017. Sono rappresentati autori di serie A e di serie B, con alcuni di serie B più bravi di quelli di serie A. Di moltii capita, sfogliando il voluminoso libro, di scoprire il nome dopo aver riconosciuto una mano da sempre considerata anonima. Quanti hanno ammirato le copertine di "Lucifera" senza sapere che il talentuoso autore era Averando Ciriello, superbo (e da poco scomparso) cartellonista cinematografico? E sapevate che il disegnatore di Nonna Abelarda, Nicola Del Principe ha illustrato "Fiabe Proibite" e "Messalina"? E che a realizzare graficamente il mitico Lando è stato Giuseppe Montanari, acclamato autore di Dylan Dog? Insomma, non ci sono soltanto Milo Manara o Guido Crepax, e neppure solo Leone Frollo o Paolo Eleuteri Serpieri, a fare la storia del fumetto erotico di casa nostra, ma anche Alessandro Biffignandi, Sandro Angiolini, Giovanni Romanini, Birago Balzano o, per citare nomi più contemporanei, Giovanna Casotto e Bruno Brindisi. A questi si aggiungono maestri "prestati" all'erotismo come Magnus, Guido Buzzelli, Giuseppe Viglioglia e molti altri. Insomma, l'arte erotica e la Comic Art sono un mare magnum da scoprire e da esplorare. Giuseppe Pollicelli, partendo dalle immagini messe all'asta, propone le schede biografiche di quasi tutti gli autori (salvo un paio di cui proprio manca ogni notizia). Ma è intetessantissima la prefazione di Tinto Brass, che scrive un articolo intelligente e folgorante, a partire dalla citazione iniziale di Pasolini, secondo il quale i moralisti "non sono capaci di distinguere la barzelletta del marito cornuto da una novella di Boccaccio". E qual è la differenza fra erotismo e pornografia? Secondo Brass, "la pornografia sta all'erotismo come il pompino alla fellatio".

lunedì 13 marzo 2017

IL LIBRO DEL CINQUECENTO




IL LIBRO DEL CINQUECENTO
di Tindaro Alessandro Guadagnini
Algra Editore
2016, brossurato
84 pagine, 8 euro

Quando ho redatto la mia prefazione per questo racconto ho evidenziato come l'argomento del patto con il diavolo (che esaudisce i desideri in cambio di un prezzo da pagare) sia un tema ricorrente in letteratura e nelle leggende. Non sapevo ancora, però, e l'ho scoperto soltanto in seguito, come "Il Libro del Cinquecento", vale a dire il testo magico che dà il titolo al libro, esista veramente nel folklore siciliano e nella realtà dei fatti (cioè, lo si può leggere, e persino in Rete), in alcuni casi citato come "Clavicola di Solomone" (o nel corrispondente latino). Tindaro Alessandro Guadagnini, giornalista catanese (peraltro grande esperto di fumetti), ha confezionato un romanzo breve dai toni horror, piuttosto inquietante, partendo da una sua ricerca sull'argomento. Ricerca che gli avrebbe permesso di mettere insieme una ricca documentazione, bastante a confezionare un saggio storico e letterario che potrebbe essere molto interessante. Mi permetto perciò di incoraggiarlo a scriverlo. Nell'attesa, ecco quel che nella prefazione ho scritto io.

IL LIBRO NELLA BOTTIGLIA
di Moreno Burattini

In una sua nota alla prima edizione Bompiani, del 1941, di “Conversazione in Sicilia”, il siracusano Elio Vittorini scriveva che il luogo magico in cui è ambientato il suo romanzo era Sicilia unicamente “per avventura”. E spiegava: “solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia”. Ovvero: ogni storia è universale, e parla rivolgendosi proprio a chiunque, per caso, la trovi. Anche “Il Libro del Cinquecento” di Tindaro Alessandro Guadagnini, l’inquietante racconto che vi apprestate a leggere, racconta una storia siciliana, ma la sua Sicilia, che pure è tanto reale da indurre alcuni dei personaggi a parlare in dialetto, assume una chiara valenza fantastica quando diventa una terra incantata dove i prodigi e le maledizioni hanno piena cittadinanza. Rispetto al romanzo gotico, che si chiama così perché i suoi primi esempi settecenteschi e ottocenteschi erano spesso ambientati nel Medioevo o in antichi castelli, Guadagnini propone una versione postmoderna del soprannaturale. Vale a dire, sceglie uno scenario contemporaneo e una serie di location riconoscibili. Fa insomma quel che decise di fare Edgar Allan Poe quando avvicinò il racconto dell’orrore alla realtà dell’uomo comune, quella in cui tutti potrebbero riconoscersi. Però, al tempo stesso, la trama adattata a personaggi e luoghi che ci sono familiari (e che sono ancor più familiari ai siciliani fra noi) attinge a modelli ricorrenti, come ricorrenti sono le paure, le ansie, le angosce dell’eterno animo umano. Vittorini parlava di manoscritti ritrovati in una bottiglia: proprio "Il diavolo nella bottiglia" è il titolo di un romanzo breve di Robert Louis Stevenson, datato 1891, in cui uno spiantato, giovane hawaiano di nome Keawe incontra un giorno un ricco signore, che lo convince ad acquistare, per i pochi soldi che ha in tasca, una bottiglia scura, nella quale si agita una nebbia misteriosa, dicendogli che lì dentro vive un demone in grado di appagare ogni suo desiderio. Keawe torna a casa con la bottiglia e in breve tempo diventa ricchissimo, ma ovviamente ci sono le controindicazioni. Il finale proposto da Stevenson è diverso da quello immaginato da Guadagnini, e il suo protagonista Carmelo subisce una sorte ben differente. Ma che si tratti di Hawaii o di Sicilia, di bottiglie o di libri magici, si tratta sempre di insidie del demonio. Le cui tentazioni rimandano alla nostra eterna e umana insoddisfazione, alle pulsioni che si agitano in ciascuno di noi, ai mille desideri da realizzare e alle conseguenze da pagare. Tentazioni, insoddisfazioni, desideri in cui tutti fatalmente ci riconosciamo, ritrovando il manoscritto nel recipiente di vetro depositato ai nostri piedi dalle onde sulla battigia, anche se non reagiamo come Carmelo o come Keawe e siamo diversi da loro. O almeno ci illudiamo di esserlo, almeno finché non ci imbatteremo per caso nella diabolica bottiglia o nel Libro del Cinquecento.

domenica 12 marzo 2017

GLI STERMINATORI





GLI STERMINATORI
Testo: G.L.Bonelli
Disegni: Galep
Sergio Bonelli Editore
2017, cartonato, 60 pagine, 6.90 euro

Il quinto volume dei cartonati da edicola (oltre che da libreria) di Tex non presenta un racconto inedito ma, in omaggio al centenario della nascita di Aurelio Galleppini, la riproposta a colori di una insolita avventura di Aquila della Notte realizzata, su testi di Gianluigi Bonelli, nel 1971. Insolita per la brevità (51 tavole) e per la rottura della gabbia delle tre strisce per pagina che fino ad allora aveva caratterizzato le avventure del Ranger del Texas e dei suoi pards. Si dice che Sergio Bonelli, l'editore (in quel caso), pensasse a un albo speciale a cui destinare quell'episodio, che però poi finì pubblicato sul Tex Gigante n° 134 da pag. 64 a pag. 114. Buona idea quindi quella di recuperarlo in un formato "alla francese", quello per cui, in effetti, sembrava nato, e affidarlo a un colorista molto bravo anche e soprattutto a calarsi nello spirito della storia e nello stile del disegnatore (sarebbero stonati qui i colori luminosi dei volumi cartonati precedenti), recuperando i toni degli acquerelli di Galep: stiamo parlando di Oscar Celestini. Riguardo alla storia in sé, la migliore introduzione è quella del vecchio capo Ute Escudero pronunciate quasi all'inizio: "Nel giorno della Luna Grande i cacciatori bianchi sono entrati nella nostra riserva seguendo i bisonti e dopo il passo di Wolf Creek hanno cominciato a uccidere con i loro grandi fucili, deviando le mandrie attraverso le Gole del Cavallo Selvaggio e seminando la prateria di centinaia di carcasse. L'odore di morte è tale che ha messo in fuga anche i coyotes".Tex non può che mettersi alle calcagna della banda di sterminatori di bisonti (e, se ci scappa, anche di indiani) che fa capo a Nick Barrow, un tipo losco che gira nell'arsura del West con un giaccone adornato con un collo di pelliccia. In realtà Barrow non si sporca le mani e manda avanti gente tutto sommato onesta, come il cacciatore Morty, che rischia più volte la pelle per l'ira degli Utes o per gli zoccoli dei bisonti scatenati. "Collo di pelliccia" preferisce starsene al sicuro, a Monticello, a sfumacchiarsi un buon sigaro in compagnia con una botte di lardo che risponde al nome di Cristian Mayer, agente indiano. Questo Mayer è il vero prototipo dell'impiegato statale, corrotto e arrogante, che rilascia dietro compensi in banconote fruscianti permessi di caccia nella riserva Ute. I due, manco a dirlo, verranno pesantemente massaggiati al volto da Willer, gettati nel fango e scacciati via dal consesso civile. Salvano la buccia ma non la faccia. Una nota in calce per gli straordinari scenari naturali e per le sequenze di caccia evocate da Galep, in una storia insolitamente breve ma degna di essere ricordata.

venerdì 10 marzo 2017

THE WALKING RAT




THE WALKING RAT
di Leo Ortolani
Panini Comics
2016, cartonato
160 pagine, 19.90 euro

Leo Ortolani non fa parodie, reinventa. Trasforma qualcosa di già esistente in qualcosa di nuovo. Non importa conoscere l'oggetto della satira (in questo caso, la serie TV "The Walking Dead") per apprezzare le sue opere (come non occorre conoscere Batman per apprezzare Rat-Man) - anche se certo conoscere aiuta, ma nel senso che aggiunge qualcosa non che ne è la conditio sine qua non. Inoltre, Ortolani è un maestro del fumetto, oltre che dell'umorismo, come sceneggiatore e come disegnatore. A differenza dei disegnatori di cose buffe che vanno per la maggiore, Leo sa disegnare. Come Silver, come Walt Kelly, come Jeff Smith, come Bill Patterson, come Franquin, come Floyd Gottfredson. Sussiste in effetti l'equivoco per cui chi realizza vignette umoristiche non importa che disegni bene. Non è vero, naturalmente (e talvolta il disegno abborracciato è una cifra stilistica). "The walking rat" è un fumetto umoristico disegnato bene, a partire dalla copertina (complimenti al colorista, Lorenzo Ortolani, e alla casa editrice per la resa "tattile": gli zombi sono ruvidi sotto i polpastrelli). Umoristico, a dire il vero, fino a un certo punto: ci sono anche molte note drammatiche (a testimonianza di come non si tratti di una parodia) e situazioni avventurose risolte come in un thriller. Si ride, tuttavia, quando tutti si fanno la moglie di Brick in coma e l'ultimo della lista sorpreso a letto con lei dice: "Scusa Brick, credevo fossi in coma". Ci sono poi i risvolti satirici riferiti al mondo stesso del fumetto, con i lettori che mangiano vivo un autore anche prima di essere diventati zombi, e i closplayer che affollano anche da morti la grande fiera del fumetto, guidati dal più grosso di loro con il costume da Batman. Raf-Man è uno zombi anomalo, perché pur trasformato mantiene coscienza di se stesso e parla: vanamente cerca di organizzare una qualche forma di socialità fra i morti viventi, e di abbattere i pregiudizi dei vivi verso i cadaveri ambulanti. Niente da fare: sono battaglie contro i mulini a vento come quelle di chi cerca di impedire la deriva di una comunità sempre più sfalsata composta da orde che camminano senza una meta, composte da singoli chiusi in se stessi. Il volume raccoglie sei episodi collegati fra loro apparsi in bianco e nero sulla serie mensile di Rat-Man.

venerdì 3 marzo 2017

IL SENSO DI UNA FINE



IL SENSO DI UNA FINE
di Julian Barnes
Einaudi
2012, cartonato
160 pagine, 17.50 euro

Chi l'ha detto che un romanzo di introspezione psicologica, di recupero della memoria, di ricordo della propria formazione, sul fluire del tempo e sulla vita che passa, ma anche sulla filosofia e sull'amicizia, debba essere noioso? Non lo è affatto "Il senso di una fine", dell'inglese Julian Barnes (classe 1946) che anzi tiene fino in fondo con la curiosità di scoprire che cosa sia realmente accaduto trent'anni prima dal momento in cui il protagonista, Anthony Webster, comincia a raccontare la propria storia. Un uomo nella media, per non dire mediocre, sia ai tempi della scuola, che nella sua maturità. Nessuna particolare qualità che risplenda in lui, nonostante i buoni studi e la professione che gli ha consentito una vita borghese e dignitosa: meno brillante, tuttavia, di quella sognata all'inizio degli anni Sessanta, insieme ai suoi compagni di studi, con cui andava compiendo la sua maturazione. Amici che si indagavano sul senso della vita, perfino poetiche e impelagandosi in discussioni filosofiche in cui spiccavano le riflessioni di uno di loro, Adrian Finn, il più intelligente e controcorrente del gruppo. Con Adrian, però, Tony rompe i rapporti quando una sua fidanzata, Veronica Ford, ragazza di buone letture e di gusti sofisticati, al termine di una relazione immatura durata un anno, si mette proprio con lui, attratta dal fascino ribelle del giovane Finn. Le vite degli amici di un tempo prendono strade diverse. Al ritorno da un lungo viaggio in America scopre però che Adrian si è suicidato, nel fiore degli anni, tagliandosi le vene nella vasca da bagno. Tony ci resta di stucco, e ricorda le discussioni avute con il compagno di studi anche a proposito del suicidio, come estrema forma di autodeterminazione. Che Adrian si sia ucciso seguendo le proprie riflessioni filosofiche e e perfino poetiche sul senso della vita? La domanda resta senza risposta, anche in mancanza di contatti con il gruppo di un tempo. 
Webster si laurea, si sposa, ha una figlia, divorzia, va in pensione e poi, improvvisamente, il passato fa irruzione nel suo presente. Una misteriosa eredità lo costringe a ricordare, a indagare, a cercare risposte: la madre di Veronica, una donna da lui a malapena conosciuta durante i mesi del suo fidanzamento con la figlia, gli lascia il diario di Adrian, dove evidentemente c'è qualcosa che lo riguarda. Ma che cosa? Impossibile saperlo, dato che l'oggetto è stato sottratto da Veronica stessa, di cui Tony non sa più niente. Qual è il segreto che voi è celato? Ripercorrendo la trama dei ricordi, Webster recupera ricordi che aveva rimosso, e lentamente si avvicina alla verità, che nelle ultime pagine si rivela letteralmente sconvolgente. Il senso della fine di Adrian Finn non è quello che si poteva immaginare. Non c'entrano la filosofia, la poesia, le elucubrazioni sul significato dell'esistenza. Alla fine anche il più brillante degli amici può scontrarsi con la vita come il più indifeso dei mediocri. Si resta con il fiato sospeso, condotti da una scrittura alta, precisa, puntuale, impeccabile, piena di echi letterari.

giovedì 2 marzo 2017

ODISSEA AMERICANA




E’ giunto in libreria il secondo volume cartonato dedicato a Zagor dalla Sergio Bonelli Editore, che ripropone in una edizione di pregio un classico dei classici della saga dello Spirito con la Scure: “Odissea Americana”. Si tratta di una storia scritta da Guido Nolitta e illustrata da Gallieno Ferri, originariamente uscita in edicola negli albi nn° 87, 88 e 89, tra il mese settembre e quello di novembre del 1972. Secondo me si tratta della più bella avventura dell’eroe di Darkwood, ma anche degna di figurare nella top ten bonelliana di tutti i tempi: infatti, chiamato da “Lo Spazio Bianco” a selezionare i racconti migliori fra quelli prodotti dalla Casa editrice di Via Buonarroti, non ho esitato a inserirla nell’elenco.

Le motivazioni le ho riassunte in questo breve testo:

In questa storia di Zagor c’è tutta la poetica del personaggio (uno dei miti del fumetto italiano) e quella di Guido Nolitta, lo sceneggiatore che l’ha creato: la grande avventura, l’epica, il western, l’horror, la fantascienza, l’approfondimento psicologico dei personaggi, l’umorismo, le citazioni. Zagor si rivela la grande intuizione che è stato fin dall’inizio, quando si è connotato come un mutante in grado di attraversare tutti i generi e lasciarsi contaminare da ogni suggestione letteraria, cinematografica o fumettistica, prima e meglio di qualunque altro. Gallieno Ferri, il creatore grafico del personaggio, è qui nella sua massima forma, vive il suo momento d’oro a partire dalla stupefacenti copertine. Dovendo indicare una e una sola storia dello Spirito con la Scure da leggere per capire il perché del successo cinquantennale di una saga infinita dell’avventura, non c’è dubbio che in “Odissea americana” ci siano tutte le risposte.

Peraltro, sottolineare la nolittianità di Zagor è la migliore risposta che si può dare a chi, di recente, ha messo dubbio la paternità del personaggio: Sergio Bonelli, desiderando non lasciarsi sfuggire la collaborazione di Ferri che nel 1960 era giunto con il suo curriculum di pubblicazioni francesi, ha fabbricato su misura per il disegnatore un eroe in costume che corrispondesse al tipo di avventure che erano nelle corde di Gallieno, gli ha semplicemente dato da fare quel che con tutta evidenza sapeva fare meglio. 

Il poster di Michele Rubini allegato al gioco da tavolo di Zagor

Un’altra assurda polemica di cui mi è giunta l’eco è quella sostenuta da chi ha contestato la scelta di “Odissea americana” quale storia da pubblicare in volume, sostenendo che ce ne sarebbero state altre più degne in quanto meno ristampate: esiste infatti anche un cartonato della Mondadori risalente al 1981 che riproponeva la stessa avventura. Chiaramente, sono tutti editori con le Case editrici degli altri. Però, basta un minimo di riflessione per convincersi di quanto segue:  la Bonelli è approdata da poco (un paio di anni) nella distribuzione libraria; deve, logicamente, costruire il suo catalogo; di conseguenza, si tratta di mettere a disposizione del pubblico, quale basamento di tutto il resto, le sue storie migliori, i classici più indimenticabili. Dunque, “Odissea americana” è imprescindibile. Peraltro, il volume Mondadori è esaurito da tempo e risale a più di trenta anni fa! I critici tendono a mettere loro stessi al centro dell’universo: "siccome io sono un collezionista con i fiocchi, possiedo già il cartonato mondadoriano e quindi pretendo che vengano ristampate altre storie". Ma la Casa editrice ragiona con l’ottica di rivolgersi a tutti, non soltanto ai super appassionati, e dunque si spera che tante altre persone (magari anche nuovi lettori) possano vedere il volume in libreria e acquistarlo. In ogni caso, al pubblico viene offerto il meglio che Zagor può dare, che resterà a beneficio delle nuove generazioni. Il cartonato Bonelli appena uscito offre anche, oltre a una eccellente qualità di stampa e di rilegatura, un nuovo apparato critico. Per giunta, nella Lucca Comics del 2016, svoltasi pochi mesi fa, è stato pubblicato da Ergo Ludo un gioco da tavola di Zagor ispirato proprio a “Odissea Americana”, e che è andato (e sta andando) benissimo: è stata dunque una buona mossa offrire ai giocatori anche il supporto della storia corrispondente. 



Ma di che cosa parla, “Odissea americana”? Cominciamo col dire che  si tratta della seconda “trasferta” di Zagor fuori dai confini di Darkwood, ancora più lunga, sia quanto a itinerario sia per durata temporale, della precedente (quella iniziata con la storia de “Il mostro della laguna”). Questo secondo viaggio inizia con l’albo “Angoscia!”, datato luglio 1972, e il punto di partenza è il viaggio che Zagor intraprende per scortare una carovana di pionieri in partenza dalla costa del Maryland e diretta verso Fairmont, nel West Virginia. Quella che doveva essere poco più di una scampagnata, si trasforma in un incubo in cui il re di Darkwood si trova ad affrontare addirittura la minaccia di un vampiro. Sconfitto (almeno apparentemente) il non-morto, lo Spirito con la Scure si imbarca su un battello fluviale il cui equipaggio intende discendere il corso di un fiume ancora inesplorato, di cui si sa soltanto che finisce nel lago Cherokee, nel Tennessee. Il titolo “Odissea americana” ben rende il senso di tutto questo secondo viaggio, inteso come un lungo percorso di riavvicinamento a casa, costellato di imprevisti sempre più drammatici, come accadde a Ulisse di ritorno ad Itaca dopo la guerra di Troia. Lo sceneggiatore ricollega la nuova “trasferta” a quella precedente, facendo tornare sulla scena Manetola, il capo dei Seminoles. Pur di aiutare di nuovo l’amico pellerossa, Zagor non esita a imbarcarsi verso un’isola dei Caraibi. Da lì,  si sposta fino ad Haiti, avendo a che fare con degli zombi, e quindi, dopo aver affrontato anche uno spietato pirata, raggiunge di nuovo gli Stati Uniti, arrivando in Texas dopo uno scalo (immancabilmente avventuroso) nello Yucatan.  Da New Orleans, il nostro eroe risale verso Nord facendo ritorno a Darkwood soltanto con l’albo del giugno 1974, esattamente due anni (editoriali) dopo la sua partenza, e al termine di un ciclo di nove, esaltanti storie.





Il comandante del battello a vapore  “Athena”, James Moreland, è ben diverso dal cinico e spietato capitano Nilsen della nave “Strega rossa”, che aveva condotto Zagor e Cico fin su un’isola delle Bahamas. Tuttavia, ancora una volta è una imbarcazione a portare i nostri eroi in trasferta lontano da Darkwood, nel secondo, grande viaggio “fuori porta”. Moreland è battelliere valente e coraggioso, ma anche saggio e razionale, per cui il suo primo istinto, di fronte ai pericoli è valutare bene la situazione e, nel caso, battere in ritirata per la salvezza della barca e del suo equipaggio, e ovviamente della propria pelle. Non si tratta di essere prudenti, ma pragmatici: inevitabilmente, il pragmatismo porta però a tollerare i rischi se qualcuno paga quanto basta perché si accetti di correrli.

Tre sono gli uomini agli ordini di Moreland a bordo dell’ “Athena”: il marinaio Walter Thompson; il macchinista Frisco Kid, il cui soprannome (che significa “monello di San Francisco”) indica la sia la sua provenienza sia l’indole scanzonata; e Tattoo Lopez fuochista e cuoco di bordo, caratterizzato dal corpo coperto dalle scritte e dai disegni de più svariati tatuaggi. Tattoo si sente insolentito dalle battute di Frisco, che si diverte a prenderlo in giro, e fra i due si accendono le scintille. Quando però il californiano si trova in pericolo di vita, il messicano non esita a rischiare la propria nel tentativo di salvarlo: Nolitta si rivela una volta di più molto abile nel creare pathos e approfondimento psicologico con tratti essenziali, in poche vignette.

Non parla, ma si fa capire benissimo, il capo carismatico della strana tribù di grosse scimmie antropomorfe che vivono lungo le rive inesplorate del fiume Tallapoosa. Riconoscibile per la stazza più massiccia dei propri compagni, e per le vistose decorazioni con cui si orna il collo, il mostro fa chiaramente intendere a tutti gli altri che vuole accettare la sfida di Zagor e non vuole l’intromissione di nessuno di loro. Lo Spirito con la Scure, che l’ha ferito nell’orgoglio,  dimostra di aver perfettamente colto nel segno, intuendo la psicologia dell’avversario. Adesso si tratta, però, di batterlo. Cosa che non si preannuncia facile.

Sergio Bonelli era un grande consumatore di cinema, di libri, di musica e di fumetti. Tutto ciò che vedeva, sentiva, leggeva, finiva nelle sue storie. Soprattutto ciò che lo aveva colpito, divertito, spaventato negli anni della sua giovinezza, com’è inevitabile. Quindi ecco che dai B-movies del cinema di genere americano degli anni Quaranta e Cinquanta, come “Il mostro della laguna nera”, “L’uomo Lupo”, ma anche dai tanti film con i risvegli delle mummie o Dracula o Tarzan, nascevano le sue storie più belle. E tra i B-Movies citati da Nolitta c’è anche “La meteora infernale” (The Monolith Monsters), un film di fantascienza statunitense del 1957 diretto da John Sherwood, che è alla base della scena con i fenomeni vulcanici in “Odissea Americana”. 

Ma oltre alla grande avventura, c’è spazio anche per l’umorismo (memorabili le gag di Cico e di Homerus Bannington) e per l’introspezione (le visioni dei genitori di Zagor). Insomma, non soltanto un classico, ma anche un capolavoro.

mercoledì 1 marzo 2017

I DETTI DI GESU'



I DETTI DI GESU'
di Santiago Guijarro
Carocci Editore
2016, brossurato
150 pagine, 13 euro

Il titolo rischia di essere fuorviante, in mancanza in copertina del sottotitolo originale "Introduzione allo studio del Documento Q", che si legge soltanto all'interno. Non si tratta infatti di un libro religioso nel senso confessionale del termine, ma sostanzialmente di un saggio di filologia. Cioè, si ricostruisce e si analizza un testo perduto, che solo per caso è una delle fonti dei Vangeli di Matteo dei Luca - per caso, nel senso che una simile costruzione e una simile analisi avrebbero potuto essere condotte anche su opere poetiche, filosofiche, storiche o comunque letterarie della medesima epoca, vale a dire della seconda metà del primo secolo dopo Cristo. Insomma, i Vangeli, al di là di ogni implicazione fideistica, vengono esaminati per quel che sono dal punto di vista pratico, e cioè manoscritti usciti dalle penne di autori che scrivevano in greco e che attingevano da fonti in parte proprie e in parti comuni, di cui si può tentare di tracciare una ricostruzione come per qualunque altro testo. Quando si parla di "documento Q" o di "fonte Q" si usa un nome in codice che abbrevia la parola tedesca "Quelle", appunto "fonte", giacché uno dei primo studiosi, Chistian Weisse, che ne postulò l'esistenza nel 1838, era tedesco. Si deve sapere che i tre Vangeli sinottici, cioè molto simili fra di loro a differenza di quello di Giovanni che costituisce un caso a parte, sono stati scritti nell'ordine da Marco, Matteo e Luca. Marco, il primo, non conosceva e non poteva conoscere i testi di Matteo e Luca, mentre Matteo e Luca, che non si conoscevano fra loro, conoscevano il testo di Marco, da cui attingono a piene mani. Tuttavia Matteo e Luca hanno in comune oltre duecento versetti, praticamente identici, che non si trovano in Marco (oltre avere ciascuno altre fonti proprie). Dunque il secondo e il terzo evangelista, oltre ad attingere dal primo, hanno attinto a un'altra fonte in comune che Marco con conosceva. Questa fonte, "Q", oggi scomparsa perché, appunto, assorbita dai vangeli, si può ricostruire appunto confrontando le parti uguali di Matteo e Luca. Dopo lunghi studi, oggi il documento "Q" si può leggere in modo autonomo ed è stato appurato che si tratta di una raccolta di Detti e di sentenze di Gesù. Così, mentre in Marco il Cristo parla poco e di si raccontano soprattutto dei fatti, in Matteo e Luca si nota come gli evangelisti hanno messo in bocca a Gesù le frase tramandate da Q, posizionandole però ciascuno là dove riteneva stessero meglio e dunque in contesti diversi (per Luca il Cristo dice una certa frase in un luogo, per Matteo altrove: entrambi avevano la frase a disposizione ma non indicazioni precise per collocarla in un frangente invece che in un altro, da qui le diverse versioni dei fatti che si riscontrano). Gli studiosi hanno saputo ricostruire l'esatto ordine dei Detti, anche facendo considerazioni stilistiche circa le differenti mani da cui furono compilati. Alla fine, oggi sappiamo che Q fu scritto in greco, che era lungo almeno 230 versetti, che non fa cenno all'infanzia di Gesù, che apparteneva a un genere letterario in voga nell'epoca, che fu opera di più autori e subì una rielaborazione nel corso del tempo, che su scritto prima della guerra giudaica, e dunque prima del 70. Il testo di Gujiarro riporta poi tutto il contenuto di Q e lo analizza. Estremamente interessante.

venerdì 24 febbraio 2017

L'ULTIMO CRIMINE




L'ULTIMO CRIMINE
di Ben H. Winters
Piemme
2016, cartonato
310 pagine, 17.90 euro

La trilogia gialla dell'asteroide in rotta di collisione verso la Terra giunge a conclusione. O almeno così sembra, anche se potrebbe esserci lo spazio per proseguire visto che il finale del terzo romanzo lascia ancora un piccolo spazio di manovra. Ho già parlato, qui sopra, dei primi due titoli della serie di Ben Winters: "Un omicidio alla fine del mondo" e "Il conto alla rovescia". Protagonista ne è un poliziotto (poi ex-poliziotto, visto il "rompete le righe" collettivo che si è data l'intera umanità), Hank Palace. Con lui, il cane Houdini incontrato nel primo racconto, ambientato sei mesi prima dell'impatto. Il secondo ci aveva portato a settanta giorni. Adesso siamo a meno di una settimana. Della civiltà come la conoscevamo è rimasto ben poco, e proprio il disfacimento sociale è l'aspetto più interessante della trilogia, che però conserva le caratteristiche della narrativa poliziesca. Palace, in qualche modo e come può, indaga comunque su dei casi misteriosi: omicidi, scomparse di persone, ricostruzione di eventi sulla base di indizi. A pochi giorni dalla fine del mondo (in realtà non è possibile prevedere che conseguenze avrà in Nord America la caduta di un asteroide di sette chilometri di diametro sopra l'Indonesia) Hank decide di lasciare un rifugio che offre qualche possibilità di sopravvivenza per cercare sua sorella Nico, sparita dopo essersi unita a una setta complottista convinta che il Governo nasconda la verità sulla catastrofe imminente. Le indagini lo portano in una piccola cittadina, praticamente deserta, dove il gruppo di Nico sembra aver allestito un bunker sotterraneo. Nei paraggi, una comunità Amish che non ha contatti con il resto del mondo non sa ancora nulla dell'asteroide in arrivo. Il meccanismo giallo in questo romanzo è più labile, ma si resta con il fiato sospeso in attesa dell'impatto...

mercoledì 22 febbraio 2017

IL CONTO ALLA ROVESCIA






IL CONTO ALLA ROVESCIA
di Ben H. Winters
Piemme
2016, cartonato
310 pagine, 17.90 euro

Il conto alla rovescia iniziato nel precedente romanzo della trilogia di Ben Winters è giunto a una settantina di giorni dall'impatto. Un gigantesco asteroide di sei chilometri e mezzo di diametro è in rotta di collisione contro la terra. Si sa che cadrà sull'Indonesia, ma non saranno soltanto le regioni del Sud-Est asiatico a pagarne le conseguenze: metà umanità sarà spazzata via subito o quasi subito per il terribile propagarsi di onde sismiche, tsunami ed eruzioni vulcaniche; l'altra metà morirà nei giorni e nei mesi successivi per i sommovimenti causati dalla catastrofe e per l'oscuramento del sole provocato dalle polveri proiettate nell'atmosfera, che faranno estinguere tutte le specie vegetali la cui vita si basa sulla fotosintesi. Forse qualcuno sopravviverà, se avrà trovato un rifugio sicuro dall'altra parte del mondo e avrà acqua e viveri per resistere fino al ritorno della luce solare. Già da mesi la società civile ha cominciato a sfaldarsi: non c'è più uno Stato (o almeno non si occupa dei cittadini), niente corrente elettrica, nessun notiziario, black-out di Internet, il denaro non ha valore e chi vuole comprare qualcosa deve barattarlo con qualcos'altro, possibilmente roba utile alla sopravvivenza. I suicidi, anche di gruppo, sono all'ordine del giorno; le sette religiose imperversano; droghe e alcool scorrono a fiumi; in molti cercano di realizzare una lista di desideri, quali che siano, prima della fine del mondo. Hank Palace, il detective protagoniste di "Un delitto alla fine del mondo" (il primo volume della trilogia), non ha più un lavoro: gli è arrivato una sorta di pensionamento anticipato e forzato, una sorta di "rompete le righe" simile a un "si salvi chi può". Però, quando una amica, Martha Milano, gli chiede aiuto per ritrovare il marito Brett misteriosamente scomparso, Hank non sa dirle di no. Secondo Martha, Brett non l'avrebbe mai lasciata volontariamente perché le aveva promesso di aspettare l'impatto accanto a lei. Vero è che la gente scompare dovunque, nell'attesa della fine, per cercare scampo o briciole di felicità dovunque siano, e se ci sono amanti clandestini non indugiano e se ne vanno via insieme. Ma Brett non è tipo da avere un'altra donna, giura la moglie. Palace è un ex-poliziotto e dunque sa come si conducono le indagini: però non ci sono più i telefoni, non si possono diramare avvisi, non c'è modo di consultare banche dati, ci si deve perfino muovere in bicicletta perché nessuno rifornisce più di carburante i distributori. Tuttavia Hank comincia a cercare, e la sua inchiesta si intreccia con le vicende di Nico, sua sorella, finita a fare parte di un gruppo di complottisti convinti che il Governo non abbia detto tutta la verità su Maia, l'asteroide in arrivo, e che ci sia la possibilità di salvarsi dando ascolto a uno scienziato dissidente che le autorità terrebbero sotto chiave. Lo scenario apocalittico che fa da cornice al "giallo" è molto più inquietante rispetto al primo romanzo, con cui ci sono vari personaggi in comune. Inevitabile prepararsi alla lettura del terzo.

giovedì 16 febbraio 2017

UN OMICIDIO ALLA FINE DEL MONDO


UN OMICIDIO ALLA FINE DEL MONDO
di Ben H. Winters
Piemme
2016, cartonato
320 pagine, 17.90 euro

Cosa fareste se fosse data la notizia che fra meno di un anno un asteroide di quasi sette chilometri di diametro si schianterà contro la Terra? Il detective Hank Palace, ostinato poliziotto in servizio a Concord, nel New Hampshire, continua a fare il suo lavoro: indaga sui casi di omicidio, mentre il mondo attorno a lui va a rotoli. A sei mesi dall'impatto, ci sono già evidenti segni di disgregazione sociale: ognuno si prepara a modo suo per la fine del mondo, anche se ancora non si sa dove cadrà Maia (così è stata chiamata la pietra in rotta di collisione e in rapido avvicinamento) e non sono chiari gli effetti: di sicuro la maggior parte della popolazione mondiale morirà subito o quasi subito, per i superstiti (se ce ne saranno) si tratterà di resistere a un lungo oscuramento del sole causato dalla polveri sollevate nell'atmosfera, che provocheranno la fine della vita vegetale basata sulla fotosintesi. C'è chi reagisce alla prospettiva drogandosi, chi finendo preda di deliri religiosi, chi abbandona la famiglia per realizzare una lista di ultimi desideri, e chi si suicida. Proprio un caso (fra i tanti) di suicidio attira l'attenzione di Palace: Peter Zell, assicuratore apparentemente impiccatosi con la cintura dei pantaloni nel bagno di un MacDonald's, secondo Hank in realtà è stato ucciso. Ma che senso ha cercare un assassino, ammesso che di omicidio si tratti, mentre il mondo sta per finire? Il giallo, che pure è un giallo coi fiocchi, è soltanto un pretesto per provare a immaginare come potrebbe essere il conto alla rovescia verso l'apocalisse. Attorno a Palace si intrecciano storie personali, d'amicizia, d'amore e di famiglia. Hank ha una sorella, Nico, entrata a far parte di una sorta di setta complottista convinta che il Governo nasconda la verità e ci sia qualcosa riguardante Maia che non viene detta; si innamora di una donna che però gli viene quasi subito uccisa sotto gli occhi; rischia di farsi arrestare per abuso d'ufficio e di attendere la fine del mondo dietro le sbarre di una cella, magari abbandonato dagli stessi carcerieri. Però, nonostante tutto, Palace indaga: e il caso di Peter Zell si rivela sintomatico rispetto appunto al dramma che l'umanità sta vivendo. "Un omicidio alla fine del mondo" è il primo capitolo di una trilogia che scandisce il conto alla rovescia verso l'impatto. Si può leggere autonomamente ma fa venire voglia di scoprire il seguito: anche perché nelle ultime pagine viene rivelato dove cadrà Maia.

venerdì 10 febbraio 2017

IL CASO SAINT-FIACRE



IL CASO SAINT-FIACRE
di Georges Simenon
Adelphi
1996, brossurato
149 pagine, 10 euro

Scritto nel 1932, è uno dei romanzi della fase iniziale della saga di Maigret, quelli in cui il burbero commissario della polizia giudiziaria parigina si sposta dalla capitale francese per svolgere indagini in borghi di provincia sempre diversi. Di solito si tende a considerare migliore la fase successiva, quella in cui invece Maigret investiga sotto la Tour Eiffel (anche se non mancano dei capolavori anche tra le prime prove, come dimostra il formidabile "Il porto delle nebbie"). Per la precisione, "L'affaire Saint-Fiacre" (questo il titolo originario) è iil tredicesimo romanzo (su oltre settanta) dedicato al celebre poliziotto dalla pipa in bocca perennemente accesa. Secondo alcuni, e riporto un giudizio letto in Rete, si tratta di "uno dei più bei libri di Simenon. Imperdibile". Personalmente, dissento. Bisogna comunque partire dal presupposto, credo incontestabile, che qualunque cosa porti la forma di Simenon meriti la lettura, e che i romanzi con le indagini di Maigret sono imprescindibili: magistrali, mai banali, pieni di sfaccettati personaggi indagati nelle loro psicologie, piacevoli da leggere, capaci di trasportarci in atmosfere sempre diverse. Oltre a tutto ciò, "Il caso Saint-Fiacre" ha un ulteriore elemento di attrattiva: scopriamo che il commissario è nato proprio a Saint-Fiacre (località comunque immaginaria), a pochi chilometri da Moulins, e lì ha vissuto la sua giovinezza: suo padre era l'intendente e amministratore del castello dei Conti Saint-Fiacre, ed è sepolto nel cimitero della locale parrocchia. Così, il viaggio del corpulento poliziotto in quel borgo di provincia è una sorta di ritorno alle origini. Così, quando a Parigi arriva una lettera anonima che dice: "Vi informo che nella chiesa di Saint-Fiacre, durante la prima messa del giorno dei Morti, sarà commesso un delitto", Maigret parte subito. E in effetti, sotto i suoi stessi occhi, muore l'anziana contessa, che lui, da bambino, aveva ammirato come splendida donna in gioventù. Apparentemente si tratta di un infarto, di un cedimento del cuore. Le indagini mettono in luce come il patrimonio della vedova (il conte era morto molti anni prima) veniva da tempo rosicchiato da parassiti e approfittatori di ogni risma, tra cui l'unico, sconsiderato figlio Maurice. Uno di loro ha architettato un piano diabolico che ha provocato la morte della contessa, ma chi? Ecco, mentre Simenon resta insuperabile nell'analisi interiore dei probabili assassini, della vittima, dei personaggi di contorno (l'albergatrice Marie Tatin, l'avvocato, il chierichetto), non riesce a congegnare un altrettanto impeccabile meccanismo poliziesco. Non è cercando di fare il verso ad Agatha Christie o a John Dickson Carr che lo scrittore francese troverà la sua strada: fortunatamente da lì a poco imboccherà quella giusta: il giallo psicologico. Per di più, a un certo punto è Maurice Saint-Fiacre a prendere in mano la conduzione delle indagini e a organizzare una drammatica riunione di tutti i sospetti attorno a un tavolo su cui è posata una pistola. Maigret fa solo da spettatore, senza essere venuto a capo di nulla. Non è lui il risolutore. E la soluzione (il modo con cui vi si arriva, la tecnica stessa del delitto, l'indecifrabile invio dei biglietto che lo anticipa, le mosse del colpevole) è convince. So già però che il prossimo caso di cui leggerò sarà migliore, anzi, un capolavoro.

mercoledì 8 febbraio 2017

MEMORIE DI ADRIANO



MEMORIE DI ADRIANO
di Marguerite Yourcenar
Einaudi
2014, brossurato
340 pagine, 13 euro

Affascinante e a tratti sorprendente per la descrizione "dal vivo" di realtà storiche lette come "morte" sui libri di scuola, "Le memorie di Adriano" non sono però né un romanzo, né un saggio storico. Pubblicata per la prima volta nel 1951 in Francia (dopo essere stata concepita dalla Yourcenar già negli anni Venti e poi a lungo rielaborata dopo una lunga fase di minuziosa documentazione), l'opera ha vinto il Prix des Critiques. Il libro è suddiviso in sei parti (prologo ed epilogo compresi) ed è immaginato come una lunga epistola scritta dall'anziano imperatore Publio Elio Traiano Adriano, nato in Spagna nel 76 dopo Cristo e morto a Napoli nel 138, indirizzata al giovane Marco Aurelio, a sua volta futuro sovrano. Nella lettera, Adriano si confessa sentendosi giunto ormai prossimo alla morte e racconta la sua vita. Adriano fu indubbiamente uno dei migliori imperatori romani: conservò le conquiste del suo predecessore Traiano, e sotto il suo governo si praticarono e si svilupparono la tolleranza, l'efficienza, le arti e la filosofia. Del resto, educato ad Atene (città a cui fu sempre legatissimo), Adriano era imbevuto di cultura ellenica, illuminata e cosmopolita. Stupisce il numero e la diversità di mete dei sui ininterrotti viaggi in tutte le regioni dell'Impero e la capacità con lui l'imperatore riusciva a trattare con popoli diversissimi fra loro, da quelli delle isole inglesi ai Parti ai confini sud orientali. Le riflessioni contenute nella lettera spaziano dai trionfi militari (spesso conclusi con trattati di pace convenienti per entrambi i contendenti) all'amore verso la musica e la poesia. Ma colpisce anche la storia d'amore omosessuale con il giovanissimo amante Antinoo, morto prematuramente e celebrato con l'imbalsamazione del corpo in una piramide egizia. Né Antinoo fu l'unico, in una società molto più aperta (da questo punto di vista) della nostra. Il senso dell'opera sta forse proprio della scelta, non casuale, dell'autrice di un'epoca in cui non si credeva più negli dei, ma il Cristianesimo non si era ancora imposto con i suoi dogmi e le sue regole e costrizioni, per cui c'era spazio per l'umanità. La Yourcenar cita a qesto proposito Flaubert: "Quando gli dèi non c'erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c'è stato un momento unico in cui è esistito l'uomo, solo". Dal mio punto di vista, c'è però un difetto nelle "Memorie di Adriano": consiste nel suo non essere un romanzo, per cui manca la tensione drammatica, mancano i dialoghi, mancano i colpi di scena, manca la costruzione letteraria con i climax che fanno la gioia dei lettori. Tutto resta piatto e sommesso, pur trattandosi di un'opera di fantasia (benché documentata e realistica). Da leggere, comunque, e meditare dopo aver sottolineato frasi come questa: "Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri".

venerdì 3 febbraio 2017

DOSSIER MAGENTA



DOSSIER MAGENTA
di Nik Guerra
Edizioni Di
2016, brossurato
120 pagine, 20 euro

Se accettare un consiglio, non fatevi sfuggire nessun volume di Nik Guerra: e non lo dico solo ai maschietti, che si beano gli occhi di fronte alla bellezza intrigante dei personaggi femminili che escono dalle sue matite e dai suoi pennelli, ma anche alle fanciulle che sicuramente sapranno apprezzare acconciature, abbigliamento e accessori delle eroine raffigurate (e mai raffigurate del tutto nude o in pose oscene: solo seducenti). Con "Dossier Magenta", Guerra riporta sulle scene il suo personaggio più celebre e celebrato in mezzo mondo (quello almeno che non vela le donne): Magenta. E lo fa con una storia d'azione, di spionaggio, di sparatorie, di inseguimenti e vendette che si si susseguono dalla prima all'ultima pagina, senza che mai, però, le esplosioni e le sparatorie riescano a far passare in secondo piano la sinuosità delle forme delle belle donne sulla scena. Eric Stanton, Bill Ward, John Willie, Gene Bilbrew e chissà quanti altri autori fetish fanno parte dell'immaginario di Nik Guerra quando disegna le sue amazzoni dominatrici e volitive ma anche ammiccanti e seducenti. In "Dossier Magenta" le donne sono assolute protagoniste, sia dalla parte del bene che da quella del male. Gli uomini sono assolutamente superflui. Siamo a Parigi nel 1962: qualcuno distribuisce film hard con protagonista una sosia di Magenta, per screditare la dark lady che vive a Londra (ladra come nei migliori fumetti neri italiani, ma anche detective, alla maniera di Zakimort). L'attrice però muore strangolata sulla scena e il film, vero e proprio snuff movie, utilizzato per ricattare il riccastro colpevole dell'omicidio. Sembra di ritrovare Magnus & Bunker, nei loro migliori episodi di Kriminal. Anzi, di Satanik.